pollo big chicken

mckenna big chicken copertina libroCraig Watts alleva polli da carne dal 1992. Possiede un allevamento di medie dimensioni nella Carolina del Nord e nel 2014 diventa famoso per aver denunciato, in un documentario realizzato con l’associazione per il benessere animale Compassion in World Farming, le terribili condizioni di vita dei suoi animali. Le immagini mostravano animali ammassati uno sull’altro, senza possibilità di razzolare e becchettare in giro o appollaiarsi su un trespolo, spesso con qualche problema fisico: articolazioni gonfie, zampe deformi, ventri prominenti escoriati per il contatto con la lettiera. Tutta colpa del sistema secondo Watts, che lavora per conto della Perdue Farms, oggi quarta azienda avicola americana, con contratti che non gli lasciano margini di manovra. La sua è una delle tante storie raccontate dalla giornalista scientifica americana Maryn McKenna nel suo ultimo libro, Big Chicken, pubblicato in Italia da Edizioni Enea. L’inchiesta che risulta molto ben documentata e altrettanto ben scritta, focalizza l’attenzione sul fattore che più di ogni altro ha contribuito a creare l’avicoltura industriale (il sistema di cui parla Watts),  l’uso massiccio di antibiotici come promotori della crescita e per la prevenzione di malattie infettive.

Gli antibiotici li conosciamo bene: sono i farmaci usati per contrastare le infezioni batteriche che non passano, o che diamo ai nostri animali per lo stesso motivo. Nel 1948, però, il biochimico Thomas Jukes, che per l’azienda farmaceutica Lederle stava cercando di mettere a punto alimenti ottimizzati per la nascente industria americana della pollicoltura fa una scoperta. L’aggiunta al mangime di piccolissime quantità di aureomicina, l’antibiotico di punta dell’azienda, dava una marcia in più alla crescita dei pulcini. Nei suoi esperimenti aveva osservato che dopo 25 giorni di vita quelli nutriti con il mangime arricchito pesavano due volte e mezza più degli altri. E studi successivi avevano chiarito che questa piccola aggiunta aiutava anche a prevenire molte infezioni tipiche degli allevamenti.

Erano gli anni del secondo Dopoguerra, gli stessi in cui l’Usda, il Dipartimento dell’agricoltura degli Stati Uniti, lanciava il concorso “Pollo del domani”, con l’obiettivo di ottenere una migliore varietà di pollo: “un volatile – scriveva il Saturday Evening Post nel 1947 – abbastanza grosso per tutta la famiglia, con un petto talmente spesso da poterne ricavare bistecche, con cosce che contengono una minima quantità di osso sotto gli strati di carne scura e succulenta, il tutto a minor prezzo invece che a un costo maggiore”. Ebbene: la selezione genetica da una parte e gli antibiotici a basse dosi nei mangimi dall’altra, hanno permesso di centrare l’obiettivo e di ottenere polli capaci di diventare sempre più grandi sempre più in fretta e di vivere in capannoni affollati senza  il rischio di devastanti epidemie.

Il “pollo al prezzo del pane”, come titola uno dei capitoli di Big Chicken, il passaggio non è stato senza conseguenze.  I tre problemi riguardano prima di tutto la fine del gusto (non a caso, ricorda McKenna in un’intervista al National Geographic, in America quando si dice che qualcosa “sa di pollo” significa che non è ben chiaro di cosa sappia e che comunque il sapore è blando). Poi bisogna considerare il benessere degli animali e la diffusione della resistenza agli antibiotici. Proprio quel fenomeno che in una storica assemblea generale dell’Onu, nel settembre 2016, l’allora segretario generale Ban-Ki-Moon ha definito “una fondamentale minaccia a lungo termine per la salute umana, la produzione alimentare e lo sviluppo sostenibile”.

pollo carne tacchino
Parte del libro è dedicata a raccontare casi di infezioni ed epidemie causate da batteri resistenti agli antibiotici

McKenna dedica molte pagine alla questione dell’antibiotico resistenza e agli inevitabili intrecci tra pollicoltura industriale e sicurezza alimentare. A partire dal racconto iniziale di Rick Schiller, che l’ultima mattina del settembre 2013  finisce all’improvviso quasi in fin di vita in ospedale, per un’infezione da Salmonella multi-resistente agli antibiotici contratta da un lotto di cosce di pollo contaminate. Ma la giornalista ricorda anche un’insolita epidemia che nel 1956 aveva colpito gli addetti alla macellazione di uno stabilimento di lavorazione del pollame di Seattle, con febbre ed eruzioni cutanee sulle braccia. La colpa, si era poi ipotizzato, doveva essere del cosiddetto processo di “acronizzazione” – la pratica di immergere la carcassa dei polli in un bagno di antibiotici – tanto decantato negli Usa negli anni Cinquanta. In teoria, questo “innovativo” metodo di conservazione avrebbe dovuto garantire la freschezza quasi eterna degli animali. In pratica, aveva favorito la diffusione di ceppi di batteri resistenti agli antibiotici, che avevano finito con l’infettare gli operai.

Non è l’unica epidemia raccontata nel libro: c’è anche quella di una gastroenterite causata da Escherichia coli multiresistente che nel 1967 è costata la vita a quindici neonati e bambini sotto i due anni di Middlesbrough, nel Regno Unito. O quella che nel 1992 ha provocato la morte di quattro bambini vittime di sindrome emolitica-uremica provocata da un particolare ceppo di E. coli (O157:H7) presente in alcuni hamburger della catena americana di fast food Jack in the Box. Racconti che si alternano a quelli – mai noiosi – degli esperimenti scientifici e delle indagini epidemiologiche che nel tempo hanno permesso di chiarire i meccanismi sia di diffusione della resistenza agli antibiotici tra i microrganismi, sia della diffusione di batteri resistenti negli allevamenti e nell’ambiente sia, infine, del passaggio della resistenza dagli animali ai consumatori.

Quello che sorprende, avanzando nella lettura, è scoprire che eravamo stati abbondantemente avvertiti che tutto ciò sarebbe accaduto. Lo aveva fatto lo stesso Alexander Fleming, lo scopritore della penicillina, che nel suo discorso di accettazione del premio Nobel, nel lontano 1945, aveva messo in guardia contro il sotto-utilizzo di questo farmaco, avvisando che a dosi inadeguate avrebbe potuto provocare fenomeni di resistenza. Lo avevano fatto i colleghi di Thomas Jukes che – riporta McKenna – si erano fortemente opposti alla vendita dell’aureomicina come promotore della crescita, anche se le loro obiezioni erano state respinte dal direttore esecutivo della casa madre dell’azienda per cui lavoravano, l’American Cyanamid. Lo aveva fatto nel 1962 la ricercatrice inglese Marie Coates, affermando in un convegno all’Università di Nottingham che l’impiego diffuso di integratori alimentari a base di antibiotici, potrebbe provocare lo sviluppo di resistenza in “agenti patogeni contro i quali gli antibiotici rappresentano l’unico strumento di difesa”. Nel 1969, sempre nel Regno Unito, il concetto veniva ribadito nel cosiddetto Rapporto Swann, che invitava a eliminare i promotori della crescita dagli allevamenti.

Poultry farm business for the purpose of farming meat or eggs for food from, White chicken Farming feed in indoor housing
Eravamo già stati avvisati del pericolo causato dai batteri resistenti agli antibiotici fin dagli anni Quaranta

Eppure siamo rimasti a lungo a guardare. Solo a partire dagli anni Ottanta in alcuni Paesi europei sono state emanate regolamentazioni che vietavano l’uso degli antibiotici come promotori della crescita (oggi sono vietati in tutta l’Unione). Anche negli Stati Uniti finalmente è cambiato qualcosa. Secondo la giornalista lo si deve più che a iniziative politiche – solo con l’amministrazione di Barack Obama si è cominciato ad affrontare la questione – al movimento dei consumatori, e in particolare di grandi gruppi d’acquisto (sistemi scolastici e ospedalieri, associazioni di genitori o di ristoratori ecc.) che hanno imposto alle aziende un netto cambiamento di rotta.

Una grande conquista, certo, ma la storia non finisce qui. “Il problema degli antibiotici non è risolto” scrive McKenna nelle pagine finali del libro. Non lo è negli Stati Uniti – dove è ancora permesso l’impiego preventivo degli antibiotici con poche limitazioni – e non lo è in Europa, dove si continuano a scoprire ceppi multiresistenti in animali d’allevamento. Men che meno lo è in Sudamerica, Cina, Sud-Est asiatico, dove ci si comincia ad affacciare a modalità produttive di tipo industriale. Senza contare che oltre al versante animale, c’è poi l’uso improprio degli antibiotici in sanità umana a giocare la sua parte e sul quale occorre lavorare.

Big Chicken di Maryn McKenna. Edizioni Enea, aprile 2018. Prezzo 19,90 euro.

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Mino Gasparotto
Mino Gasparotto
29 Giugno 2019 08:35

Niente di nuovo sotto il sole. Il problema è conosciuto da decenni, ma il primo responsabile è il consumatore.Conosco decine di persone che apprezzano, o si accontentano, di queste carni molli, acquose, senza sapore, spesso con odori poco gradevoli. A volte sono allettati da prezzi vergognosamente bassi, che già dovrebbero far sospettare, altre volte semplicemente non sanno distinguere le proprietà organolettiche del cibo. le alternative ci sono, basta cercarle, ci sono molti piccole produttori che allevano in maniera meno intensiva, magari allevando a terra. Bisognerebbe cambiare filosofia: pagare un pò di più, mangiare di meno ma più sano. In molti lo dicono, pochi lo praticano. Se la maggior parte dei consumatori pretendessero questo certe carni sparirebbero dal mercato.