I consumatori chiedono chiarezza sul benessere animale, ma il marketing deve evitare trappole e bugie
Negli ultimi anni, la crescente consapevolezza sulle condizioni negli allevamenti intensivi ha spinto molti consumatori a cercare informazioni più dettagliate prima di acquistare prodotti di origine animale. Secondo un sondaggio del 2024 della European Consumer Association (BEUC), condotto in otto paesi (Belgio, Germania, Ungheria, Italia, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna e Svezia) su ottomila cittadini (mille per paese), nove consumatori su dieci avrebbero appoggiato il finanziamento europeo di iniziative finalizzate a migliorare il benessere animale, tre su quattro avrebbero voluto sapere in che modo fossero allevate le galline dalle quali si ottenevano le uova e il 72% desiderava che le indicazioni fossero estese anche ad altri prodotti oltre alle uova.
Rispondendo a questa domanda di chiarezza, le vendite dovrebbero aumentare, in teoria. Questo era quanto suggerivano alcuni studi degli anni scorsi che, però, non distinguevano tra i possibili diversi tipi di informazione. Non sempre infatti la dicitura relativa al benessere costituisce uno stimolo all’acquisto: molto dipende da come sono poste le informazioni, come ha dimostrato uno studio pubblicato su Appetite dai ricercatori dell’Institute for Consumer & Behavioral Research dell’Università di Saarbruecken, in Germania.
I parametri del benessere
Per capire innanzitutto se i consumatori fossero interessati all’argomento e, se sì, in che misura, i ricercatori hanno condotto una prima serie di interviste chiedendo a circa 140 persone di immaginare un QR Code e di attribuire un punteggio a uno tra otto tipi di parametri come, per esempio, le dimensioni del capannone, la storia medica dell’animale, il nome del macello e così via. Avendo riscontrato un grande interesse, si sono concentrati sulle modalità di comunicazione, e nello specifico su due tipologie: una relativa e una assoluta.
Quindi hanno chiesto a circa 200 partecipanti di attribuire un livello di interesse e un giudizio a informazioni ipoteticamente riportate su un QR Code di una confezione di pollo biologico, nel quale le stesse erano scritte con una delle due modalità: una relativa, che sottolinea il vantaggio rispetto allo standard senza fornire cifre crude (es. “Allevato con uno spazio doppio rispetto a quello tradizionale”), e una assoluta, che riporta dati numerici precisi (es. “10 animali per metro quadro”).

Immagini respingenti
Le reazioni dei partecipanti hanno mostrato qualcosa di inatteso: quando le informazioni erano troppo dettagliate risultavano respingenti, probabilmente perché mettevano in luce aspetti cui non si era pensato prima come gli effettivi metri quadri nei quali cresce un animale in allevamento. E questo risultava fastidioso, e allontanava il potenziale cliente dall’acquisto. Il risultato ne spiega anche un altro del sondaggio della BEUC, e cioè che non bisogna mai mentire né fare ciò che è stato ribattezzato welfare-washing, e cioè, per esempio, scrivere che gli animali sono felici: il consumatore sa che non possono esserlo in un allevamento, anche quando le condizioni sono controllate, e si sente tradito se si percepisce un travisamento della verità.
Come in molti altri settori merceologici, la fiducia del cliente è cruciale, e non bisogna ingannarla. Oltretutto, in questo ambito, è già scarsa, perché i consumatori sanno che i produttori tendono a offrire una visione edulcorata della realtà degli allevamenti.
Pulcini felici
Che il benessere animale sia sempre più importante lo dimostra anche il numero crescente di studi dedicati al tema e, in particolare, sia alla determinazione della coscienza nelle specie animali, sia all’identificazione delle condizioni migliori di allevamento. Negli stessi giorni in cui si pubblicava lo studio sulle diciture, ne usciva anche un altro, su Animal Welfare (rivista scientifica dedicata) che mostrava, in modo tanto semplice quanto convincente, che i pulcini delle galline ovaiole apprezzano molto le carezze umane e che l’approccio nei primi giorni di vita può fare una grande differenza.
I ricercatori delle Università di Bristol, in Gran Bretagna, e di Santiago del Cile hanno infatti messo una ventina di pulcini in camere di colore diverso, lasciando che mostrassero le loro preferenze. Quindi ne hanno “trattati” alcuni con carezze e con una voce affettuosa, e gli altri con una presenza umana del tutto neutra, in camere di colori diversi. Dopo il condizionamento hanno lasciato che i pulcini scegliessero dove stare, e hanno visto che quelli che erano stati trattati con dolcezza hanno sempre preferito le camere dove avevano ricevuto le carezze, e non quelle di colore diverso, a conferma che i pulcini non solo distinguono il tipo di interazione umana, ma sviluppano un vero e proprio legame affettivo con l’ambiente in cui avvengono tali scambi.
Inoltre i pulcini non hanno evitato del tutto le camere neutre, dimostrando così che non avevano una naturale avversione per gli esseri umani. Tuttavia, potendo scegliere, preferivano cercare il contatto.
Comunicazione e benessere animale
Lo studio dimostra quindi che il contatto umano può giocare un ruolo cruciale nel favorire il benessere emotivo dei pulcini fin dai primi giorni di vita. Queste scoperte aprono nuove strade per la comunicazione al consumo: sapere che un animale ha ricevuto cure e interazioni positive è un’informazione che il pubblico gradirebbe molto ricevere, a patto — come suggerito dalle ricerche precedenti — che venga presentata in modo chiaro e sotto forma di beneficio concreto, piuttosto che con freddi dati tecnici.
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Giornalista scientifica



Chi certifica il benessere animale ? E’ tutto qui il punto. Troppi interessi in ballo. Dovrebbe magari farlo un organismo di controllo che viene pagato dal produttore che a sua volte se non è soddisfatto può cambiare certificatore ? Buonanotte…