Dopo il focolaio sulla MV Hondius, il patologo veterinario Di Guardo richiama il principio di precauzione. Veterinari nelle commissioni per le epidemie
Il focolaio di Hantavirus Andes registrato a bordo della nave da crociera olandese MV Hondius non è paragonabile al Covid-19 per capacità di diffusione, ma solleva comunque domande importanti sulla gestione del rischio sanitario. Secondo l’ECDC, al 16 maggio 2026 erano stati segnalati 11 casi, di cui otto confermati, due probabili e uno inconcludente; l’agenzia europea considera il rischio per la popolazione generale dell’Ue/See “molto basso”. L’OMS ha seguito il caso con più aggiornamenti dopo la notifica, il 2 maggio, di un cluster di gravi malattie respiratorie sulla nave.
Ma proprio perché si tratta di un episodio raro, legato a un virus zoonotico, la vicenda merita una riflessione più ampia. A proporla è Giovanni Di Guardo, medico veterinario, patologo ed ex professore di Patologia generale e fisiopatologia veterinaria all’Università di Teramo. Nel suo intervento sul sito Brainfactor Di Guardo parte da un precedente storico: la crisi della “mucca pazza”, quando il principio di precauzione divenne una bussola per affrontare una malattia ancora poco conosciuta. Quel principio, ricorda, serve proprio quando le conoscenze scientifiche sono incomplete e le conseguenze per la salute umana e animale possono essere rilevanti.

Secondo Di Guardo, nel caso della MV Hondius il punto critico è stato lo sbarco dei passeggeri. L’autore parla senza mezzi termini di “grave errore”: far scendere dall’imbarcazione persone provenienti da 23 nazioni senza avere prima accertato in modo completo le loro condizioni di salute. Non si riferisce a un semplice controllo clinico, ma a indagini di laboratorio, in particolare test sierologici per verificare l’eventuale esposizione al virus. n presenza di un periodo di incubazione lungo, che per l’Andes virus può arrivare fino a sei settimane e oltre, questo scenario complica la ricostruzione dei contatti e la valutazione del rischio.
Su una nave da crociera, dove per giorni o settimane si condividono cabine, corridoi, sale comuni, bagni, tavoli e superfici, non si può escludere che il virus possa contaminare materiali e ambienti, anche se la sua resistenza ambientale non risulta particolarmente elevata. Proprio per questo, conclude, è legittimo chiedersi se nella valutazione del rischio collegata al focolaio della MV Hondius siano stati considerati tutti questi fattori.
La domanda posta da Di Guardo è semplice : se tutti i crocieristi erano già sulla nave, e la nave poteva essere considerata una sorta di “struttura quarantenaria”, perché farli sbarcare e “disperderli in mille direzioni” prima di effettuare gli accertamenti? Per l’autore si tratta di una scelta “a dir poco incomprensibile e bizzarra”, in contrasto con il principio di precauzione.
34 casi nel 2018-19
Il virus coinvolto è l’Andes virus, un Hantavirus noto perché, a differenza di altri ceppi, può in alcune circostanze trasmettersi anche da persona a persona. Questa trasmissione, va precisato, è considerata molto meno efficiente di quella di virus respiratori come SARS-CoV-2. Tuttavia Di Guardo ricorda che in Argentina, nel 2018-2019, lo stesso ceppo Andes fu associato a un cluster di 34 casi, con 11 decessi. Nel focolaio argentino ebbero un ruolo anche alcuni soggetti definiti “super-diffusori”, in un contesto di contatti stretti e prolungati.
È qui che il paragone con una crociera diventa rilevante. Di Guardo invita a immaginare una nave, con contatti ravvicinati non per poche ore ma per settimane. La MV Hondius, ricorda l’autore, era salpata dalle coste argentine all’inizio di aprile. In un ambiente chiuso, affollato e condiviso, il principio di precauzione avrebbe dovuto suggerire una gestione più prudente, soprattutto considerando il possibile periodo di incubazione dell’infezione.

Il focolaio un’occasione
Il focolaio della MV Hondius, se studiato bene, può diventare un’occasione per capire meglio il ruolo dei soggetti asintomatici o paucisintomatici, valutare la reale efficacia delle misure di isolamento, studiare le condizioni che favoriscono o limitano la trasmissione. Non si tratta di alimentare paura, ma di non sprecare un’occasione scientifica.
Per Di Guardo, uno degli errori da non ripetere è la gestione “ospedalocentrica” delle epidemie causate da agenti zoonotici, cioè patogeni capaci di passare dagli animali all’uomo. L’autore ricorda che almeno il 70% delle malattie infettive emergenti avrebbe origine comprovata o sospetta in serbatoi animali. Da qui la necessità di studiare meglio le interfacce tra animali selvatici, animali domestici, uomo e ambiente.
È il cuore dell’approccio One Health, che considera salute umana, salute animale e salute ambientale come dimensioni inseparabili. La crisi climatica, la deforestazione, la perdita di biodiversità, la crescita demografica e la promiscuità uomo-animale aumentano le occasioni di salto di specie. Per questo l’unico approccio davvero efficace rimane quello basato sulla “intima, imprescindibile connessione fra salute umana, animale ed ambientale”.
Veterinari nelle commissioni
Da qui l’appello finale, forse il punto più politico dell’intervento. Di Guardo si chiede come sia stato possibile non prevedere neppure un medico veterinario nel Comitato tecnico-scientifico per la pandemia da Covid-19. E rilancia: un organismo simile, ma “opportunamente rivisitato nella propria composizione”, sarebbe stato utile anche nella gestione del focolaio di Hantavirus sulla nave da crociera. La conclusione è volutamente severa: “Errare humanum est, perseverare autem diabolicum”.
Il messaggio, tradotto per il grande pubblico, è questo: l’Hantavirus della MV Hondius non è motivo di panico, ma è un promemoria. Le epidemie che nascono dal rapporto tra uomo, animali e ambiente non possono essere gestite solo con logiche cliniche o ospedaliere. Servono epidemiologi, virologi, medici di sanità pubblica, ma anche veterinari, ecologi e specialisti delle interazioni tra specie. Perché la prossima emergenza sanitaria, con ogni probabilità, arriverà ancora una volta da lì: dal confine sempre più sottile tra attività umane, animali e ambiente.
Giovanni Di Guardo, già professore di Patologia Generale e Fisiopatologia Veterinariapresso la Facoltà di medicina veterinaria dell’Università degli Studi di Teramo
© Riproduzione riservata Foto: Depositphotos
giornalista redazione Il Fatto Alimentare


