Il confronto tra le cause intentate da padre e figlio contro il direttore del Fatto Quotidiano mostra come l’entità delle richieste risarcitorie possa trasformare un processo in uno strumento di pressione. Così chi fa informazione perde sempre.
Marco Travaglio vince un’altra causa per diffamazione, questa volta contro Tiziano Renzi, padre del senatore Matteo (qui abbiamo parlato di quella promossa da Matteo Renzi). Il confronto tra le due vicende mostra che la differenza non sta nel merito, ma nelle cifre richieste: 50 mila euro contro 2 milioni. Così nascono le liti temerarie.
Un’altra causa vinta da Travaglio, ma con costi molto diversi
Tutto ha origine da una causa civile per diffamazione promossa da Tiziano Renzi contro Marco Travaglio per alcune dichiarazioni televisive risalenti al 2017. In primo grado Travaglio non si è costituito in giudizio ed è rimasto contumace; il tribunale gli ha quindi dato torto, condannandolo al risarcimento di 50mila euro. La decisione è stata impugnata e la vicenda è arrivata in Cassazione, che ha annullato la sentenza chiarendo che il diritto di critica giornalistica può essere valutato anche d’ufficio dal giudice.
Il procedimento è così tornato alla Corte d’appello, che in sede di rinvio ha esaminato nel merito le dichiarazioni contestate e ha definitivamente escluso la diffamazione, dando ragione a Travaglio. La sentenza arriva a pochi giorni di distanza dalla decisione che ha visto Matteo Renzi soccombere nella causa promossa contro Il Fatto Quotidiano, con rimborsi delle spese legali per oltre 200mila euro (considerando quelle liquidate dal giudice e le parcelle che con buona probabilità il senatore ha dovuto riconoscere ai suoi legali).
Il confronto tra le due vicende è istruttivo: non per il merito, ma per l’impatto economico del contenzioso. Nel caso del padre, la richiesta di risarcimento era di 50mila euro; nel caso del figlio, di 2 milioni. Due scelte processuali molto diverse con risvolti economici incomparabili.

Quanto costa davvero una causa civile per diffamazione
Il costo della causa del padre del senatore – al netto del risarcimento poi restituito – può essere stimato in alcune decine di migliaia di euro. Nel caso di Matteo Renzi contro Il Fatto Quotidiano, essendo la richiesta del danno 2 milioni, il costo delle spese legali e delle parcelle si arriva a 200mila euro. Anche considerando la maggiore complessità della causa del senatore la differenza di spese legali non trova ragione logica. Ma questa è la vera essenza delle cosiddette liti temerarie, innalzare all’inverosimile il danno e mettere in condizione il giornalista che si deve difende ad affrontare spese legali insostenibili anche quando ha ragione.
C’è un ultimo aspetto da ricordare. L’azienda o il politico che promuove una querela per diffamazione con danni milionari, raramente viene sanzionato per uso intimidatorio della giustizia. Nella maggior parte dei casi, anche quando perde, deve limitarsi a pagare le spese. Il sistema italiano raramente punisce l’abuso del processo.
Il giornalista perde sempre
Per il giornalista la situazione è diversa. Nella maggior parte dei casi l’esito finale è favorevole ma arriva dopo anni. Quando finisce bene il giudice dà ragione al giornalista e il querelante deve pagare tutte le parcelle. Se però il giudice non riconosce integralmente le spese legali sostenute, o se stabilisce che il giornalista ha ragione ma ogni parte deve accollarsi le proprie il conto diventa salato.
Al contrario, l’azienda o il politico che fa causa difficilmente viene colpito da una sanzione. Anche quando la domanda risarcitoria viene respinta, il rischio economico resta limitato e prevedibile. È questo squilibrio – più che l’esito finale – a spiegare perché le cause e le querele (temerarie) continuano a essere utilizzate come strumento di pressione. Chi fa informazione deve mettere in conto un rischio economico costante, chi querela quasi mai.
La situazione al momento
Al momento è attiva una raccolta firme diretta alla Commissione Europea “Stop Abusive Lawsuits!”.
Anche Greenpeace ha lanciato la campagna “Time to Resist” per difendere non solo il Pianeta, ma anche le voci che ogni giorno lo proteggono: attivisti, giornalisti, scienziati, whistleblower.
Il gruppo di lavoro nazionale CASE Italia* ha lanciato la campagna “Libera voce in libero Stato” per chiedere una normativa nazionale che contrasti davvero il fenomeno delle SLAPP e garantisca una sostanziale tutela della libertà di stampa ed espressione nel nostro Paese.
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Giornalista professionista, direttore de Il Fatto Alimentare. Laureato in Scienze delle preparazioni alimentari ha diretto il mensile Altroconsumo e maturato una lunga esperienza come free lance con diverse testate (Corriere della sera, la Stampa, Espresso, Panorama, Focus…). Ha collaborato con il programma Mi manda Lubrano di Rai 3 e Consumi & consumi di RaiNews 24



Per la verità, se in una lite temeraria il difensore del giornalista non chiede l’addebito spese al querelante che perda la causa, è un carciofo… (forse ad ognuno il suo il giudice lo decide per piccole cause, diversamente il soccombente che costringa il giornalista a pagare cifre importanti, l’avrebbe avuta di fatto vinta).
Riguardo al danno per il giornalista, sottolineo un paio di aspetti che non trovo nei due articoli: il dispendio di tempo, ed i risvolti di tipo esistenziale /sanitario (ansie e quanto collegato)