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Acido palmitico e diabete: nessuna ritrattazione della ricerca. Francesco Giorgino ci spiega il suo studio

Dictionary Series - Health: diabetes
Non c’è stata nessuna smentita dello studio sull’acido palmitico e diabete

Affermazioni, smentite e molta confusione: è quanto accaduto allo studio sull’acido palmitico, pubblicato sulla rivista Diabetologia e firmato da Francesco Giorgino, professore ordinario di Endocrinologia all’Università di Bari. Tutto inizia qualche giorno fa, quando un’agenzia stampa nazionale annuncia che il lavoro è stato ritrattato dallo stesso autore, senza chiedere conferma.

Ma procediamo con ordine. Lo scorso mese di aprile il team di ricerca di Giorgino pubblica uno studio sul meccanismo di attivazione della proteina p66Shc il cui aumento nelle cellule che producono insulina ne causa la morte favorendo così la comparsa del diabete di tipo 2. L’ipotesi dei ricercatori – supportati dalla letteratura e da altri studi – è che una dieta ricca di grassi saturi sia in grado di aumentare la quantità di p66Shc. In particolare il gruppo analizza l’azione dell’acido palmitico, presente soprattutto nell’olio di palma, nel burro e nell’olio di cocco.

olio di palma e frutto acido palmitico
L’acido palmitico, presente soprattutto nell’olio di palma, nel burro e nell’olio di cocco

La valutazione viene fatta su cellule pancreatiche di ratto, e isole pancreatiche di topo e uomo e nelle cavie attraverso la somministrazione di una dieta ricca di grassi saturi, pari al 60% delle calorie totali. «Nessuno – precisa Giorgino – ha mai detto che abbiamo analizzato cosa accade nelle nostre isole pancreatiche se ci nutriamo di prodotti da forno preparati con olio di palma. Noi abbiamo semplicemente scritto che una dieta ricca di acido palmitico è in grado di aumentare la concentrazione della proteina killer nelle cellule che producono l’insulina delle cavie».

Giorgino prosegue spiegando che in letteratura è noto il ruolo negativo dei grassi saturi – dell’acido palmitico in particolare – nell’incremento del rischio cardiovascolare e per questo «si raccomanda di non consumarne più del 10% delle calorie totali». Lo studio è stato ripreso da più parti per puntare il dito sull’eccesso di olio di palma nella dieta degli italiani, dando un’interpretazione forse un poco forzata dello studio.

man eating salted lard
È noto il ruolo negativo dei grassi saturi nell’incremento del rischio cardiovascolare

Pochi giorni fa l’agenzia stampa ADN Kronos annuncia il dietro front dei ricercatori. Il tutto prende il via da una precisazione metodologica che non cambia le conclusioni della ricerca. «Dopo un confronto con la ditta fornitrice della dieta – spiega Giorgino – abbiamo ritenuto opportuno precisare che l’olio di palma utilizzato nello studio è idrogenato. A questo punto abbiamo fatto un’integrazione, chiamata “erratum”, che non ha nemmeno richiesto di interpellare i revisori scientifici della rivista, rendendo così l’esperimento correttamente riproducibile da altri ricercatori».

Il docente di endocrinologia risponde dicendo che l’idrogenazione dell’olio di palma non influisce sulla percentuale di acido palmitico perché l’acido è già saturo e non può idrogenarsi (la quota di acido palmitico presente nell’olio di palma idrogenato o non idrogenato, è pari al 40-47%, e  non si modifica in seguito al processo di idrogenazione). Cambiano invece l’acido oleico che diventa acido stearico (saturo) e l’acido linoleico che diventa oleico (monoinsaturo). In ogni caso la ricerca non ha mai voluto proporsi come la trasposizione di un modello di alimentazione umana.

Infine, Giorgino risponde a una seconda obiezione. Molti affermano che il problema siano i grassi saturi nel complesso: «è sicuramente vero che i grassi saturi introdotti con l’alimentazione aumentano i rischi per la salute, soprattutto se in eccesso, ma non dobbiamo dimenticare che tra questi grassi è l’acido palmitico ad avere un ruolo di primo piano, poiché è il principale costituente dell’olio di palma, idrogenato o meno». Poiché lo studio si proponeva di valutare i meccanismi di danno collegati all’acido palmitico nella dieta, non esiste alcuna smentita dell’intero studio, ma solo una precisazione di metodo che non inficia i risultati della ricerca.

 

Fonti:

1. Diabetologia. 2015 Jun;58(6):1260-71. doi: 10.1007/s00125-015-3563-2. Epub 2015 Mar 26. The p66(Shc) redox adaptor protein is induced by saturated fatty acids and mediates lipotoxicity-induced apoptosis in pancreatic beta cells.

2. Diabetologia. 2015 Nov;58(11):2682. doi: 10.1007/s00125-015-3739-9. Erratum to: The p66Shc redox adaptor protein is induced by saturated fatty acids and mediates lipotoxicity-induced apoptosis in pancreatic beta cells.

3. Comunicato Stampa Francesco Giorgino

  Redazione Il Fatto Alimentare

Redazione Il Fatto Alimentare

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4 Commenti

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    Sì, peró scusate, il 60% delle calorie giornaliere da acido palmitico?! Ma io credo che una percentuale simile di calorie da una fonte grassa non éconsigliato anche se parlassimo di omega 6 o acido oleico o da un qualunque mix di acidi grassi pur che sia.

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      La ricerca non vuole valutare la dieta “umana”. Lo scopo è capire quali siano le conseguenze dell’acido palmitico sulla proteina cosiddetta killer. Comunque proverò a inoltrare il suo dubbio al prof. Giorgino. La ringrazio

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      Ovviamente il 60% è una percentuale estrema, che comunque non si allontana molto dalla reale assunzione che fanno i giovani (14-35 anni) nel nostro paese, che secondo me si attesta in media al 45% delle calorie giornaliere da grassi. Io sto provando a seguire una dieta Very Low Fat e vi dico che è pressoché un incubo in Italia, sia per tradizioni culinarie, che per qualità dei prodotti venduti nei reparti di alimentari.

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    Ma che senso ha fare esperimenti forzati fuori misura con un grasso totalmente idrogenato (tutti acidi grassi saturi) inesistente in natura, al 60% delle calorie giornaliere, e trarre conclusioni sull’effetto dell’acido palmitico?
    Mi ricorda la pubblicazione ( pilotata) sul ciclamato , usato nell’esperimento sui topi a dosi da cavallo, che poi fu distrutta dal mondo scientifico, ma che procurò seri danni sull’opinione pubblica.