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Nelle cucine d’estate si superano i 45-50 °C. Restworld ha raccolto centinaia di segnalazioni ed è partita una petizione.

Nella cucina del ristorante ci sono cinquanta gradi ma cuochi e camerieri continuano normalmente il servizio. È una delle temperature documentate questa estate da Restworld, piattaforma e agenzia per il lavoro specializzata nella ristorazione e nell’ospitalità, che ha raccolto centinaia di testimonianze provenienti da tutta Italia. La vicenda rilanciata nei giorni scorsi da CiboToday,  riapre una questione poco considerata: perché in tante cucine professionali si continua a lavorare con temperature così elevate?

Secondo Restworld, il valore più alto documentato fotograficamente è stato di 51,4 °C, con il 20% di umidità, nella zona del “pass” di una cucina in provincia di Brindisi. In altre sono stati registrati 50,5 °C vicino a una piastra e 46 °C durante il servizio. In alcuni casi il termometro sarebbe passato da 30 a quasi 50 °C nel giro di meno di un’ora, con l’accensione contemporanea di forni, friggitrici, griglie e piastre.

Cappello da chef con due mestoli di legno su superficie di legno scuro
Nella cucina di un ristorante le temperature possono raggiungere livelli elevatissimi

Temperature di questo livello non sono una caratteristica inevitabile del lavoro in cucina. Nei grandi alberghi e nelle cucine di un ristorante progettato correttamente il problema viene affrontato integrando aspirazione, ricambio dell’aria e raffrescamento. Le indicazioni internazionali assumono come riferimento temperature molto inferiori, dell’ordine dei 28 °C, eventualmente affiancate da sistemi di raffrescamento localizzato nelle postazioni più calde.

Il punto è che non basta appendere uno split alla parete del locale. La cucina di un ristorante funziona come un sistema complesso. Le cappe sopra fornelli, friggitrici e griglie aspirano continuamente grandi quantità di aria calda, vapori e grassi. L’aria espulsa deve essere sostituita con nuova aria proveniente dall’esterno e, contemporaneamente, bisogna evitare che quella raffreddata venga immediatamente aspirata dalla cappa e dispersa.

Climatizzare la cucina del ristorante

Per rendere davvero vivibile una cucina occorre quindi bilanciare almeno tre elementi: l’aspirazione dell’aria calda e dei vapori prodotti dalla cottura, l’immissione controllata di aria nuova per sostituire quella espulsa e il raffrescamento dell’ambiente o delle singole postazioni di lavoro. Se questi tre aspetti non vengono progettati insieme, anche un potente impianto di climatizzazione può risultare poco efficace e molto costoso.

Un grande ventilatore può offrire un sollievo limitato, ma non abbassa la temperatura dell’aria e, se collocato male, può interferire con il funzionamento delle cappe e con i flussi d’aria necessari per l’igiene della cucina.

È quindi molto più semplice affrontare il problema in fase di progettazione del locale, prevedendo fin dall’inizio cappe, canalizzazioni, immissione dell’aria e climatizzazione adeguate. Intervenire in una cucina piccola o ricavata in un edificio esistente può richiedere lavori importanti e investimenti considerevoli. È proprio questo uno dei punti sollevati da Restworld. L’agenzia ha proposto un fondo pilota da 20 milioni di euro per aiutare i locali a migliorare climatizzazione, ventilazione, cappe e impianti.

La pertizione

È partita una petizione su Change.org, promossa dal cuoco Marco Morello, che chiede di riconoscere quello di cuochi e operatoricome lavoro usurante e di intervenire sul cuneo fiscale. La normativa italiana obbliga già il datore di lavoro a valutare il rischio microclimatico e ad adottare misure per proteggere i dipendenti, ma non stabilisce una temperatura precisa. L’INAIL ricorda però che lo stress termico può provocare disidratazione, esaurimento da calore e, nei casi più gravi, colpo di calore.

© Riproduzione riservata Foto: Fotolia, Depositphotos

 

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