Nella sua megalomania, Donald Trump ha mostrato a re Carlo III il nuovo alveare della casa, ovviamente a forma di Casa Bianca, regalandogli del miele con il logo della White House e postando su X immancabilmente un filmato dell’evento. La diplomazia è passata anche per le api. Viste le sue politiche, il presidente statunitense non ha alcuna credibilità nel parlare di temi come l’importanza delle api (a differenza di re Carlo, che tra l’altro da anni produce miele a Highgrove), ma le api di città negli ultimi anni sono aumentate, con conseguenze di vario tipo, non sempre positive, descritte anche in due studi pubblicati a poca distanza l’uno dall’altro.
Troppe api domestiche in città
Nel primo studio si descrive un fenomeno inatteso, che dimostra quanto tematiche di questo tipo debbano essere affrontate sempre con il sostegno degli esperti. Le api domestiche (Apis mellifera), in grande aumento in diverse città, stanno seriamente minacciando quelle selvatiche urbane, altrettanto preziose e fino a poco tempo fa in armonia con le cugine da alveare. Le loro caratteristiche le trasformano infatti in specie invasive, in certe condizioni, a spese delle specie molto più miti e solitarie, che non hanno strumenti per opporsi all’avanzata.

Dell’argomento si sono occupati alcuni ricercatori di università tedesche, svizzere e britanniche, che in un articolo su People and Nature partono proprio dall’aumento significativo di alveari domestici registrato negli ultimi anni in città come Zurigo, Berlino, Berna, Parigi e Toronto, sospinto dalla volontà di privati cittadini di contribuire alla lotta alla perdita di api, ma cresciuto senza regole. I problemi principali, secondo gli autori, sono due: il rischio di spillover, cioè di passaggio di patogeni dalle specie domestiche a quelle selvatiche, e quello che queste ultime soccombano, perché le quantità di fiori a disposizione nelle città non è aumentato, anzi, è diminuito. E le api mellifere diventano anche più fameliche con il caldo, cioè spesso, visto che gli alveari sono quasi sempre posizionati sui tetti per mancanza di spazi alternativi e più freschi.
I consigli agli apicoltori
Per fornire un aiuto concreto agli aspiranti apicoltori, i ricercatori hanno tracciato quello che hanno chiamato Urban Bee Concept, un insieme di consigli e accorgimenti di cui tenere conto, così riassunti:
- Valorizzare le risorse floreali facendo attenzione al tipo di nutrienti (pollini e nettari) che possono offrire agli impollinatori;
- Ridurre la densità degli alveari nelle zone in cui ce ne sono troppi, dando priorità ad apicoltori con esperienza; condividere gli alveari per evitare gli eccessi;
- Promuovere il benessere e i diritti delle api, vietando l’installazione di alveari in zone non idonee;
- Stimare la capacità di carico dell’ambiente nel modo più accurato possibile (cioè il numero massimo di api selvatiche e domestiche che possono essere mantenute in una specifica area);
- Controllare la salute delle api e monitorare sempre la presenza e le dinamiche di eventuali malattie;
- Promuovere la formazione, i codici di condotta e l’educazione in collaborazione con le associazioni di apicoltura urbana.

Gli ibridi sono più forti
Quest’ultimo aspetto – la collaborazione con chi ha le giuste conoscenze e supporta i privati, fondamentale – è sottolineato anche nel secondo studio, uscito sulla rivista del gruppo Nature Scientific Reports, che illustra una situazione inattesa, positiva e molto significativa in senso più generale: quella delle api della California. I ricercatori dell’Università della California di Riverside hanno infatti notato che, mentre le api allevate continuano a essere oggetto di drammatiche morìe – nel 2025 è andato perso il 65% delle colonie allevate – contro le quali non si riescono a mettere in campo strumenti realmente efficaci, le colonie selvatiche, con api ibride, mostrano un’inaspettata capacità di resistenza a uno dei nemici peggiori, la Varroa destructor, l’acaro parassita che si nutre dei tessuti adiposi divorandole.
Tracciando 236 colonie di api mellifere tra il 2019 e il 2022, gli entomologi hanno infatti visto che quelle la cui regina era ibrida, non commerciale, avevano una quantità di Varroa inferiore del 68% rispetto agli alveari con regine di specie commerciali. Inoltre, per le prime era anche cinque volte meno probabile il raggiungimento di un numero di parassiti tale da richiedere l’uso di sostanze chimiche, eventualità che può tenere sotto controllo la Varroa, ma che danneggia molto anche le api. Andando a controllare, i ricercatori hanno dimostrato che le regine più forti erano ibridi con genomi provenienti dall’Africa, dall’Europa dell’Est e dell’Ovest e dal Medio Oriente: dei capolavori di ibridazione.
Anche se le api meticce non riescono a eliminare del tutto la minaccia della Varroa, sono comunque molto più resistenti di quelle commerciali. E questo è un altro ottimo motivo per gestire meglio gli alveari domestici e proteggere le api non industriali, proteggere le api selvatiche e in generale la biodiversità, compresa quella delle città.
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Giornalista scientifica


