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Due nuovi studi rivelano il legame tra dieta plant-based e prevenzione oncologica, ma avvertono: superata una certa soglia d’età, il fabbisogno dell’organismo cambia radicalmente.

Avere una dieta vegetariana o pescetariana, che esclude quindi la carne e altre proteine animali in modi variabili a seconda della scelta, aiuta a limitare il rischio di sviluppare diversi tipi di tumore. Tuttavia, dopo gli ottant’anni, sarebbe meglio reintrodurre, almeno in parte, alimenti di origine animale, perché a quell’età l’organismo ha necessità specifiche che difficilmente possono essere soddisfatte senza il contributo di alimenti quali la carne. Se invece la scelta è comunque vegetariana o vegana, è fondamentale pianificare attentamente ciò che si mangia.

Questo è il risultato di due studi, diversi tra loro, pubblicati negli stessi giorni, dai quali emerge un unico messaggio, non a caso ribadito dagli autori di entrambi i lavori: non esiste un tipo di dieta ideale per tutti e per tutta la vita. A seconda della fase, sarebbe bene effettuare un bilancio della situazione personale e uno dei possibili benefici calmierato dai rischi, per capire quale sia l’alimentazione ottimale.

Più verdure meno tumori

Il primo lavoro – il più esteso mai pubblicato, secondo gli autori – ha cercato di capire se i vegetariani fossero o meno protetti dai tumori e, se sì, da quali e a che condizioni. A tale scopo i ricercatori della Oxford Population Health’s Cancer Epidemiology Unit, sponsorizzati dal World Cancer Research Fund, hanno analizzato i dati, presenti in nove studi, di oltre 1,8 milioni di persone, 72.000 delle quali vegetariane o vegane, cercando le eventuali correlazioni con 17 tipi di tumori.

A seconda del tipo di alimentazione, i partecipanti sono stati suddivisi in cinque categorie: coloro che mangiavano carne, coloro che ammettevano il pollo (ma non le carni rosse o processate), i pescetariani (che accettavano solo il pesce come proteina animale), i vegetariani (che mangiavano anche uova e derivati del latte) e i vegani.

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Avere una dieta vegetariana aiuta a limitare il rischio di sviluppare diversi tipi di tumore

Come hanno illustrato sulla rivista del gruppo Nature The British Journal of Cancer, il risultato è stato che, rispetto a coloro che mangiavano carni rosse, i vegetariani avevano un rischio di tumore del pancreas inferiore del 21%, del tumore della mammella più basso del 9%, della prostata del 12%, del rene del 28% e uno di sviluppare un mieloma multiplo addirittura del 31%. Tuttavia, gli stessi vegetariani avevano un rischio di avere un tumore squamoso dell’esofago circa doppio rispetto agli onnivori. Non sono invece emerse differenze rilevanti per le altre forme analizzate, e cioè per i tumori di: colon retto, stomaco, fegato, polmone, endometrio, ovaio, esofageo (adenocarcinoma) e poi per le leucemie e i linfomi Non-Hodgkin (LNH).

Le statistiche

Per quanto riguarda i vegani, il rischio di tumori del colon retto era statisticamente più elevato rispetto agli onnivori, mentre per gli altri tumori o non sembrava esserci una relazione oppure i numeri erano troppo esigui per trarre conclusioni definitive. I pescetariani, a loro volta, mostravano una diminuzione soprattutto per i tumori del rene, della mammella e del colon.

Sulle cause, secondo gli autori è probabile che l’effetto protettivo sia esercitato soprattutto dalle fibre. Per gli aumenti visibili per i vegetariani nei tumori squamosi dell’esofago e per i vegani in quelli del colon retto, ci potrebbe essere qualche elemento protettivo nei cibi animali, ma ancora non si sa quale potrebbe essere, e varrebbe la pena approfondire.

La conclusione – fermo restando che si tratta di associazioni e non di dimostrazioni di causa ed effetto, e che alcune ricerche incluse sono di qualità non inattaccabile – è però un consiglio ben noto, che stride con quelli delle nuove linee guida statunitensi: a tavola, per prevenire il cancro, è opportuno costruire i propri pasti (questa l’espressione usata) attorno ai cereali integrali, ai legumi, alla frutta e alla verdura, evitando le carni processate e limitando quelle rosse. Inoltre, non esiste un unico tipo di dieta ottimale per tutti.

Per i superagers, però…

Lo stesso concetto guida la seconda ricerca, pubblicata sull’American Journal of Clinical Nutrition dai ricercatori della Fudan University di Shangai, in Cina. In questo caso la popolazione osservata è stata quella degli over 80, spesso esclusi dagli studi sulle conseguenze sulla salute sul tipo di dieta. Gli autori hanno lavorato sui dati di circa cinquemila ottantenni (all’epoca dell’inizio dello studio) reclutati nell’ambito del Chinese Longitudinal Healthy Longevity Survey nel 1998, e seguiti fino al 2018, e hanno osservato un fatto che in apparenza sembra contraddire la stragrande maggioranza delle indagini fatte negli ultimi anni: coloro che, essendo in sottopeso, avevano una dieta vegetariana o vegana, avevano minori probabilità di raggiungere i cento anni rispetto a coloro che, a parità di peso, erano onnivori. In altre parole, per i vegetariani e vegani più magri il rischio di morte era maggiore.

E questo nonostante l’esclusione delle proteine animali sia stata sempre associata a una diminuzione del rischio di numerose patologie come i tumori dello studio precedente e, di conseguenza, a un calo del rischio di morte. Ma, come detto, si trattava quasi sempre di studi di adulti o su persone con un’età compresa tra i 60 e gli 80-85 anni. In questo caso, invece, sono stati studiati i cosiddetti superagers, cioè coloro che non di rado raggiungono i cento anni.

Una dieta vegetariana ben calibrata

Secondo gli autori, il motivo dell’effetto sulla longevità è abbastanza chiaro. Con l’andare degli anni, le persone hanno bisogno soprattutto di vitamine come la B12, di calcio e vitamina D per le ossa, di proteine per i muscoli e di altri nutrienti essenziali per prevenire la fragilità, le fratture, la perdita di energia e di appetito. Se un anziano è già al limite ponderale o in sottopeso, spesso per una malnutrizione non riconosciuta, una dieta vegetariana può non essere adatta, se non calibrata in modo estremamente scrupoloso, perché può non apportare tutto ciò di cui la persona necessita, al di là delle calorie. E ciò può comportare un rischio più elevato di patologie associate e di morte.

Ciò che l’organismo richiede a novant’anni – concludono i ricercatori – è sostanzialmente diverso da ciò di cui ha bisogno a cinquanta. Con un corollario: l’effetto sulla longevità degli over 80 non pregiudica in alcun modo i benefici di una dieta a base vegetale nelle altre età della vita.

© Riproduzione riservata Foto: Depositphotos

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