allevamento intensivo polli; concept: influenza aviaria

Il dibattito sugli allevamenti intensivi va oltre il benessere animale: tra impatti ambientali, modelli alimentari e interessi economici globali, emerge un sistema poco sostenibile e difficile da giustificare.

Quando avviciniamo la parola etica al concetto di allevamento intensivo si affaccia, prepotentemente, nel pensiero comune, il concetto di benessere animale. In realtà al pensiero allenato all’etica, la complessità del binomio “etica e allevamento intensivo” richiamerà più le diramazioni di un neurone che la linearità del percorso di una freccia. Il tema del benessere è più utile se indirizza al gioco dei perché piuttosto che al sentimento dello sdegno, interrogandoci sulla ragione dell’esistenza di questi allevamenti.

Allevamenti intensivi: davvero necessari?

Al netto dei danni ambientali e sanitari che generano è importante acquisire le competenze necessarie per confutare due argomentazioni dei sostenitori degli allevamenti intensivi: che servono a rifornire di proteine animali l’incremento della popolazione e che oggi, particolarmente per i polli, inquinano meno rispetto a quindici anni fa [1]. Ambedue queste affermazioni non vogliono tener conto di quanto oggi noto in fatto di alimentazione sana che vede nella dieta mediterranea o similari la necessità di una drastica riduzione del consumo di proteine di origine animale. Anche senza voler esaminare l’ipotesi vegana, la dieta mediterranea consentirebbe all’Europa e non solo di coprire i propri fabbisogni alimentari in proteine di origine animale, uscendo dalle produzioni intensive sia dell’agricoltura che della zootecnia [2,3] e riducendo per di più le importazioni di cereali da Paesi terzi.

Una mietitrebbia che raccoglie i semi di soia al tramonto Raccolta di un campo di soia con mietitrebbia. coltivazione agricoltura agricoltori mangime
Il 70% della superficie agricola dell’Unione europea è destinata a produrre mangime e foraggio per gli animali invece che cibo per le persone (Fonte: Greenpeace).

Una dieta diversa

Se è vero che, nella condizione attuale, anche questo modello alimentare che privilegia i prodotti vegetali sarebbe difficile per una buona parte della popolazione [4] a causa del costo elevato, a maggior ragione non è pensabile ipotizzare che una dieta dal prezzo ancora più alto perché più ricca di proteine animali – come quella da attuare per il mantenimento degli stessi allevamenti intensivi – possa invece essere abbordabile. I nostri sprechi e i nostri eccessi, infatti, non sono mai stati né sono tuttora dirottati verso le popolazioni povere che non potrebbero permetterseli, e di fatto, oggi, a nutrire il 70% della popolazione mondiale non sono le grandi aziende di agricoltura intensiva ma i piccoli produttori [5].

È dunque di tutta evidenza che, se non si vuole considerare un cambio di dieta, animali abnormi come i polli broilers a rapida crescita – che pesano quattro volte i polli dei nostri nonni, che faticano a camminare e a rialzarsi e le cui carni mostrano segni come lo white striping [6] indicativi di una miopatia da eccessiva crescita – possono essere dichiarati meno inquinanti per il solo fatto di richiedere meno capannoni per essere allevati, meno cibo per raggiungere lo stesso peso e meno acqua, generando dunque un minor consumo di suolo e meno feci. Se non queste, allora quali ragioni hanno consentito la nascita prima, il perpetrarsi poi e il crescere ora dell’esistenza di queste realtà?

Petto di pollo a fette Conad con white striping 04.2024
La carne dei polli broiler mostra in un’alta percentuale di casi segni di white striping, indicativi di una miopatia da eccessiva crescita

Il peso dell’agrobusiness

La filiera dell’agrobusiness muove interessi giganteschi in quello che resta il settore primario più importante per il benessere dell’umanità: il cibo [7,8]. Nel 1962, il settore della Politica Agricola comune dell’Europa (PAC) assorbiva il 70% del bilancio comunitario; oggi, appena il 25%. Attorno a questo settore ruotano numerose attività industriali: energetica, grande distribuzione (che copre il 70% del mercato), mangimistica, sementi, macchinari, tecnologie, chimica, genetica e trasporto. È per antonomasia una filiera lunga, poiché non può prevedere il consumo in loco dei quantitativi prodotti e, come accade per tutte le filiere lunghe, ogni passaggio genera un guadagno aggiuntivo. È una filiera così remunerativa da suscitare, da anni, l’interesse dell’Osservatorio sulle Agromafie [9]. Business è dunque la parola chiave. Un business le cui brutture mascheriamo in capannoni per lo più chiusi e isolati, o riversiamo sugli altri con l’esternalizzazione in altri Paesi.

I costi nascosti

Se in Europa, grazie alle avanzate normative, le emissioni di gas climalteranti legate agli allevamenti sono del 7,1% [10], nel resto del mondo, secondo le stime più ottimistiche, raggiungono il 14% [11]. In quel resto del mondo, con un processo di esternalizzazione dei problemi, si pesca il pesce in Senegal [12] e si preleva il krill in Antartide per i nostri impianti di acquacoltura, si coltivano soia, mais e grano OGM in Brasile, Botswana, Malawi, Mozambico, Tanzania ed Etiopia per i nostri allevamenti, spesso con agrofarmaci e pesticidi vietati in Europa per la loro tossicità ma che esportiamo a casa loro a nostro beneficio economico. E per tutto questo si deforesta e si esauriscono gli oceani.

bovini allevamento intensivo stalla carne animali vacche
L’allevamento occupa circa il 77% dei terreni agricoli mondiali, ma produce solo il 17% dell’apporto calorico globale. Le colture occupano meno del 25% dei terreni agricoli mondiali, ma forniscono l’83% dell’apporto calorico alimentare globale. (Fonte: Zidarič T, et al Food Engineering Reviews 2020.)

Rendere invisibile il prezzo del nostro benessere è necessario a proteggere la nostra ricchezza. Sulle terre e nel mare di cui vivevano intere famiglie, ora provvede un solo trattore, un solo peschereccio – senza alcun vantaggio per le popolazioni locali, che si impoveriscono ed emigrano. Se i nostri occhi vedessero, le nostre coscienze non si ribellerebbero? Rendere invisibile il prezzo del nostro benessere è necessario a proteggere la nostra ricchezza [13].

Eva Rigonat, Medica veterinaria ISDE – Medici per l’ambiente

Questo articolo (Etica dell’allevamento o allevamento etico?) di Eva Rigonat è stato pubblicato alla rivista Il Punto dell’Ordine dei medici e odontoiatri di Torino. Lo riproponiamo qui su Il Fatto Alimentare con il consenso della testata e dell’editore.

Bibliografia

  1. Webinar Genetica e nutrizione del broiler: si veda la relazione di Claudio Ambrogio dal min 14.10.
  2. L’assimilazione tra agricoltura intensiva e allevamento intensivo è data dal fatto che nell’Unione Europea in media il 70% delle terre coltivate lo è per fornire alimenti agli animali d’allevamento.
  3. Reshaping the European agro-food system and closing its nitrogen cycle: The potential of combining dietary change, agroecology, and circularity
  4. La dieta buona e sostenibile? Un’utopia per 1.6 miliardi di persone
  5. I piccoli produttori nutrono ancora il Pianeta, nonostante la Fao
  6. Le striature bianche nel petto di pollo? La veterinaria dell’ASL spiega cosa rivelano
  7. Food for profit
  8. Per definizione il settore primario è il settore che raggruppa tutte le attività legate allo sfruttamento delle risorse naturali o materie prime basilari per la sopravvivenza degli esseri umani. Queste attività includono: agricoltura, pesca, allevamento, pastorizia, silvicoltura, attività mineraria
  9. 7° Rapporto sui Crimini Agroalimentari in Italia
  10. Focus sulle emissioni da agricoltura e allevamento
  11. Livestock’s Long Shadow
  12. “Until the end of the world”, il documentario che racconta l’allevamento intensivo di pesci
  13. Saitō Kōhei. Il capitale nell’antropocene. Torino: Giulio Einaudi Editore, 2024.

© Il Punto – riprodotto su autorizzazione Foto: Depositphotos, Il Fatto Alimentare

5 1 vota
Vota
Iscriviti
Notificami
guest

0 Commenti
Feedbacks
Vedi tutti i commenti
0
Ci piacerebbe sapere che ne pensi, lascia un commento.x