sede azienda Ferrero headquarters in Alba

L’Antitrust UE ha avviato un’indagine su Ferrero per verificare possibili ostacoli alle vendite tra Paesi e differenze di prezzo nel mercato unico

Mentre in Italia il marchio Ferrero è sinonimo di produzione “made in Italy” di eccellenze intoccabili, a Bruxelles il clima è diverso. L’ispezione a sorpresa condotta dalla Commissione Europea presso le sedi di Alba e del Lussemburgo dell’azienda, non è un semplice atto formale, ma l’apertura di un’indagine che potrebbe costare al colosso della Nutella sanzioni fino al 10% del fatturato globale. La Commissione intende accertare, in particolare, se Ferrero abbia attuato restrizioni alla circolazione delle merci tra gli Stati membri all’interno del mercato unico e abbia ostacolato acquisti transfrontalieri (i cosiddetti “multi-country purchases”). Tali pratiche avrebbero consentito all’azienda di applicare prezzi più elevati in determinati mercati, a danno diretto dei consumatori.

In risposta all’azione di Bruxelles, Ferrero ha prontamente dichiarato di essere a completa disposizione delle autorità per gli accertamenti in corso, assicurando in una nota ufficiale la piena collaborazione con i funzionari della Commissione Europea. Un atto dovuto, che tuttavia non attenua la gravità delle ipotesi di violazione delle norme antitrust.

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Nel Mercato Unico Europeo, le merci devono circolare liberamente e i supermercati possono comprare i prodotti dove vogliono 

L’indagine preliminare

È importante sottolineare che l’indagine è in una fase preliminare. Il  testo della Commissione infatti precisa che “le ispezioni non implicano che l’impresa sia colpevole di comportamenti anticoncorrenziali, né pregiudica l’esito dell’indagine stessa. La Commissione rispetta i diritti della difesa, in particolare il diritto delle imprese di essere ascoltate nei procedimenti antitrust. Non esiste un termine legale per il completamento delle indagini sui comportamenti anticoncorrenziali. La loro durata dipende da una serie di fattori, tra cui la complessità di ciascun caso, il grado di collaborazione delle imprese interessate con la Commissione e l’esercizio dei diritti di difesa da parte delle parti.”

Detto questo però, il cuore del problema riguarda quella che potremmo definire una “dittatura dei confini commerciali”. L’accusa, delineata nel comunicato ufficiale IP/26/802, riguarda la sospetta “segmentazione del mercato”. Nel Mercato Unico Europeo, le merci devono circolare liberamente. Il dibattito in Italia resta cauto, ma il tema all’estero ha interessato testate del calibro del Financial Times e Le Figaro.

Le ipotesi

Per comprendere cosa contesta Bruxelles, immaginiamo uno scenario concreto. Supponiamo che il prezzo all’ingrosso di un bancale di Nutella sia di 100 euro in Italia e di 120 euro in Francia. In un mercato europeo perfettamente libero, una catena di supermercati francese potrebbe decidere di acquistare la merce direttamente dal distributore italiano, risparmiando 20 euro a bancale. Questo meccanismo, chiamato “arbitraggio”, è il motore della libera concorrenza: spinge naturalmente i prezzi verso il basso, avvantaggiando il consumatore finale.

L’Antitrust UE sta verificando che l’azienda non abbia impedito questo flusso attraverso i cosiddetti Vincoli Territoriali di Fornitura (VTF), agendo in due modi. In primo luogo nei contratti di fornitura, l’azienda avrebbe inserito clausole che proibiscono esplicitamente ai distributori di rivendere la merce al di fuori del Paese in cui è stata acquistata. In secondo luogo l’azienda avrebbe potuto esercitare pressioni sui propri partner locali affinché non servissero catene estere, minacciando di interrompere le forniture o di negare sconti e incentivi se avessero provato a “esportare” il prodotto verso altri mercati del blocco europeo.
L’azienda, quindi, non si limiterebbe a vendere un prodotto, ma “blinderebbe” ogni singolo mercato nazionale, impedendo ai supermercati di approvvigionarsi dove il prezzo è più conveniente. Il risultato di queste pratiche? L’azienda riesce a mantenere margini di profitto più elevati nei Paesi dove i prezzi sono più alti, poiché il consumatore finale non ha accesso alla merce a costi ridotti, restando intrappolato in un mercato segmentato in cui il prezzo resta, artificialmente, più caro.

Ferrero come Mondelēz?

L’inchiesta ha fatto subito attivare il parallelismo con il caso di due anni fa che ha colpito Mondelēz (proprietaria di marchi come Oreo, Milka, Cadbury…). Come evidenziato con precisione da Le Figaro “Bruxelles aveva inflitto una pesante multa di 337,5 milioni di euro al colosso americano dei biscotti e del cioccolato Mondelēz, per aver gonfiato illegalmente i propri prezzi limitando la concorrenza nell’UE.”

© Riproduzione riservata. Foto: Depositphotos.com

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