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Le nano e le microplastiche che viaggiano attraverso l’aria e che poi si depositano al suolo sono forse molte di più rispetto a quanto ritenuto finora. Questo è quanto suggeriscono due studi usciti negli stessi giorni, che sembrano rafforzarsi a vicenda pur avendo caratteristiche diverse. Tuttavia, in quelle stesse ore è uscito anche un articolo sul sito del quotidiano britannico The Guardian che riassume alcune contestazioni comparse nella letteratura scientifica rispetto alle identificazioni degli stessi materiali nei tessuti umani e, indirettamente, a tutte queste ricerche, che soffrirebbero di gravi pecche metodologiche.

La realtà, come vedremo, è un po’ diversa, e non è detto che qualche risultato dubbio metta in discussione anni di ricerche.

Respirare microplastiche

Che l’aria sia una delle fonti più importanti di contaminazione da nano e microplastiche è noto da tempo. Ai normali frammenti di rifiuti si devono infatti aggiunti quelli derivanti dall’usura degli autoveicoli e del selciato, dagli scarichi e molto altro. Ma la quantificazione è sempre stata difficile sia a causa delle diverse tipologie di flussi sia per i metodi di analisi, che non sono sempre stati adeguati. Per superare questi limiti i ricercatori dell’Institute of Earth Environment of the Chinese Academy of Sciences (IEECAS) hanno raccolto campioni di polveri cadute a terra e risollevate per esempio da vento, pioggia, neve e aria in due grandi città cinesi, Guangzhou e Xi’an, e li hanno sottoposti a un’analisi al microscopio elettronico guidata da un sistema computerizzato, che dovrebbe minimizzare l’errore umano che si determina quando un osservatore quantifica ciò che vede in un microscopio.

Preoccupazioni

Il risultato, illustrato su Science Advances, è stato preoccupante, perché sia le nano che le microplastiche sarebbero presenti in concentrazioni molto più elevate rispetto alle attese. Nello specifico, l’ordine di grandezza per entrambe le tipologie sarebbe da due a cinque volte quello considerato medio, e la fonte principale sarebbe la polvere risollevata dopo essersi depositata a terra. Quella che non si rialza in volo, inoltre, conterrebbe più tipi di polimeri di quella in aria.

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Quando c’è alta pressione e il tempo è bello la deposizione di microplastiche al suolo è più bassa

In questo caso, gli autori hanno prestato particolare attenzione ai controlli, verificando le contaminazioni, eseguendo test con materiali simili ma senza plastiche e purificando il più possibile i campioni. Inoltre non hanno usato il calore per vaporizzarli e poi sottoporli a metodi molto usati, che si basano sul gas-cromatografo e sulla spettrometria di massa, ma hanno preferito quello ottico: un aspetto importante, come vedremo, rispetto alle accuse del Guardian.

Plastiche nel terreno

Il secondo studio è stato svolto nelle aree attorno a quattro centri urbani completamente diversi: le campagne di Wytham Woods; la zona periferica, suburbana di Summertown, e quella cittadina di Oxford, tutti nell’Oxfordshire britannico. I ricercatori hanno prelevato i campioni al suolo ogni due-tre giorni tra maggio e luglio 2023, e poi li hanno sottoposti a una spettroscopia all’infrarosso. Come riportato su Environmental Pollution, in totale sono stati trovati e analizzati 21 tipi di polimeri, i cui frammenti sono stati suddivisi in quattro classi in base alle dimensioni, comprese tra 25 e 100 o più micrometri (millesimi di millimetro). La media è stata molto variabile, e compresa tra 12 e 500 microplastiche per metro quadrato al giorno.

Le sorprese, però, sono arrivare confrontando i diversi ambienti: il peggiore è risultato quello più rurale, di Wytham Woods, mentre nella città di Oxford si è avuta la maggiore variabilità del tipo di polimero presente. Sempre a Wytham Woods quello più rappresentato era il polietilen tereftalato o PET, usato tra l’altro nelle bottiglie e in molti indumenti, Summertown il polietilene o PE (utilizzato per le buste), e a Oxford l’alcol etilen vinilico, molto impiegato nel packaging alimentare, e in alcuni componenti dei motori.

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Una delle microplastiche più rappresentate è il polietilen tereftalato o PET

Pioggia o sole?

Dai dati è emerso anche un ruolo molto importante delle condizioni atmosferiche: quando c’è alta pressione e il tempo è bello la deposizione al suolo è più bassa, mentre quando c’è vento, soprattutto da nordest, è molto elevata. Anche con la pioggia si depositano meno microplastiche, ma il loro diametro medio è più grande.

Secondo gli autori, i risultati smentiscono l’opinione secondo al quale il terreno più contaminato da plastiche sia quello che si trova nelle città. Al contrario, sarebbe quello delle campagne, probabilmente perché lì le piante trattengono i detriti che in città le correnti trasportano via.

Anche in questo caso i ricercatori hanno evitato i metodi che prevedono il riscaldamento a temperature elevate dei campioni ma una spettroscopia a infrarosso. Si tratta comunque di un metodo diverso rispetto a quello impiegato per l’aria.

L’articolo del Guardian

L’eterogeneità dei metodi di analisi, che complica la vita di chi cerca di definire regole generali, è tipica di questo ambito di ricerca, perché ogni materiale plastico e biologico ha le sue caratteristiche e richiede sistemi propri. Oltre a questo, la scienza che analizza la presenza di frammenti minuscoli di decine di polimeri diversi è giovane, ha solo qualche anno, e procede per tentativi e approssimazioni, non avendo ancora identificato un sistema ideale per ogni situazione.

L’articolo pubblicato sul Guardian da Damian Carrington, un giornalista, e non da un ricercatore, si focalizza in particolare su alcuni dei risultati che hanno destato maggiore scalpore sulla presenza delle microplastiche nell’organismo umano (in particolare nel cervello, nei testicoli, nella placenta, nelle arterie), ottenuti in studi ancora più difficili da condurre perché i campioni sono limitati, per ovvie ragioni. Secondo diversi ricercatori intervistati, certi metodi si presterebbero a interpretazioni dubbie, quando non falsate: non per cattiva fede, ma per limiti tecnici.

Microplastiche e critiche

Nello specifico, il giornale cita sette studi e una revisione di 18 altre ricerche che risentirebbero di gravi pecche metodologiche. Per esempio, uno dei più noti, sul cervello, pubblicato su Nature Medicine mostrava un aumento, nelle autopsie, dei quantitativi trovati nel 2024 rispetto a quelli del 1997. In questo caso, mancherebbero misurazioni sulle possibili contaminazioni, come hanno fatto notare alcuni esperti in una lettera pubblicata sulla stessa rivista. Tuttavia, poiché i campioni provenivano tutti dalla stessa istituzione, è plausibile pensare che eventuali contaminazioni non fossero molto diverse, e in ogni caso lo studio contiene varie foto delle plastiche ritrovate, parecchio difficili da confutare.

Il metodo di analisi usato, che prevede la vaporizzazione ad alte temperature, può dar luogo ad artefatti soprattutto con campioni di cervello, perché alcune parti del tessuto danno lo stesso risultato delle plastiche, ma questo non spiega l’andamento progressivo nel tempo della concentrazione nei cervelli, né le foto.

Anche lo studio italiano sulle plastiche nelle arterie, pubblicato sul New England Journal of Medicine, che aveva avuto grande risonanza, sarebbe carente dal punto di vista dei controlli, ed è stato criticato, ma anche in quel caso si potrebbe controbattere abbastanza facilmente.

Strumenti e metodi

Ciò che emerge, più che altro, è una debolezza dei metodi di analisi usati, così come dei controlli effettuati. A oggi, però, non esistono quasi altri sistemi, e ciò spiega le difficoltà e l’eterogeneità dei protocolli. E perché sarebbe importante investire tutto il denaro necessario per giungere a metodi migliori. Può essere che le concentrazioni presenti nei tessuti umani siano sovrastimate.

Tuttavia, le ricerche che hanno identificato nano e microplastiche e nel corpo umano (e non sono state messe in dubbio per motivi di questo tipo) sono ormai numerose. Sostenere, come hanno fatto alcuni, che è improbabile che la plastica si depositi nei tessuti sembra poco sostenibile. La messa in discussione che, però, potrebbe fare molto comodo alle lobby della plastica, che stanno cercando in ogni modo di frenare i trattati internazionali e le limitazioni dei diversi paesi, anche per reindirizzare i derivati del petrolio dai carburanti alle plastiche. Di questa strumentalizzazione l’autore dell’articolo è consapevole. Ma gli intervistati sembrano esserne meno preoccupati. Alcuni di loro, però, a quanto si sa in passato erano sul libro paga del colosso della chimica petrolifera, e quindi della plastica, Dow Chemical.

© Riproduzione riservata Foto: Depositphotos

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