peste suina africana, prosciutto crudo

Il Museo del Prosciutto di Parma riceve 600 mila euro di fondi PNRR. Il finanziamento arriva dopo Prosciuttopoli – una frode da 80/90 milioni – e nuovi scandali negli allevamenti.

Il progetto di riallestimento del Museo del Prosciutto di Parma a Langhirano è stato presentato ufficialmente il 6 settembre 2025 e figura tra quelli finanziati con 600 mila euro nell’ambito delle misure PNRR. Il finanziamento serve a raddoppiare gli spazi  a creare percorsi immersivi, all’abbattimento delle barriere architettoniche e all’efficientamento energetico.
Fin qui, nulla di anomalo. Se non fosse che, accanto al racconto culturale e territoriale, una parte del nuovo museo sarà dedicata al Consorzio del Prosciutto di Parma, che potranno illustrare il proprio ruolo e l’attività di tutela. Viene spontaneo chiedersi quanto sia  opportuno finanziare con fondi pubblici uno spazio che contribuisce alla narrazione reputazionale di uno dei comparti agroalimentari più ricchi d’Italia con un giro di affari di 1,5 miliardi.

Museo pubblico, ma non neutro

Il Museo del Prosciutto fa parte della rete dei Musei del Cibo della provincia di Parma: nove strutture dedicate ai prodotti simbolo della cosiddetta Food Valley emiliana, nate per valorizzare storia, tradizioni e identità gastronomica del territorio. Non si tratta di musei d’impresa in senso stretto, ma di un circuito promosso e sostenuto nel tempo da enti pubblici, amministrazioni locali e consorzi di tutela. Ed è proprio qui che nasce il cortocircuito. Perché il rinnovo dell’allestimento  — interamente finanziato dal PNRR — non prevede un contributo economico da parte del Consorzio ( il cui fatturato supera i 20 milioni).  Una scelta che stride se confrontata con quanto avviene altrove.
In Italia non mancano esempi di musei aziendali e musei d’impresa realizzati e sostenuti con risorse private: dal Museo dell’Olivo Carlo Carli a Imperia, creato e mantenuto dalla famiglia Carli, fino ai musei e agli archivi d’impresa di grandi gruppi alimentari come Ferrero o Barilla. Altre aziende, come Mutti o Granarolo o Melinda hanno scelto forme di visitor center e comunicazione aziendale autofinanziata. In nessuno di questi casi il racconto del marchio è stato sostenuto da fondi pubblici del PNRR.

prosciutto carne di maiale
Il Consorzio del prosciutto di Parma per statuto e per scelta non controlla la filiera 

Prosciuttopoli

Il progetto del museo finanziato dal PNRR si colloca in un contesto che non può essere rimosso. Negli ultimi anni il Prosciutto di Parma è stato attraversato da una lunga sequenza di scandali che hanno messo in discussione l’affidabilità della filiera. A partire da Prosciuttopoli, l’inchiesta portata avanti da Il Fatto Alimentare che ha fatto emergere l’utilizzo sistematico di suini non conformi al disciplinare DOP. Secondo i rapporti ufficiali dell’ICQRF, il valore economico della frode è stato stimato tra gli 80 e i 90 milioni di euro, con la conseguente “smarchiatura” di oltre 1,2 milioni di cosce di Prosciutto di Parma e San Daniele, declassate a semplice prosciutto crudo. Le irregolarità, sempre secondo i dati ministeriali, avrebbero riguardato circa il 20% della produzione annua delle due principali DOP italiane. Una vicenda che portò al commissariamento dell’organismo di controllo IPQ (Istituto Parma Qualità), evidenziando falle profonde nel sistema di vigilanza.

Gli scandali

A questi episodi si sono aggiunti negli anni successivi nuovi casi che hanno coinvolto allevamenti fornitori del circuito DOP. Nel 2025 lo scandalo dell’allevamento La Pellegrina del gruppo Veronesi (società che rifornisce anche il circuito Dop del prosciutto di Parma) dopo la diffusione delle immagini sull’invasione di ratti che gironzolano intorno a carcasse di suinetti e a carenze igienico-sanitarie. C’è anche il recente caso dell’allevamento di Bondeno, nel Ferrarese, anch’esso documentato da Il Fatto Alimentare, con maiali in condizioni critiche e forniture destinate non solo al Prosciutto di Parma ma anche ad altre DOP. Episodi diversi, ma accomunati da un elemento: il ripetersi di criticità lungo la filiera mentre la narrazione ufficiale continua a puntare sull’eccellenza.

La vera domanda

In questo quadro, il punto non è l’esistenza di un museo, né il valore culturale della tradizione norcina parmense. Il punto è un altro: le priorità. Di fronte a scandali ripetuti, falle nei controlli e problemi strutturali nella filiera è legittimo chiedersi quanto sia giusto destinare 600 mila euro per enfatizzare un prodotto affidato a un Consorzio che ignora le criticità della filiera giustificandosi con la mancanza di indicazioni nello statuto.

© Riproduzione riservata. Foto: Adobe stock, Depositphotos.com

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