La coalizione “Dalla parte dei crostacei” chiede di riconoscere i decapodi come esseri senzienti e di vietare la bollitura da vivi, la detenzione sul ghiaccio e la vendita di animali vivi ai consumatori.
Astici bolliti vivi, aragoste tenute sul ghiaccio e granchi venduti ancora vivi nei supermercati e nelle pescherie: pratiche tuttora consentite in Italia, nonostante le evidenze scientifiche sulla capacità dei crostacei decapodi di provare dolore e sofferenza siano ormai chiare. A chiedere regole più severe è la campagna “Dalla parte dei crostacei”, promossa da nove associazioni per la tutela degli animali (*), che chiede al Parlamento una normativa nazionale specifica sul benessere di questi animali e fa quattro richieste ben precise: vietarne la detenzione su ghiaccio, il divieto di bollitura da vivi, vietare la vendita diretta a consumatori e consumatrici di crostacei vivi, e infine il riconoscimento di questi animali come esseri senzienti.
La situazione in Europa e nel mondo
Le prove scientifiche a supporto di queste richieste non sono recenti. Già nel 2005 un parere dell’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) concludeva che le evidenze disponibili giustificavano l’inclusione dei crostacei decapodi tra gli animali capaci di provare dolore e sofferenza. Dopo 20 anni, però, la normativa europea sul benessere animale non protegge ancora i crostacei, e per questo motivo, gli Stati membri si stanno muovendo in ordine sparso. In alcuni di essi, tra cui Austria, Germania, Danimarca, Estonia, Finlandia, Malta, Irlanda e Svezia, i crostacei decapodi rientrano già, con modalità e livelli di tutela differenti, nella legislazione nazionale sul benessere animale. Solo alcuni ordinamenti, tuttavia, prevedono disposizioni specifiche per questi animali.

Anche fuori dall’UE la situazione è variegata. Nel Regno Unito la British Veterinary Association (BVA) ha chiesto di vietare la bollitura di crostacei vivi già nel 2020 e il divieto dovrebbe essere introdotto entro il 2030. Svizzera, Norvegia e Nuova Zelanda invece lo hanno già fatto (ne abbiamo parlato in questo articolo).
Crostacei senza tutele nazionali in Italia
In Italia, invece, manca ancora una normativa nazionale specifica sul benessere dei crostacei decapodi. La tutela resta affidata soprattutto a regolamenti comunali, molto diversi tra loro, e alla giurisprudenza: la Cassazione ha già riconosciuto come maltrattamento la conservazione degli astici vivi sul ghiaccio. Alcuni Comuni hanno introdotto regole più precise: a Milano, per esempio, i crostacei destinati al consumo devono essere uccisi prima della cottura, preferibilmente mediante stordimento elettrico. Il risultato, però, è un quadro frammentato in cui pratiche vietate in una città possono essere consentite in quella vicina, come sottolinea anche una recente analisi del regolamenti comunali pubblicata nel 2025 su Food Policy.
Per questo motivo è urgente introdurre una disciplina nazionale a tutela dei crostacei, in linea con le evidenze scientifiche e con quanto previsto dall’articolo 9 della Costituzione, che dal 2022 attribuisce alla legge dello Stato il compito di disciplinare forme e modi della tutela degli animali. La campagna “Dalla parte dei crostacei” chiede quindi:
- Il divieto di detenere crostacei decapodi vivi a diretto contatto con il ghiaccio o in acqua con ghiaccio, considerato che questa pratica causa sofferenze ed è un pericolo per la loro salute e benessere;
- Il divieto della bollitura dei crostacei decapodi da vivi (compreso il lento innalzamento della temperatura dell’acqua), dato che ciò apporta sofferenze prolungate;
- Il divieto della vendita diretta al consumatore di crostacei decapodi vivi (incluso l’acquisto online), dato che in questi casi non può essere accertato in che modo gli animali vengano tenuti, maneggiati e uccisi, rappresentando dunque un rischio per il loro benessere;
- Che i crostacei decapodi siano riconosciuti dalla legge come esseri senzienti, capaci di provare dolore e sofferenza al pari di altri animali già riconosciuti come tali, come mammiferi e uccelli, considerando le numerose evidenze scientifiche a supporto di ciò.
Nota
Animal Law Italia, Animal Equality Italia, CiWF Italia, ENPA, Essere Animali, LAV, LEAL, LNDC, OIPA.
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Giornalista professionista, redattrice de Il Fatto Alimentare. Biologa, con un master in Alimentazione e dietetica applicata. Scrive principalmente di alimentazione, etichette, sostenibilità e sicurezza alimentare. Gestisce i richiami alimentari e il ‘servizio alert’.


