Tonni appena pescati appesi sopra un peschereccio

La stabilità delle concentrazioni di mercurio nel tonno dal 1981 dimostra l’inerzia marina e la necessità di politiche più aggressive per la riduzione delle emissioni, nell’ottica della convenzione di Minamata”. Il senso di uno studio pubblicato su Environmental Science & Technology Letters è tutto qui, già esplicitato nel titolo: quali che siano le motivazioni, nel mare c’è ancora troppo mercurio in forma organica, cioè metilmercurio. Da lì, entra nella catena alimentare umana attraverso i pesci, ed è quindi urgente e necessario fare di più, e meglio.

Del resto, dal 2013 è in vigore la Convenzione di Minamata, nome che fa riferimento a un disastro ambientale avvenuto in Giappone nel 1956. In quell’occasione fu diagnosticata per la prima volta l’intossicazione da mercurio, dopo oltre trent’anni di rilascio incontrollato del metallo pesante nelle acque da parte dell’azienda chimica Chisso, che causò oltre mille morti. La Convenzione impegna i Paesi aderenti a diminuire le emissioni di mercurio, e basterebbe quindi rispettare gli obbiettivi prefissati per migliorare la situazione.

Lo studio sul metilmercurio nel tonno

Nel testo, ricercatori di diversi Paesi (principalmente francesi, australiani e statunitensi) hanno messo insieme i dati delle analisi effettuate su oltre 3mila campioni di muscolo di tonno tra il 1971 e il 2022 raccolti negli Oceani Pacifico, Atlantico e Indiano. In particolare, hanno incluso quelli delle tre specie che, insieme, costituiscono il 94% del tonno pescato, e cioè il tonnetto striato (Katsuwonus pelamis), il tonno obeso (Thunnus obesus) e il tonno pinna gialla (Thunnus albacares). Queste specie, non essendo migratrici, riflettono con esattezza che cosa avviene nel mare dove i tonni trascorrono l’intera esistenza, e sono dunque ottimi sensori di quanto avvenuto nel tempo.

E infatti, è emerso che, in questi 51 anni, nulla o quasi è cambiato dal punto di vista della concentrazione di metilmercurio. Solo l’area del Pacifico del Nord ha visto un aumento negli anni Novanta, in corrispondenza con un sensibile incremento delle attività industriali in quell’area.

Filetti di tonno a fette su un tagliere di legno, sullo sfondo pomodorini, limone e peperoncini
Secondo lo studio, nonostante gli accordi per fermare le immissioni di metilmercurio nel mare, i livelli del metallo pesante nel tonno sono rimasti stabili

Le contraddizioni

Nei decenni esaminati, tuttavia, le emissioni di mercurio delle grandi industrie, sia in aria che nelle acque, sono diminuite quasi ovunque, grazie a politiche ambientali specifiche introdotte in numerosi paesi. Come mai, allora, non si vede un calo delle concentrazioni nei tonni? Secondo gli autori, ciò accade per la particolare natura del mercurio, che tende ad accumularsi nei fondali, da dove poi risale lentamente, in seguito a eventi sia naturali come le eruzioni dei vulcani e i terremoti sottomarini, sia di origine antropica. Inoltre, pesci come i tonni lo assumono smuovendo gli strati di sedimenti per cercare le prede.

È la cosiddetta Mercury Legacy, l’eredità del mercurio, per cui, appunto, occorrono decenni per vedere gli effetti di un decremento delle immissioni in un ecosistema delicato come il mare perché, anche se non ne arriva di nuovo, quello esistente tende a rimanere per periodi molto lunghi, e a rientrare in circolo.

Le simulazioni sui futuri livelli di mercurio nel tonno

Ed è proprio a causa di questa delle lentezza ‘fisiologica’ dei processi di decontaminazione che sarebbe urgente attuare politiche molto più aggressive. Gli autori, a tale proposito, hanno ipotizzato alcuni scenari, e valutato quanto tempo occorrerebbe per giungere a una chiara diminuzione di metilmercurio nel tonno. Anche applicando politiche ambientali molto restrittive, sarebbero necessari dai dieci ai 15 anni per vederne gli effetti sui fondali marini, mentre quelli sui tonni diventerebbero misurabili solo nei decenni successivi. In totale, quindi, passerebbero non meno di 20-25 anni prima di poter vedere un miglioramento effettivo. Per questo non si deve perdere ulteriore tempo.

I rischi per la salute

I danni del metilmercurio sono noti, e sono soprattutto a carico dei feti e dei bambini piccoli. Per questo, alle donne incinte o in allattamento, ma anche a coloro che programmano una gravidanza, è sconsigliato un consumo di tonno con elevate quantità di mercurio e in generale di pesci di grandi dimensioni (la concentrazione che si accumula nelle carni è proporzionale alla taglia e alla vita media del pesce). Se invece il pesce ha moderate concentrazioni di mercurio, è comunque opportuno non mangiarne più di due volte alla settimana.

© Riproduzione riservata Foto: AdobeStock, Depositphotos

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gianni
gianni
29 Febbraio 2024 21:38

Un altro tra quei problemi di difficile definizione.
European Environment Agency
https://www.eea.europa.eu › Oct 17, 2018
Il mercurio è presente naturalmente nell’ambiente, ma di solito è contenuto in altri minerali e non rappresenta (?) un rischio significativo. Il problema nasce a causa delle attività umane: i grandi quantitativi di mercurio rilasciati nell’ambiente, infatti, possono continuare a circolare liberamente per migliaia di anni.
le fonti naturali includono eruzioni vulcaniche, incendi forestali spontanei, cinabro e combustibili fossili come carbone e petrolio;
( queste fonti sono per la maggior parte ancora attive )
le fonti antropiche, hanno portato al rilascio di grandi quantità nell’aria, negli oceani e sul terreno. Le più importanti sono: l’attività estrattiva nelle miniere di mercurio, oggi messa al bando nell’Unione Europea ma ancora in atto in altre aree del pianeta, l’attività estrattiva di tanti altri minerali che lo contengono come compresenza, l’estrazione artigianale su piccola scala nelle miniere d’oro, gli scarichi sia idrici che gassosi delle centrali idroelettriche, l’incenerimento di rifiuti urbani, sanitari, cimiteriali, le emissioni di impianti che utilizzano carbone, le discariche, le preparazioni ortodontiche fino a ieri, la produzione di metalli, l’industria della carta, cemento e altri.

essendo comunque entrato a far parte del ciclo dell’acqua, in compagnia di altri spiacevoli compagni come microplastiche, medicinali, pfas e simili, pesticidi ecc., comunque si trova dovunque anche in fondo alla fossa delle Marianne.
Una nuova fonte emersa recentemente, a causa delle temperature ambientali in aumento il permafrost e le grandi superfici ghiacciate si stanno riducendo e disperdono in ambiente tutto ciò che vi è rimasto intrappolato per tempi immensi, compreso il mercurio.
Alcuni governi si sono mossi per cercare di limitare la progressione ma, appunto, i risultati non si vedono ancora se mai accadrà.
Il mercurio è quasi per sempre, come i diamanti.

Roberto Di Lernia
2 Marzo 2024 15:30

Estremamente interessante!