Controlli frequenti ma poco efficaci, sanzioni minime e tempi lunghi: tra norme permissive e limiti operativi, le irregolarità negli allevamenti intensivi rischiano di restare impunite.
Da qualche mese l’ATS Valpadana è finita sotto i riflettori di associazioni ambientaliste, animaliste e giornalisti che hanno denunciato le condizioni di alcuni allevamenti di suini. Casi come quelli de La Pellegrina, considerato tra i più grandi in Italia, o di grandi macelli come Bervini, con un raggio d’azione esteso a tutto il Nord Italia, fino all’allevamento di Bondeno di Mantova, sono balzati agli onori delle cronache per la presenza di carcasse abbandonate, condizioni igieniche compromesse, infestazioni di ratti e regole sul benessere animale ignorate.
Al lettore viene spontaneo chiedersi come possano sfuggire queste criticità ai veterinari durante le ispezioni. Anche a loro dovrebbe capitare di inciampare in un pollo morto, di vedere animali zoppicanti, topi alla ricerca di cibo, animali con zampe ustionate e condizioni igieniche che destano perplessità. Certo, capita, ma non sempre i veterinari dispongono degli strumenti normativi utili per contrastare efficacemente queste situazioni.

I controlli negli allevamenti
Le ispezioni e i controlli sugli aspetti igienico-sanitari e sul benessere animale dovrebbero avvenire, per legge (Regolamento UE 2017/625), senza preavviso, tranne nei casi in cui l’avviso sia strettamente necessario e giustificato. Eppure, nell’inchiesta sul macello Bervini andata in onda su Report qualche mese fa, il direttore del dipartimento veterinario ha lasciato intendere che l’ATS non effettui controlli di sabato. Nello stesso servizio, un lavoratore ha sostenuto che i controlli avvenivano previo avviso, con tanto di indicazione del giorno e dell’ora. Abbiamo chiesto più volte chiarimenti all’ATS Val Padana, senza successo.
“Nella nostra regione – precisa un veterinario da noi intervistato – le situazioni viste in alcuni servizi televisivi sono inammissibili. Se vengono segnalate criticità in un’area geografica, occorre intervenire con rigore, ma non bisogna pensare che questi scenari siano il modello di riferimento dell’intero settore”.
“Le criticità ci sono – spiega il rappresentante di uno studio legale del settore – ma il problema centrale è la legge che permette agli allevatori e ai grandi gruppi di sanare le violazioni segnalate dai veterinari pagando sanzioni di modesta entità. Provi a pensare cosa succederebbe se la multa per divieto di sosta fosse di importo inferiore al costo orario del parcheggio: negli allevamenti succede proprio questo”.
Il meccanismo è quello della ‘prescrizione’ o ‘diffida’ (introdotto dal D.Lgs. 27/2021): quando il veterinario riscontra carcasse, sporcizia o infestazioni, invita l’allevatore a porvi rimedio entro 30-60 giorni. Se al termine del periodo il veterinario torna e i problemi sono stati risolti, il procedimento si chiude spesso senza alcuna multa o con una sanzione minima.

Sanzioni insufficienti
Se invece i problemi permangono, scattano le sanzioni previste dal D.Lgs. 146/2004. Si tratta di importi che per le grandi aziende sono irrisori. La stragrande maggioranza degli allevatori paga una sanzione in misura ridotta di circa 3.100 euro, cifra che spesso viene poi suddivisa tra l’allevatore e l’azienda proprietaria degli animali (nel caso dei contratti di soccida).
La scelta diventa puramente economica: se il veterinario prescrive l’adeguamento dell’impianto di ventilazione o il rifacimento della pavimentazione del capannone (interventi che comporterebbero una spesa di 100.000 euro), l’azienda preferisce pagare la multa di 3.100 euro e continuare a operare nell’illegalità. Per un colosso industriale, la multa rappresenta un semplice costo d’esercizio. Quando il veterinario torna e i problemi persistono, l’iter ricomincia. Per motivi logistici, raramente si dispone la chiusura immediata dell’allevamento, a differenza di quanto fanno i NAS per bar e ristoranti.
L’unica vera deterrenza sarebbe il divieto di accasamento a fine ciclo. Il veterinario dovrebbe poter dire: “Finisci di crescere questi polli, ma non ti firmo il permesso per farne entrare altri finché il capannone non è a norma”. Ma questo intervento viene attuato raramente.
Molti allevamenti irregolari, ma poche multe
Osservando il Piano Nazionale dei Controlli (PCNP) pubblicato agli inizi del 2026, emerge un dato che sembra rassicurante: il report indica 64.639 ispezioni ufficiali negli allevamenti. Analizzando però i numeri con attenzione, si scopre che questa vigilanza è un’arma spuntata. Durante le ispezioni, i veterinari hanno individuato irregolarità nel 25% degli allevamenti visitati, ma alla fine le multe effettive riguardano solo il 5% delle ispezioni (3.461). In altre parole, solo in un caso su cinque la non conformità si trasforma in una vera sanzione pecuniaria.
Perché, allora, le inchieste giornalistiche e delle ONG continuano a documentare scenari da incubo? La risposta risiede nel metodo ispettivo. La maggior parte dei controlli ufficiali è un atto amministrativo dedicato alla verifica dei registri (anagrafe, farmaci, smaltimento carcasse). In una struttura con 20 o 30 capannoni, i veterinari riescono a visitarne solo una minima parte. Inoltre, l’allevatore “trovato in fallo” ha 30-60 giorni per fare pulizie straordinarie e ripristinare le condizioni minime prima della seconda visita.

Al contrario, le ONG e i giornalisti entrano negli allevamenti di notte o con telecamere nascoste, documentando la quotidianità del ciclo produttivo e cercando deliberatamente i punti più critici o i capannoni più vecchi, dove l’incuria è cronica. Per la legge, la presenza di ratti è spesso una “non conformità in via di risoluzione”; per il cittadino è un disastro igienico.
Oggi, però, esiste un modo per aggirare questo sistema di sanzioni ridicole. Chiunque – dalle ONG ai veterinari ufficiali – può attivare la denuncia penale per maltrattamento di animali. Quando le condizioni igieniche producono “gravi sofferenze”, non ci si deve limitare al verbale amministrativo: si può denunciare il titolare per reati che vanno dalla detenzione incompatibile (Art. 727 C.P.) al maltrattamento (Art. 544-ter C.P.).
Rischio prescrizione
Passare al piano penale cambia radicalmente le regole: il giudice può disporre il sequestro preventivo degli animali e delle strutture, bloccando la vendita dei capi e infliggendo un danno economico proporzionale alla grandezza dell’azienda. Inoltre, una condanna penale macchia la fedina dei vertici aziendali, precludendo l’accesso ai finanziamenti pubblici (PAC). La recente Legge 82/2025 ha ulteriormente inasprito le pene, riconoscendo l’animale come “essere senziente”: le multe penali possono ora superare i 30.000 euro.
Resta il rischio della prescrizione. Nei processi per maltrattamento, i tempi della giustizia sono lunghi e per i grandi gruppi, difesi da collegi legali di alto livello, dilatare i tempi è una strategia per arrivare all’estinzione del reato. Se scatta la prescrizione, l’allevatore torna ‘pulito’. Tuttavia, la via penale rimane l’unica arma rimasta per bypassare un sistema di controlli reso troppo morbido dal D.Lgs. 27/2021. Se la multa è un fastidio burocratico, il processo è un rischio industriale che nemmeno i giganti della soccida possono ignorare.
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Giornalista professionista, direttore de Il Fatto Alimentare. Laureato in Scienze delle preparazioni alimentari ha diretto il mensile Altroconsumo e maturato una lunga esperienza come free lance con diverse testate (Corriere della sera, la Stampa, Espresso, Panorama, Focus…). Ha collaborato per 7 anni con il programma Mi manda Lubrano di Rai 3 e Consumi & consumi di RaiNews 24


