Vista satellitare dello stretto di Hormuz; concept: medio oriente, guerra in Iran

La crisi nello stretto di Hormuz mette sotto pressione la plastica per alimenti: rischi per filiere e prezzi, mentre la transizione verso alternative resta ancora lontana.

Tra le tipologie di merci messe a rischio dalla chiusura dello stretto di Hormuz ce n’è una che subisce l’impatto diretto della drastica diminuzione dei flussi di petrolio, gas e derivati: quella della plastica per alimenti. E se da un certo punto di vista – quello della riduzione di questi materiali – potrebbe essere una buona notizia, perché potrebbe motivare le aziende a cercare alternative e i centri di ricerca a intensificare gli studi, da quello dei prezzi e delle filiere produttive non lo è affatto, perché si tratta di un cambiamento brusco e del tutto non programmato. 

Un mercato estremamente dipendente dalla plastica

La produzione di plastica ha un destinatario principale: il mercato alimentare, che ne consuma il 40%, come spiega in un articolo il sito FoodNavigator. Carne, pesce, cereali, pane, riso, pasta, formaggi e derivati del latte, piatti pronti, snack: non c’è quasi cibo solido prodotto industrialmente che non sia in gran parte confezionato nella plastica a livello mondiale, anche se ci sono Paesi che si sono incamminati da tempo, lentamente, sulla via della riduzione e della sostituzione. Il mercato delle bevande se possibile è anche peggiore: ogni anno, solo per l’acqua si producono 600 miliardi di bottiglie, e per questo i rialzi anche piccoli si fanno subito sentire, e le oscillazioni dei prezzi dei derivati del petrolio si vedono immediatamente nel mercato della plastica.

File di bottiglie di plastica piene di acqua minerale
Solo per l’acqua si producono 600 miliardi di bottiglie di plastica ogni anno

Secondo le stime di FoodNavigator, tra il quattro e l’otto per cento di tutto il petrolio e gas prodotti a livello mondiale sono destinati alla plastica, e lo stretto di Hormuz è un punto particolarmente sensibile, perché gran parte del polietilene delle bottiglie, così come di alcuni intermedi come il metanolo, il glicole etilenico e il polipropilene sono prodotti direttamente nell’area del Golfo Persico e devono quindi poter transitare dallo stretto per raggiungere i mercati. 

L’Asia: prima vittima

L’interruzione o anche solo il rallentamento dei flussi commerciali sta già avendo ripercussioni in Asia, che riceve la stragrande maggioranza della nafta (uno dei materiali grezzi di partenza per la sintesi di polimeri plastici) dalla zona del Golfo. Secondo gli analisti interpellati, i primi rialzi si sono già fatti vedere nel mercato asiatico, e altri, più imponenti, sono attesi a breve, a meno che la situazione non cambi, perché numerose grandi aziende sia mediorientali che asiatiche hanno già dichiarato una sospensione o un fermo della produzione per cause “di forza maggiore”, un escamotage legale che permette di fermare gli stabilimenti senza incorrere in risarcimenti ai clienti. 

Secondo le previsioni, dopo l’Asia i rincari dovrebbero estendersi a tutto il mondo, dal momento che i produttori di alimenti confezionati potrebbero avere difficoltà crescenti nel reperire ciò di cui non possono fare a meno, ovvero i materiali per confezionare le proprie merci.

I rincari si aggiungeranno a quelli dei trasporti, del vetro, dei fertilizzanti, dei premi delle assicurazioni, dell’inflazione e della dilatazione dei tempi di spedizioni, inevitabili se le navi continuassero a essere costrette a lunghe circumnavigazioni. E i primi a pagare il costo dei rincari saranno i Paesi asiatici insieme a quelli europei, con effetti inflattivi assai difficili da contrastare.

Scaffale di un negozio etnico o supermercato cinese
L’interruzione o anche solo il rallentamento dei flussi commerciali sta già avendo ripercussioni in Asia

L’occasione per cambiare?

La crisi della plastica potrebbe accelerare la transizione verso materiali più sostenibili, ma secondo gli esperti non in misura decisiva. La crisi del Golfo è arrivata in un momento in cui i grandi produttori di petrolio e gas si stavano decisamente orientando sulla plastica e sul packaging, costretti dalla diminuzione di richiesta di combustibili fossili provocata dalla diffusione delle auto elettriche. E i produttori, per quanto motivati dalle carenze, di solito non sono inclini a stravolgere le proprie filiere e a investire in nuovi materiali: preferiscono acquistare quelli già sul mercato. Per questo è più probabile che si orientino verso la plastica che arriva da altre zone del mondo come gli Stati Uniti, molto più cara (il petrolio e il gas costano di più) ma ampiamente disponibile.

L’alternativa sarebbe il petrolio russo che però, nonostante i tentativi di Donald Trump di bypassare il blocco, resta inaccessibile per l’Europa e per molti altri Paesi a causa delle sanzioni entrate in vigore dopo l’attacco all’Ucraina. Ci sono poi altri potenziali fornitori di gas e petrolio e quindi polimeri come l’Algeria, la Repubblica del Congo, la Guinea Equatoriale, la Nigeria, il Gabon, la Libia e il Venezuela, oltre al rilascio di quantità extra da parte dell’OPEC, misura comunque temporanea.

L’associazione dei produttori Plastics Europe ha dichiarato a FoodNavigator di continuare a monitorare l’evoluzione della situazione, e ha sottolineato un fatto già emerso con grande forza con l’aggressione russa all’Ucraina: è indispensabile diversificare le fonti di approvvigionamento delle materie prime per proteggere le filiere produttive. Sarebbe altrettanto necessario, e non solo da un punto di vista di prezzi e approvvigionamenti, accelerare l’addio alla plastica, o quantomeno una drastica riduzione del suo uso nel settore alimentare.

© Riproduzione riservata Foto: Depositphotos

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