L’Iran è il terzo produttore mondiale di uva passa: l’instabilità minaccia le catene di approvvigionamento globali.
C’è un prodotto alimentare cui si pensa poco, ma che è utilizzato in tutto il mondo, che potrebbe risentire più di altri della guerra in Iran: l’uva passa o uvetta. L’Iran è infatti il terzo produttore al mondo, ed esporta in decine di paesi. La produzione e soprattutto l’esportazione, già messe a dura prova dal clima, potrebbero ora rallentare drasticamente, con ripercussioni ad ampio raggio.
Piccola ma usata ovunque
L’uvetta è facile da ottenere: partendo da varietà senza semi come la Thompson Seedless, viene lasciata al sole per due-tre settimane, durante le quali perde tra il 75 e l’80% di umidità e dopo le quali viene raccolta, lavata, selezionata, talvolta sottoposta a lavorazioni specifiche e quindi confezionata e venduta ai produttori alimentari.
La sua vulnerabilità più grande, oltre a quelle legate all’uva ancora sulla vite, sono gli sbalzi climatici: se nelle settimane di raccolta piove, i frutti sono danneggiati, e a risentirne sono quantità e qualità dei raccolti.
L’uvetta è apprezzata per le sue caratteristiche chimico-fisiche, perché è un dolcificante naturale e consente quindi di diminuire la quantità di zuccheri raffinati aggiunti, e perché, grazie alla consistenza e all’idratazione residua, rende morbide miscele che non lo sono come le granola, o le barrette di cereali. È inoltre considerata un alimento di qualità nutrizionale elevata perché contiene molte fibre, in proporzione, e micronutrienti, ed è saldamente inserita nelle culture culinarie sia occidentali che mediorientali e orientali, nelle quali trionfa in decine di ricette dolci e salate.

Solo le barrette di cereali ne consumano 150.000 tonnellate all’anno, e tre snack su dieci la contengono. Inoltre, secondo alcune indagini di mercato condotte in Europa e Nord America, chi cucina in casa ne acquista almeno una confezione una volta a trimestre. Tutto ciò spiega perché, anche se non è percepita come alimento essenziale, occupi una sua nicchia molto importante, e perché sostituirla sarebbe assai complicato, soprattutto perché la produzione è concentrata in una manciata di paesi.
Il mercato dell’uvetta
Come ricorda il sito Food Navigator in un articolo dedicato, secondo l’International Nut and Dried Fruit Council la produzione globale è di circa 1,2-1,3 milioni di tonnellate, a seconda degli anni.
Il primo produttore al mondo è la Turchia, che ogni anno vende tra le 300.000 e le 320.000 tonnellate, esportandole poi prevalentemente in Europa. La regione interessata è quella di Manisa, ma già prima del conflitto la produzione stava iniziando a fluttuare pericolosamente. Nel 2023-2024, per esempio, ci sono state piogge torrenziali che hanno danneggiato i raccolti, riducendo i quantitativi a 165.000 tonnellate. Segue la California, con 200.000 tonnellate, che serve principalmente, ma non esclusivamente, il mercato interno.
Poi c’è l’Iran, che prima della guerra oscillava tra le 120.000 e le 200.000 tonnellate, con una media di solito attorno alle 175.000, e che esportava sia verso occidente sia verso oriente, servendo anche tutto il mercato mediorientale e mediterraneo. Da solo, l’Iran forniva l’11% dell’uvetta globale, arrivando in ottanta paesi.

Ci sono poi altri protagonisti, che però hanno un ruolo più limitato. La Cina, per esempio, soprattutto nella regione dello Xinjiang, produce quasi interamente per il mercato interno, e anch’essa ha subito le conseguenze del clima avverso negli ultimi anni.
Cambiamento climatico
Infine, tra i principali c’è il Sud Africa, che serve l’emisfero Sud, ed era in crescita anche nei mercati europei. Tuttavia, le previsioni per la stagione attuale, 2025-2026, sono state riviste al ribasso del 14%, pari a 86.500 tonnellate per un’invasione di peronospora.
L’uvetta, come il cacao e il caffè, è quindi particolarmente esposta sia al cambiamento climatico che ai parassiti, e risente delle ripercussioni delle guerre sulle rotte commerciali.
Lo si vede dai prezzi, che avevano già iniziato a mostrare la vulnerabilità del settore: se tra il 2018 e il 2020 una tonnellata era venduta a circa 1.200-1.400 dollari, nel biennio 2023—2025 si era già arrivati a 1.600-2.200, a causa di piogge e malattie delle piante; secondo gli analisti, nei prossimi 18 mesi non dovrebbe scendere sotto i 2.400 dollari a causa della guerra, che sta minacciando i raccolti iraniani e potrebbe interferire con le spedizioni.
Poiché la domanda non sta calando ma, al contrario, in diversi paesi sta aumentando, il risultato previsto oggi è un aumento del prezzo dei prodotti finiti, ovvero inflazione. Il mercato sta iniziando a reagire: sempre secondo Food Navigator, i produttori sudafricani hanno avuto un incremento improvviso della domanda da parte di aziende internazionali che non vogliono rimanere senza uva passa, nonostante si tratti di un prodotto non fresco, e il cui commercio può quindi essere programmato con largo anticipo.
L’uvetta entra anche in dolci e pani tipici della Pasqua di molti paesi. Forse quest’anno ce ne saranno un po’ di meno, e costeranno un po’ di più.
© Riproduzione riservata Foto: Depositphotos
Giornalista scientifica


