Consumiamo zucchero spesso senza accorgercene, nascosto nella maggior parte degli alimenti confezionati: per alcuni esperti servono etichette più chiare e misure drastiche, sul modello di quelle adottate contro il fumo.
“È tempo di trattare lo zucchero come le sigarette”. Non lascia alcuno spazio all’ambiguità il titolo di un articolo pubblicato su Time e firmato da Mark Hyman e Ron Gutman, ricercatori nel campo della medicina funzionale, della longevità e della nutrizione, secondo la loro stessa definizione, che partono da un dato di fatto scontato: tutto ciò che mangiamo influisce sulla salute. E quindi è necessario conoscere il contenuto di quello che si acquista.
Zucchero ovunque
Per quanto riguarda gli zuccheri aggiunti, secondo la Food and Drug Administration (FDA) ogni giorno non ne andrebbero consumati più di 50 grammi, ma un cittadino statunitense medio ne assume circa tre volte tanto, per un totale di oltre 45 kg all’anno. Non stupisce, con consumi di tale entità, che una persona su due (il 49%) sia diabetica o prediabetica.
Anche perché il 74% degli alimenti confezionati contiene zuccheri, e in molti casi si tratta di prodotti percepiti come sani quali, per esempio, alcuni condimenti per insalata, nella coleslaw (insalata di cavolo e carote condita con maionese, yogurt e senape), nei fagioli stufati in scatola, diversi yogurt (che in alcuni casi contengono più zuccheri di una lattina di bevande zuccherate) e così via. E poiché lo zucchero dà assuefazione (secondo alcuni studi, ricorda Hyman, sarebbe otto volte più potente della cocaina nell’indurre dipendenza), la sua presenza nascosta è da combattere molto più efficacemente di quanto fatto finora, secondo i due autori.
Peggio della cocaina
La maggior parte delle persone, infatti, è dipendente senza saperlo, e anche per questo non riesce a contrastare efficacemente il desiderio di zucchero che arriva tutte le volte che la glicemia scende, dopo aver toccato un picco grazie a quelli aggiunti e non riconosciuti.

Ma queste molecole ubiquitarie sono state da tempo associate a effetti negativi di vario tipo, per esempio sul rischio di numerose patologie croniche, oltre a quelli sul peso e sul metabolismo dell’insulina. Inoltre non mancano prove che associano gli eccessi di zuccheri all’ansia, alla stanchezza cronica, alle difficoltà di concentrazione, alla sindrome da deficit di attenzione/iperattività, e ci sono dei dati che suggeriscono una diminuzione dell’aspettativa di vita.
Cosa si cerca di fare
In una situazione così catastrofica, se c’è un fattore su cui è possibile e doveroso intervenire è proprio l’assunzione involontaria. Stando ai due esperti, infatti, negli USA esistono almeno 60 denominazioni diverse presenti sulle etichette, una pletora di nomi e sigle che rende spesso impossibile, per un consumatore normale, capire che in ciò che sta acquistando è presente un qualche tipo di zucchero aggiunto (in Italia ne abbiamo contati una trentina, come raccontiamo in questo articolo). Bisogna quindi intervenire sulle etichette, come del resto si fa in diversi Paesi tra i quali, per esempio, in Cile. In quel caso, da quando è stato introdotto l’obbligo di inserire sulla parte anteriore delle bevande la frase “ad alto contenuto di”, i consumi di alcuni prodotti sono calati drasticamente.
Negli USA, tuttavia, come in altri Paesi, l’opposizione delle lobby alimentari a provvedimenti di questo tipo è fortissima. Nel 2023, ricordano i due esperti, l’associazione dei principali produttori di cereali del Paese ha minacciato una causa dopo che alcune modifiche introdotte non permettevano più di etichettare come sani prodotti che non lo erano, non rispettando gli standard nutrizionali.

Lo zucchero come le sigarette
Si tratta quindi di ripercorrere la strada già battuta contro le sigarette: a partire dagli anni Settanta (la prima norma negli USA è del 1969), grazie alle indicazioni sui pacchetti le persone sono diventate molto più consapevoli, il tasso di fumatori è sceso da circa il 50% all’11% e parallelamente la vita media si è allungata quasi di 11 anni, un successo cui l’abbandono progressivo del fumo ha contribuito di sicuro.
Introdurre obblighi simili avrebbe un effetto analogo e ne avrebbe uno indiretto, specifico e fondamentale: convincere i produttori ad abbassare la quantità di zuccheri aggiunti per non sforare le soglie oltre le quali scatta l’obbligo di dicitura.
Un’azione su più fronti
Da sola, comunque, una legge che obblighi a scrivere un modo chiaro e sulla parte anteriore che un certo prodotto contiene zucchero aggiunto non sarebbe sufficiente. In parallelo è necessario promuovere attivamente e in modo capillare alternative più sane. Per esempio, per diminuire il consumo di biscotti classici bisogna proporne altri altrettanto gustosi, accessibili quanto quelli cui le persone sono abituate e non più cari. Un’altra operazione cruciale è quella sulle mense scolastiche. In base alle nuove direttive dello US Department of Agricolture diventa obbligatorio limitare gli zuccheri aggiunti ai pasti dei bambini: un’iniziativa che può avere ricadute importanti, perché è nell’età scolare che si forma e poi si consolidano il gusto e le abitudini. Bisogna quindi agire attivamente, in contemporanea e su più fronti per ridurre la quantità di zucchero assunto ogni giorno di fatto da tutti.
Se lo si facesse, concludono, si potrebbe assicurare una vita più sana e più lunga a milioni di persone: l’obbligo di dicitura sarebbe un passo cruciale. Anche perché sapere che cosa si sta acquistando è un diritto di tutti.
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Giornalista scientifica


