Gli insetti e le farine che se ne ricavano sono nutrienti, sicuri e hanno un impatto ambientale nettamente inferiore a quello di altre proteine animali. Eppure stentano a entrare nella dieta dei consumatori europei, che spesso non nascondono il disgusto all’idea di consumare grilli o larve. Un problema di percezione che deve esser affrontato sfruttando proprio i meccanismi di apprendimento, per superare resistenze che sono socialmente apprese. Se n’è parlato nei giorni scorsi all’Università degli Studi di Milano-Bicocca, in occasione del convegno Insetti a tavola – Tra psicologia e pratiche sostenibili.
“I vantaggi del consumo di insetti sono molteplici, dal punto di vista della salute, dell’impatto ambientale e anche del benessere animale”, spiega Cristina Zogmaister, docente di psicometria all’Università di Milano Bicocca e prima ricercatrice del Progetto BUGIFY (A Bug In the Food is Yummy) finanziato dall’Unione Europea tramite il programma PNRR. Le ricerche che ne fanno parte, presentate al convegno, “si collegano a un filone di ricerca che stiamo portando avanti in Bicocca, su cosa può modificare gli atteggiamenti ma anche le reazioni spontanee dei consumatori”, precisa la docente. Per valutare queste ultime, si può chiedere per esempio a chi partecipa all’esperimento di reagire rapidamente a immagini presentate al computer: il tempo impiegato per avvicinare o allontanare immagini di cibi a base di insetti può rivelare reazioni immediate e automatiche, diverse dalle valutazioni consapevoli.

La difficile strada degli insetti
Sappiamo che il consumo di insetti stenta ad affermarsi: “siamo ancora una piccola realtà, anche se nel 2025 abbiamo venduto 150mila confezioni di prodotto, e il fatto che il 59% della popolazione affermi di voler ridurre il consumo di carne, mentre al tempo stesso punta a un’alimentazione ricca di proteine, dovrebbe lasciare spazio a questo prodotto. Ha importanza anche il modo in cui lo si presenta, e il canale di vendita, che per noi è principalmente online”, ha spiegato al convegno Edoardo Imparato di Small Giants. Tanto che l’azienda ha lanciato nuove linee di alimenti a base di lievito e cozze proprio per accreditare i propri prodotti come fonti alternative di proteine. Mentre per Tommaso Pinto, responsabile ricerca di Nutrinsect che produce prodotti a base di grilli destinati principalmente al pet food, uno dei problemi principali è rappresentato dagli ostacoli burocratici alla diffusione di questi prodotti.
Le strategie per promuovere gli insetti
“Abbiamo visto che le strategie tradizionali per promuoverli, basate sull’educazione e l’uso di testimonial, sono efficaci solo in determinate situazioni”, spiega il ricercatore Francesco Fedeli che ha presentato al convegno due ricerche. La prima realizzata in collaborazione con l’Università di Ghent, è basata sul principio delle caratteristiche condivise: “sappiamo che se due oggetti condividono una stessa caratteristica le persone tendono a pensare che ne condividano anche altre, un meccanismo molto utilizzato nel marketing”, spiega Fedeli.
Lo studio mostra che anche un elemento marginale come una cornice colorata applicata a un’immagine può indurre ad associare un alimento a base di insetti con altri alimenti percepiti come gustosi – un gelato o sani cracker ai cereali – modificando atteggiamento e intenzioni di acquisto dei partecipanti. “Abbiamo verificato che il contesto in cui è presentato il prodotto può renderlo più accettabile, un metodo che potrebbe essere incrementato, per esempio, con il posizionamento dei prodotti a base di insetti all’interno dei punti vendita”, osserva Fedeli.

Il ruolo dell’apprendimento sociale
Un altro studio riguarda invece proprio i meccanismi di apprendimento sociale e gli effetti su questo della visibilità: 300 soggetti tra i 18 e i 45 anni hanno visto una serie di video in cui una persona consumava snack tradizionali, oppure a base di insetti, e in alcuni casi reagiva a questi ultimi in modo positivo. “Si è osservato che vedere qualcuno che consuma un prodotto a base di insetti basta a renderlo attraente, anche se non viene espressa una reazione positiva”, sottolinea Fedeli.
Un’indicazione che fa riflettere sull’utilità di promuovere dimostrazioni dal vivo e degustazioni nei punti vendita, e usare video o immagini di persone che consumano i prodotti per campagne promozionali o per aumentare la curiosità e l’interesse del pubblico. Lo studio mostra però che se gli insetti sono visibili, vederli consumare non modifica l’atteggiamento dei soggetti coinvolti: “Il fatto di non vedere l’insetto è fondamentale per ottenere un apprendimento sociale”, spiega Zogmaister.
Realtà virtuale
Tra le ricerche presentate ce n’è poi una ancora in corso, basata sulla realtà virtuale, presentata dalla ricercatrice Chiara Lucafò dell’Università degli Studi “G. d’Annunzio” di Chieti. Partendo dal presupposto che il cervello interpreta un’esperienza virtuale come autentica che può portare a riconfigurare la realtà, è stato creato un vero e proprio ristorante virtuale – proposto in due versioni, una più casalinga e una più formale – in cui si può scegliere tra un menu tradizionale e uno a base di insetti: “ l’idea è di valutare l’effetto sulla scelta di messaggi egoistici o altruistici proposti ai partecipanti, che evidenziano i vantaggi del consumo di insetti per la salute o per l’ambiente“, spiega Lucafò.
“Abbiamo visto che anche i nostri studenti, che interrogati in proposito dicevano che non avrebbero consumato insetti, trovandosi poi davanti a un cibo che li conteneva l’hanno assaggiato senza problemi, – conclude Zogmaister, – sfruttare i meccanismi dell’apprendimento sociale potrebbe servire anche a favorire il consumo di altri alimenti sani e non particolarmente graditi come le alghe.”
© Riproduzione riservata Foto: Depositphotos, Small Giants, Fotolia
giornalista scientifica


