Un nuovo studio rivela l’efficacia di una molecola di seconda generazione: -15% di peso in 40 settimane, ma gli esperti avvertono sui pericoli dell’interruzione
Mentre i primi farmaci della categoria degli agonisti del recettore di GLP-1 (Glucagon-like Peptide-1) come il semaglutide (Ozempic) perdono il brevetto in paesi fondamentali come Cina, India, Turchia, Sudafrica, Canada e Brasile, e si apprestano dunque ad affrontare una concorrenza che si annuncia agguerrita da parte dei generici, nuove molecole si affacciano sul mercato degli antidiabetici-antiobesità, pronte (forse) a riempire il vuoto lasciato da Ozempic & soci. Sono infatti appena stati resi noti, per ora solo dall’azienda (Eli Lilly), i risultati di uno studio clinico che conferma l’efficacia della principale molecola di seconda generazione, il retatrutide, che anziché agire su un solo bersaglio come l’Ozempic ne prende di mira tre contemporaneamente. Tuttavia, bisognerà capire se questo farmaco, più potente dei precedenti, non sia gravato anche da effetti collaterali più preoccupanti. Un’informazione cruciale, anche alla luce dei dati sull’Ozempic pubblicati negli stessi giorni di quelli sul retatrutide.
Lo studio TRANSCEND-T2D-1
In attesa di pubblicarli su una rivista scientifica, la Eli Lilly ha reso noto in un comunicato stampa i risultati dello studio clinico denominato TRANSCEND-T2D-1, nel quale erano state reclutate oltre 500 persone con un diabete di tipo 2 da almeno due anni e mezzo, non tenuto sotto controllo con la sola dieta e l’esercizio. I ricercatori hanno somministrato ai pazienti, per quaranta settimane, un placebo o retatrutide (in tre dosi diverse). Questo farmaco attiva non solo i recettori del GLP-1, ma anche quelli del GIP (Glucose-dependent Insulinotropic Polypeptide) e del glucagone, l’ormone che contrasta l’insulina.

La glicemia
Lo scopo era valutare innanzitutto la glicemia, e poi la perdita di peso. Per quanto riguarda la glicemia, il farmaco ha assicurato una diminuzione media compresa tra l’1,7% e il 2%, rispetto allo 0,8% del placebo, mentre per quanto concerne il peso il risultato è stato anche al di sopra delle aspettative: -15,3%. Il retatrutide potrebbe quindi essere la molecola che consente di perdere più peso rispetto ai diretti concorrenti come l’orfoglipron, sempre di Eli Lilly, che ha la caratteristica importante di essere una formulazione orale e non iniettabile, e che però porta a perdere il 7,9% di peso, o il tirzepatide, ancora di Eli Lilly, con il quale si arriva al massimo al 13,1%.
C’è comunque un prezzo da pagare, in termini di effetti collaterali. Come accade con gli altri farmaci della categoria, anche con il retatrutide sopraggiungono spesso la nausea (che nello studio ha colpito un quarto di coloro che assumevano le dosi più alte), la diarrea (22,8%) e il vomito (17,6%), tutti presenti in percentuali di pazienti molto più elevate rispetto a quanto osservato con il placebo.
Restano poi da definire eventuali effetti a medio e lungo termine, che potrebbero avere un ruolo non secondario, come sta accadendo con i farmaci di prima generazione e come ha sottolineato uno studio uscito negli stessi giorni.
Rischi per tutti
In questo caso lo studio è stato pubblicato su una rivista del gruppo del British Medical Journal, Bmj Medicine, dai ricercatori della Washington University School of Medicine di Saint Louis, che hanno analizzato i dati di un numero enorme di pazienti: ben 333.000, tutti veterani che prendevano un agonista di GLP-1 oppure un antidiabetico classico, tutti seguiti per almeno tre anni dal momento dell’interruzione della terapia, confrontando che cosa era successo loro con le condizioni dei loro colleghi che, invece, avevano continuato la cura.
Retatrutide ed effetto rebound
Nei sei mesi successivi all’interruzione già si vedeva un incremento del rischio di attacchi cardiaci, ictus e decessi, che arrivava al 22% nei due anni seguenti. Secondo gli autori, non si tratta solo del fatto che, come hanno mostrato molti studi, non appena si interrompe la terapia il peso tende nuovamente a salire. Piuttosto, visto che questi farmaci sono anche antinfiammatori, e poi regolano la pressione e il colesterolo, con lo stop si verifica un effetto rebound, che fa peggiorare sensibilmente i principali indici di rischio cerebro- e cardiovascolare. Da notare che, nei tre anni di osservazione più di un paziente su quattro ha abbandonato il farmaco GLP-1 e pochi di meno lo hanno fatto nei primi sei mesi, per poi riprendere con un secondo ciclo in seguito.
Visti in un altro modo, questi dati indicano che solo chi prosegue per almeno tre anni ha un beneficio – cioè una riduzione del rischio cardiovascolare – del 18%, mentre chi lo fa per due anni arriva al 7% e chi li assume per 2,5 anni ha una riduzione del rischio del 15%. Chi invece si ferma prima non ha nessun beneficio, perché quelli eventualmente presenti sono annullati dall’effetto rebound.
Poiché il retatrutide interviene sulla stessa cascata metabolica, sarà cruciale capire che cosa accade se, come probabile, si smette prima del tempo.
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Giornalista scientifica


