Salute a tavola: le nuove evidenze scientifiche dal team di Harvard sull’invecchiamento cerebrale.
Nel 2015, gli esperti dell’Università di Harvard hanno proposto una variante della dieta mediterranea e della DASH (Dietary Approaches to Stop Hypertension, studiata per proteggere il cuore) chiamata dieta MIND, una sorta di mix tra le due, messa a punto per preservare specificamente le facoltà cognitive nelle età adulta e avanzata.
La dieta MIND prevede di dare ampio spazio a tutti gli antiossidanti e quindi alla verdura (con presenza costante di quelle a foglia larga come gli spinaci), alla frutta (in particolare ai frutti di bosco), ai frutti a guscio, ai cereali integrali, ai legumi, al pesce e alle carni bianche, usando solo olio extravergine di oliva come condimento aggiunto, e di limitare il più possibile i dolci, le carni rosse, i formaggi, i cibi fritti, il burro e le margarine.
L’indicazione era nata dopo che lo studio di un migliaio di anziani di 40 residenze avevano mostrato un beneficio sulle prestazioni cognitive e sulla demenza di Alzheimer, e quei risultati sono stati confermati in seguito da altre ricerche analoghe. Tuttavia, finora si sapeva poco degli effetti sul cervello misurabili, ovvero su ciò che si può vedere analizzando quelle parti del cervello che cambiano con l’età, e le cui modifiche sono associate a un declino più o meno rapido delle funzioni cognitive. A colmare almeno in parte la lacuna provvede ora uno studio pubblicato sempre dai ricercatori di Harvard sulla rivista del gruppo British Medical Journal chiamata Journal of Neurology Neurosurgery & Psychiatry, che si concentra sui dati delle risonanze.
Lo studio sulla dieta MIND
I soggetti esaminati in questo caso erano i partecipanti a una delle diramazioni del celebre studio Framigham, lanciato nel 1948, tra i primi a valutare gli effetti dello stile di vita inizialmente sulle malattie cardiovascolari, e poi sui molti altri parametri, chiamata Framingham Heart Study Offspring cohort. In particolare, gli autori hanno considerato oltre 1.600 persone che, al momento del reclutamento, avevano un’età media di 60 anni. Di tutte erano disponibili non meno di due risonanze, effettuate a intervalli compresi tra i due e i sei anni a partire dal 1999, e i risultati di check up completi condotti ogni quattro-otto anni, nello stesso intervallo di tempo.

Tra il 1998 e il 2019 le risonanze non avevano mostrato segni di decadimento cognitivo o demenza, il follow up medio era stato di 12 anni.
Oltre a questi aspetti medici, i partecipanti avevano compilato almeno un questionario sulle proprie abitudini alimentari nei periodi compresi tra il 1991 e il 1995, e poi tra il 1995 e il 1998 e infine tra il 1998 e il 2001, che sono stati utilizzati per attribuire un punteggio di adesione alla dieta MIND in 15 punti, dove i valori compresi tra zero e sette indicavano che la persona non aveva seguito per nulla la dieta, mentre 15 che la fedeltà ai consigli era stata ottimale. Peraltro, dei ricercatori, avevano già utilizzato il riscontro con il punteggio, in un altro studio nel quale la dieta MIND aveva trovato conferme nella stessa coorte di Framingham, anche se non si era scesi più di tanto nel dettaglio degli effetti sull’anatomia del cervello.
Quei puntini nelle risonanze
In questo caso, invece, gli autori hanno voluto confrontare i principali parametri che definiscono il declino, tra i quali la perdita di materia grigia in alcune zone e il rallentamento dell’espansione dei ventricoli. Per quanto riguarda la prima, ogni tre punti in più nel punteggio corrispondevano a un rallentamento di 0,279 centimetri cubici (cm3) risparmiati all’anno, pari a una diminuzione del 20%, traducibile in 2,5 anni di ritardo nell’invecchiamento cerebrale. Per quanto concerne l’allargamento dei ventricoli, il guadagno era stato di 0,071 cm3 all’anno, pari all’8% e corrispondente a un ritardo di un anno. I dati anatomici sembrano quindi confermare quelli epidemiologici e clinici, anche se non sono mancate alcune sorprese.
Pur rispettando lo schema generale della dieta MIND, infatti, dai risultati sembra emergere un’associazione non positiva con i cereali integrali, che provocherebbero un’accelerazione e non un rallentamento dell’invecchiamento del cervello. Al contrario, i formaggi, quasi banditi dalla formulazione del 2015, avrebbero un’azione positiva.
La dieta e lo stile di vita
Infine, la MIND sembra particolarmente efficace in chi mostra i segni iniziali di un declino, oppure una velocità superiore alla media dei normali processi fisiologici di questo tipo legati all’età. Inoltre, l’associazione diventa più salda in chi non è obeso e ha uno stile di vita più sano, che preveda anche l’attività fisica.
Lo studio ha alcuni limiti piuttosto evidenti, a cominciare dalla raccolta dei dati sulle abitudini alimentari, non molto frequente, per continuare con il fatto che i ricercatori non hanno valutato eventuali fattori genetici, cambiamenti di dieta o altri possibili fattori intervenuti negli anni come certe patologie, e che si tratta comunque di una ricerca osservazionale, che mette in relazione due fatti senza poter dimostrare l’esistenza di un rapporto.
Tuttavia, il messaggio sembra chiaro: la dieta MIND può aiutare, e la strategia migliore per preservare la lucidità mentale è sempre quella globale, sullo stile di vita.
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Giornalista scientifica


