Food high in protein on table, close-up

Una revisione di 350 studi ridimensiona le promesse delle diete ad alto contenuto di proteine.

Da alcuni anni le proteine sono le grandi protagoniste di un marketing aggressivo, che sfrutta anche la diffusione dei farmaci anti obesità agonisti del GLP-1, come Ozempic, che possono portare a un depauperamento muscolare, per veicolare un messaggio semplice: più se ne assumono meglio è dal punto di vista della salute e del benessere. Non esiste quasi categoria di prodotti che non venga anche proposta nella versione addizionata di proteine, acqua compresa, e la revisione delle ultime linee guida statunitensi, del gennaio 2026, che ha di fatto innalzato la quantità raccomandata, ha ulteriormente sospinto la tendenza. Ma quanto c’è di fondato, e soprattutto, è vero che un maggiore apporto proteico allunga la vita, come pensano molte persone, che lo sentono ripetere sui social?

Non proprio, anzi. Una grande revisione appena pubblicata su Cell Press Blue giunge a conclusioni opposte: in certi casi un allungamento della vita e una diminuzione del rischio di alcune delle malattie più strettamente associate all’invecchiamento si possono ottenere con una riduzione delle proteine, oppure con quantità normali. Molto dipende dallo stile di vita, da variabili quali l’età e le condizioni di salute e dal tipo di proteine. Peraltro, su diversi aspetti non ci sono certezze. Meglio quindi essere prudenti e non pensare che aumentare l’apporto proteico sia un elisir di longevità sana.

Donna in tenuta sportiva che beve latte o yogurt dalla bottiglia; concept: alimenti proteici, proteine
Negli ultimi anni, è cresciuta la spinta a consumare più proteine, anche da fonti istituzionali, come il governo statunitense

Meno proteine, vita più lunga?

Per fornire indicazioni basate sulla scienza e non sulla moda del momento, due ricercatori dell’Università del Wisconsin di Madison hanno analizzato oltre 350 studi (tutti citati nella bibliografia) condotti su diversi modelli animali, dai moscerini ai topi, dai ratti ai pesci e sugli esseri umani, e sono giunti ad alcune conclusioni. Nei modelli animali, una riduzione dell’apporto proteico è generalmente associata a un aumento della durata della vita. Negli esseri umani, studi di piccole dimensioni mostrano invece che una restrizione proteica può far perdere peso e massa grassa e migliorare il profilo glicemico, anche se chi la segue tende ad assumere complessivamente più calorie.

La differenza può essere dovuta al fatto che mentre nei modelli animali la quantità di proteine è molto bassa, negli esseri umani di solito è uguale o di poco inferiore alle dosi raccomandate. Il messaggio, per quanto riguarda gli esseri umani, è quindi che non esiste ancora una quantità ottimale valida per tutti e che aumentare indiscriminatamente l’apporto proteico non è necessariamente vantaggioso.

Questo riscontro sembra contraddire ciò che è stato molto sottolineato negli ultimi anni, e cioè che un apporto superiore di proteine sia associato a una diminuzione del peso e a un rallentamento della perdita di massa muscolare, soprattutto negli anziani, e che possa in definitiva allungare la vita. Uno studio britannico del 2023 su oltre 3.300 gemelli anziani ha però riscontrato un’associazione tra un maggiore apporto proteico e la sarcopenia. Tuttavia, grandi studi epidemiologici hanno associato un elevato apporto proteico a un maggiore rischio di diabete, tumori e mortalità, anche cardiovascolare.

Prodotti protein/proteici: bicchiere con bevanda al cioccolato o caffè o nocciola, barrette, polvere in misurino blu, cucchiaino arancione e metro; concept: pasti sostitutivi
Le persone che svolgono attività sportiva intensa possono avere un fabbisogno proteico molto più è elevato di chi è sedentario

Non esiste una quantità giusta per tutti

Non esistono, comunque, quantità di proteine che vanno bene per chiunque: tutto dipende dallo stile di vita, perché se chi pratica regolarmente attività fisica può avere un fabbisogno proteico maggiore, lo stesso non vale necessariamente per le persone sedentarie. Inoltre gli effetti cambiano in base all’età e alle condizioni individuali: donne in gravidanza, bambini in crescita, persone che seguono diete ipocaloriche o che si stanno riprendendo da un infortunio possono avere fabbisogni proteici maggiori. Anche fattori individuali, compresi sesso e patrimonio genetico, potrebbero influenzare la risposta alla quantità di proteine assunta.

Per questo, visto che le prove degli effetti sulla longevità riguardano solo i modelli animali, secondo gli autori nessuno dovrebbe decidere autonomamente di diminuire l’apporto proteico, né di aumentarlo. In ogni caso non bisogna ridurre eccessivamente le proteine, perché si potrebbero compromettere funzioni cruciali come quelle del sistema immunitario o mettere a rischio la salute delle ossa.

Infine, conta anche la fonte delle proteine: alcuni studi associano quelle vegetali, ma non quelle animali, a un minore rischio di fragilità. In futuro si potrebbe arrivare a indicazioni più specifiche anche sul ruolo dei singoli amminoacidi, ma per il momento le informazioni non sono sufficienti per formulare raccomandazioni precise. In generale, non è ancora possibile consigliare valori specifici e personalizzati di proteine, perché i dati disponibili non sono sufficienti. È quindi meglio evitare di modificare indiscriminatamente l’apporto proteico e prestare soprattutto attenzione alla qualità complessiva della dieta.

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