Un nuovo studio su 160.000 persone svela un legame allarmante: il consumo abituale di cibi industriali accelera la perdita di densità minerale ossea, colpendo soprattutto i più giovani e chi è sottopeso.
Tra i molti già descritti, c’è un effetto collaterale del consumo di alimenti ultra processati di cui si è parlato di meno, negli ultimi anni: quello sulle ossa. Chi include abitualmente prodotti industriali nella propria alimentazione in quantità significative, specie se non ancora avanti con gli anni e di basso peso corporeo, può averne in cambio una diminuzione della densità ossea e un aumento del rischio di fratture.
Lo studio sugli ultra processati
Ad accendere i riflettori sui danni alle ossa è ora uno studio pubblicato sul British Journal of Nutrition nel quale i ricercatori dell’Università di Shenzhen, in Cina, hanno analizzato i dati contenuti nel grande archivio britannico UK Biobank. Nello specifico, hanno analizzato lo stato di salute delle ossa e le abitudini alimentari di circa 163.000 persone dell’età media di 56 anni al momento dell’arruolamento, seguite per 12 anni, che assumevano in media otto porzioni di ultra processati ogni giorno (per porzione si intendono prodotti diversi come un primo piatto pronto, oppure un dessert, uno snack o una bevanda dolce).

Hanno così scoperto che coloro che consumavano le quantità maggiori di ultra processati erano anche coloro tra i quali la densità ossea era diminuita maggiormente sia nel femore, sia nelle vertebre sia in tutto lo scheletro, nonché coloro che avevano fatto registrare un numero maggiore di fratture. Per ogni 3,7 porzioni di ultra processati in più al giorno, l’aumento del rischio di fratture del femore era del 10,5% e di qualunque tipo di frattura del 2,7%.
L’effetto sembra essere più marcato tra chi è in sottopeso, condizione che di per sé rende le ossa più fragili, e in chi ha meno di 65 anni, perché fino a quando il quadro ormonale è intatto l’assorbimento di nutrienti ma anche di additivi è più efficiente, mentre l’associazione sfuma dopo quell’età, anche perché le ossa risentono molto dell’abbassamento dei livelli ormonali e sarebbe difficile distinguere i diversi tipi di cause.
L’interpretazione
Come sempre lo studio è di tipo osservazionale, e cioè non dimostra direttamente l’esistenza di un rapporto di causa ed effetto tra l’assunzione di ultra processati e il calo della densità ossea o l’incremento di fratture (più di 7.800 quelle registrate nei 12 anni di osservazione, mille delle quali al femore), ma l’ipotesi è rafforzata anche da studi precedenti. In particolare, tra gli altri nel 2024 uno studio condotto su un altro grande database, quello statunitense del National Health and Nutrition Examination Survey (NHANES), ha suggerito un’associazione con l’osteoporosi partendo dai dati di oltre 10.000 persone.
Un altro, del 2016, ha ipotizzato che i bambini (analizzati alla nascita e poi a quattro e sei anni) che vivono in zone dove i fast food sono molto presenti (o nati da donne che vivevano in quel tipo di quartiere quando sono rimaste incinte) possano avere ossa più fragili dei loro coetanei che vivono in zone dove si vende cibo più sano.
Considerando che ormai in molti paesi gli ultra processati costituiscono la metà o più delle calorie giornaliere, e che l’età media è ormai molto elevata (e in proporzione l’osteoporosi sempre più diffusa), si tratta di una conseguenza dagli effetti rilevanti, che dovrebbe essere più conosciuta, e potrebbe contribuire a convincere le persone a tornare a un’alimentazione più sana.
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Giornalista scientifica


