L’UE blocca le importazioni dal gigante sudamericano: mancano le garanzie sull’uso di antibiotici negli allevamenti
Dal 3 settembre 2026 l’Unione Europea non importerà carne brasiliana (bovina, avicola e altri prodotti animali) se il Paese non sarà in grado di fornire le garanzie richieste dalle regole europee sull’uso degli antibiotici o promotori della crescita negli allevamenti.
La decisione, approvata dagli Stati membri e formalizzata dalla Commissione europea, riguarda un mercato importante: nel 2025 le esportazioni brasiliane di carne e prodotti animali hanno raggiunto un valore stimato in circa 1,8 miliardi di dollari.
Sul totale delle carni bovine congelate importate da Paesi extra-UE, il Brasile rappresenta una quota variabile dal 20 al 35%. Se si considera invece tutto l’import italiano di carne bovina, compresi fresco e refrigerato provenienti dall’Europa, il peso del Brasile scende al 3-5%. Per il pollo il discorso è diverso: la grande distribuzione e il mercato italiano utilizzano quasi esclusivamente prodotto nazionale.
Dove finisce la carne brasiliana?
Chi va al banco della macelleria difficilmente trova un cartellino con scritto “Origine: Brasile”. In Italia la carne fresca venduta al dettaglio proviene in gran parte dal mercato nazionale o da altri Paesi europei. Il discorso cambia quando si guarda alla carne congelata, sottovuoto o destinata alla trasformazione industriale.
Una parte significativa della carne importata dal Brasile viene utilizzata dall’industria alimentare, dalla ristorazione collettiva e dal canale horeca, e serve per preparazioni a base di carne, sughi pronti, paste ripiene, piatti elaborati e forniture destinate alla ristorazione collettiva.
Lo stop previsto da settembre potrebbe avere effetti sui costi di produzione e sulle scelte di approvvigionamento di alcune aziende, che dovrebbero cercare fornitori alternativi in Europa o in altri Paesi terzi autorizzati.

Il nodo non sono gli ormoni
Il problema della carne bovina non riguarda gli ormoni ma gli antibiotici e altre sostanze usate negli allevamenti per aumentare la resa produttiva.
In Europa queste sostanze sono vietate da oltre 20 anni. Il Brasile, secondo Bruxelles, non è in grado di fornire garanzie sufficienti sul rispetto di queste regole per gli animali esportati in Europa.
Il problema è che i controlli di laboratorio non sono in grado di valutare l’uso illecito dei medicinali. Gli antibiotici hanno tempi di sospensione. Se il trattamento viene interrotto prima della macellazione, i residui possono non essere rilevabili..
Per questo motivo l’Unione Europea chiede non solo l’assenza di residui nella carne, ma un sistema di tracciabilità capace di documentare la storia dell’animale. Servono registri, controlli veterinari e certificazioni in grado di dimostrare che gli animali destinati all’esportazione verso l’Europa non sono allevati con pratiche vietate dall’UE.
Il confronto con gli Stati Uniti
Il caso degli Stati Uniti aiuta a capire il funzionamento del sistema europeo. Negli USA l’uso di ormoni e altri promotori della crescita è ammesso in alcune filiere, ma la carne bovina destinata all’Europa segue un canale separato. Esiste il programma NHTC, Non-Hormone Treated Cattle, per cui gli animali destinati al mercato europeo provengono da aziende certificate, gli animali devono essere separati dagli altri capi e viaggiare con una documentazione specifica.
In sostanza, l’Europa non chiede solo che la carne risulti conforme al momento dell’analisi, ma pretende che l’intero percorso produttivo sia documentato e verificabile.
La partita resta aperta
Le autorità brasiliane stanno cercando un confronto con Bruxelles per evitare lo stop o limitarne gli effetti ad alcune categorie di prodotti. Per l’Italia il tema merita attenzione perché una parte della carne importata può entrare nei circuiti dell’industria alimentare, della ristorazione e dei prodotti trasformati.
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giornalista redazione Il Fatto Alimentare


