Una donna anziana sorridente appoggiata al carrello della spesa tra le corsie. diun supermercato, davanti ai banchi frigo o freezer

L’escalation del conflitto in Medio Oriente e il blocco delle rotte marittime spingono l’inflazione: i dati Istat e l’allarme della FAO descrivono uno scenario critico per i consumatori italiani e mondiali.

La guerra in Iran, con il conseguente blocco dello stretto di Hormuz, si sta riflettendo sull’aumento del costo della vita, il che significa anche un incremento dei costi dei generi alimentari. Secondo i dati ISTAT, nel mese di marzo i prezzi al consumo sono cresciuti dello 0,5% rispetto al mese precedente e dell’1,7% rispetto a marzo del 2025. Secondo l’ISTAT l’andamento dell’inflazione risente prevalentemente del rincaro dei prodotti energetici e di quelli alimentari non lavorati. Anche Assoutenti sottolinea l’aumento dei costi di frutta, verdura, carne, pesce e uova con punte che, a livello nazionale, raggiungono il 10%: la carne bovina, ad esempio, ha subito un rincaro dell’8,4% su base annua, quella ovina del 7,2%, mentre i limoni sono cresciuti del 10,8%.

La piazza di Milano

Sebbene finora gli effetti della guerra stiano incidendo in maniera modesta sui prezzi dei generi alimentari – probabilmente le conseguenze maggiori le vedremo tra qualche tempo – il carrello della spesa inizia già a pesare di più. Concentrandoci sul mercato di Milano, dal marzo 2025 a marzo 2026 il costo della verdura e della frutta fresca al chilo ha subito un notevole inasprimento.

confronto prezzi frutta e verdura al kg 2025-2026
Tabella incremento prezzi generi alimentari – piazza di Milano

Spostandoci su un livello globale, secondo l’indice dei prezzi alimentari dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), a marzo la crescita si è attestata intorno al 2,4% rispetto a febbraio 2026, una flessione che non è esplosa poiché gran parte del cibo consumato in tutto il mondo è stato prodotto ben prima dello scoppio della guerra. A fronte di ciò, è necessario però ricordare che in alcuni casi il fenomeno speculativo ha fatto sì che i rincari fossero immediati: i cittadini stanno comprando prodotti al costo necessario per riacquistare o riprodurre lo stesso bene nelle condizioni di mercato attuali, non a quello sostenuto per la produzione di quel bene. È questo il caso dei fertilizzanti o del carburante.

Previsioni future

Secondo gli analisti, il vero impatto del conflitto non si è ancora fatto sentire e la gravità delle ricadute dipenderà soprattutto dalla durata delle interruzioni del trasporto marittimo nello stretto di Hormuz da cui normalmente passano circa un terzo dei fertilizzanti e un quarto del petrolio condotti via mare a livello mondiale. In un articolo pubblicato su Aljazeera, si possono leggere le dichiarazioni di Matin Qaim. Per il direttore esecutivo del Centro per la ricerca sullo sviluppo dell’Università di Bonn, in Germania, con ogni probabilità i prezzi dei generi alimentari aumenteranno nei prossimi mesi rendendo difficile per molte persone permettersi un’alimentazione adeguata e sana. A essere particolarmente colpite saranno le persone economicamente e socialmente più svantaggiate: è prevedibile che la fame e la malnutrizione peggioreranno soprattutto in Africa e in Asia.

Diverse varietà di mele in cassette nel banco ortofrutta di un mercato o un supermercato Tabella incremento prezzi generi alimentari – piazza di Milano guerra in Iran
Con la guerra in Iran il costo di verdura e frutta ha subito un notevole inasprimento

Guerra in Iran e mondo

In effetti ad aprile anche la stessa FAO ha avvertito sui potenziali rischi di una crisi prolungata nello stretto. Se lo scenario non dovesse rapidamente mutare si prospetta una vera e propria catastrofe alimentare globale. Tra i Paesi che si trovano in una posizione più svantaggiata figurano l’India, il Bangladesh, lo Sri Lanka, la Somalia, il Sudan, la Tanzania, il Kenya e l’Egitto. Il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite stima che, nel caso in cui la guerra non dovesse finire entro la metà dell’anno e il prezzo del petrolio al barile dovesse rimanere superiore ai 100 dollari, quasi 45 milioni di persone in più potrebbero trovarsi in una situazione di grave insicurezza alimentare.

Questi si aggiungerebbero ai 318 milioni di uomini e donne di tutto il mondo che già vivono in condizioni di insicurezza alimentare. Ancora una volta, mentre i “grandi” del mondo sembrano giocare a una partita di Risiko, a rimetterci sono le classi più svantaggiate: in Italia, come ovunque, chi corre il rischio di dover rinunciare o limitare il consumo di alimenti freschi e sani sono i poveri.

© Riproduzione riservata. Foto: Depositphotos.com

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