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La paura di allergie durante lo svezzamento limita gli assaggi e rende i bimbi schizzinosi? Il parere degli esperti

Svezzamento molto rigoroso uguale bimbo schizzinoso? È l’ipotesi di uno studio comparativo tra lo svezzamento “alla francese” e quello alla “tedesca”. A riportarlo, il blog dell’associazione Bambini in cucina, che cita a sua volta il sito americano It’s not about nutrition.

 

Punto di partenza: l’osservazione che i nostri cuginetti d’Oltralpe amano le verdure più di altri coetanei europei. Da dove nasce questo “vantaggio francese”? Pare che le mamme di Francia utilizzino in media 6 diverse verdure per preparare le prime pappe, mentre le mamme tedesche si limitano a 3. Nel mese di durata del test, i bimbi francesi sono arrivati ad assaggiare fino a 12 verdure diverse, i tedeschi mai più di 6. Alla varietà di ingredienti corrisponde anche una maggiore fantasia nelle preparazioni: sempre nel periodo del test, le mamme francesi hanno proposto da 18 a 27 diverse ricette, le mamme tedesche solo da 7 a 13.

 

Lo stile italiano assomiglia molto di più a quello tedesco che a quello francese. Basta dare un’occhiata, per esempio, ai consigli sullo svezzamento della Asl di Milano: le verdure menzionate per le prime pappe sono solo tre, patata, carota e zucchina. Gli unici altri vegetali di cui si parla sono spinaci, lattuga, bietole, erbette ma non prima dei 12 mesi di vita. Sui legumi qualche libertà in più: lenticchie dagli 8 mesi, piselli, fagioli e ceci dopo i 9. Per non parlare dell’assoluta monotonia delle ricette: l’unica possibilità è una pappa monocolore, composta da brodo vegetale, crema di cereali precotta, liofilizzato di carne o pesce (o formaggio o legumi), verdure passate.

 

Il motivo di una tale rigidità è la prevenzione delle allergie alimentari che, insieme a quelle respiratorie, sono in costante incremento: secondo l’Istat in vent’anni la percentuale dei bambini allergici è aumentata dal 7 al 25%. E allora hanno ragione le madri tedesche che, nello spiegare il perché delle proprie scelte, mettono al primo posto il timore delle allergie? O sono nel giusto quelle francesi, che antepongono il desiderio di aiutare i bambini a sviluppare il senso del gusto?

 

Un dilemma che divide anche i pediatri italiani: accanto ai tradizionalisti, sono sempre più numerose le voci “fuori dal coro” di quanti raccomandano di lasciare al bambino più libertà nell’esplorazione degli alimenti. Uno di loro è Sergio Conti Nibali, pediatra a Messina e responsabile del gruppo nutrizione dell’Associazione culturale pediatri: «Per molto tempo si è creduto che le allergie fossero meglio prevenute ritardando l’introduzione di determinati alimenti. Ma ormai molti studi ci dicono il contrario: quanto prima (a partire dal sesto mese) si introducono gli alimenti più allergizzanti, come il pesce e le uova, tanto più facilmente e rapidamente si otterrà la tolleranza».

 

Secondo Conti Nibali, il bambino ha una “sapienza” che bisogna rispettare: «La miglior cosa che possiamo fare è mettere i bimbi a tavola con noi, permettendo loro di assaggiare il nostro cibo, opportunamente sminuzzato o frullato. Raramente il loro istinto sbaglia». Naturalmente, per raggiungere la massa calorica necessaria gli assaggi non sono sufficienti: «Fino al sesto mese l’allattamento dovrebbe essere esclusivo, ma ancora all’ottavo il 75-80% delle calorie giornaliere dovrebbe provenire dal latte materno».

 

Di parere opposto Alessandro Fiocchi, primario di pediatria alla Melloni di Milano, contrario a ogni teoria anticipatoria: «Il dato certo che abbiamo finora è che evitare alcuni alimenti considerati a rischio protegge dallo sviluppare l’allergia. Non è un caso se in Finlandia, dove per ragioni culturali si propone il pesce molto presto, c’è il maggior numero di bambini allergici al pesce. Ci sono alcuni grossi studi, partiti nel 2009, che stanno verificando l’ipotesi contraria, cioè che eliminare determinati cibi aumenti la reattività del soggetto. Ma questo non ci autorizza ad abbandonare le certezze acquisite e a concedere libertà totale, almeno finché non avremo i risultati, intorno al 2014».

 

Tanto più che, fa notare Fiocchi, lo svezzamento classico non è poi così rigido come si creda: «Alla Melloni già a 4 mesi permettiamo l’introduzione di tutte le verdure, a eccezione del pomodoro (non prima dei 7 mesi). E gli alimenti più allergizzanti, cioè uovo e pesce, li consigliamo dopo i 9-10 mesi». Insomma, dato uno schema, l’alimentazione del bambino, secondo Fiocchi «è sempre un’operazione di mediazione tra medico e mamma. Le linee guida vanno interpretate, anche con un po’ di fantasia. Una mamma troppo rigida, anche in campo alimentare non fa il bene dei propri figli».

 

Su una cosa Conti Nibali e Fiocchi concordano: lo svezzamento è un atto educativo, che va protetto dall’ingerenza dell’industria alimentare. Dice Conti Nibali: «La classica pappa fatta con le creme precotte è un’invenzione industriale che i pediatri hanno fatto propria. Non sorprendiamoci se i bambini, abituati a questo cibo standard, crescendo hanno i gusti difficili. Invece se i genitori mangiano bene, limitando le proteine animali e assumendo tanta frutta e verdura, legumi e olio di oliva, anche i bambini si abitueranno a mangiare così. Non bisogna scoraggiarsi: un piccolo può aver bisogno di assaggiare 15-20 volte un sapore prima di gradirlo».

 

Sostenitrice del cibo come protagonista della relazione educativa è anche Alessandra Bosetti, dietista clinica presso pediatria dell’ospedale Sacco di Milano. Secondo la nutrizionista, il problema della selettività nei gusti alimentari nei bambini sta assumendo dimensioni preoccupanti: «Si chiama “food aversion”  il rifiuto totale dei cibi solidi nei neonati che hanno subito il trauma fisico e psichico dell’intubamento. Ma la selettività esiste anche in forme meno gravi nei bambini che mangiano solo pasta bianca e rifiutano tutte le verdure. È un fenomeno in aumento e in genere interessa le famiglie con abitudini familiari poco sane». È facile supporre, anche se non è ancora dimostrato, un rapporto tra svezzamento troppo schematico e avversione al cibo: «In genere, a inibizione corrisponde fobia», osserva l’esperta.

 

Sul problema della allergie, Bosetti afferma: «Nella cura dei bambini allergici è ormai una prassi, dopo una dieta di esclusione, reintrodurre gradatamente i cibi proibiti». Come dire: degli allergeni non bisogna avere terrore, perché il corpo può essere educato a tollerarli, anche nei soggetti più sensibili. Ma, «questo non significa completa deregulation nello svezzamento. Così come è assurdo vietare tutto o quasi fino all’anno, proponendo pappe inodore e insapore, e poi, a un anno e un giorno, portare i figli da Mc Donald’s». 

 

La dietista sostiene la bontà degli schemi classici di   svezzamento, ma con la possibilità di concedersi qualche libertà: «La prima cosa da valutare è la storia clinica di un bambino. Se non ci sono allergie in famiglia, possiamo provare a mettere un broccolo non previsto nella pappa, soprattutto dopo gli otto-nove mesi. Attenzione, però: nella familiarità vanno considerate anche le allergie inalatorie, perché c’è sempre la possibilità di reazioni crociate».

 

Via libera a un po’ di creatività, insomma. Pappe più saporite e colorate possono aiutare a sviluppare un gusto più adulto. Ricordando solo un paio di semplici precauzioni: «Meglio le verdure cotte di quelle crude, dice Alessandra Bosetti. E poi, attenzione non solo alle allergie, ma anche alla palatabilità: certi cibi, anche se non “pericolosi” possono avere un sapore troppo forte. C’è il rischio che il bambino non li gradisca».

 

Stefania Cecchetti

foto: Photos.com

 

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9 Commenti

  1. Credo che sia importante ricordare un punto di cui si parla poco o affatto in questo scambio di idee: lo svezzamento "classico all’italiana", come mi viene spontaneo chiamarlo vista le numerose differenze con quello di altri paese – cosa che dovrebbe farci riflettere, con i suoi schemi, le sue tabelle, le sue regole che cambiano ad ogni angolo, non fa bene alle famiglie. Non vale per tutti, questo è vero, ma vale per molti, troppo casi.
    Questa maniera di svezzare crea madri ansiose e preoccupate, bambini forzati a fare quello che non sono pronti a fare, atmosfere casalinghe tese perché "il bambino non mi mangia", messe in scena improponibili purché il piccolo apra la bocca, bambini che mangiano isolati. Lo svezzamento all’italiana non fa bene alle famiglie, perché sono pochi quelli che la sanno davvero prendere con filosofia. Inoltre non educa la famiglia, non prende per mano il genitore aiutandolo a modificare le proprie abitudini alimentare per renderle più sane, come fa l’autosvezzamento, sfruttando il momento chiave in cui i genitori sono più propensi a fare del loro meglio per il bene dei figli, ma accantona i bambini in un angolo a nutrirsi di cibo degli dei in attesa di unirsi alle scorribande alimentari degli adulti, solo un po’ più avanti. Lo svezzamento tradizionale svezza i bambini due volte: prima gli toglie il seno materno così… in maniera del tutto arbitraria, poi – dopo averli abituati ad un’unica consistenza e spesso un unico sapore – gli toglie le pappe a suon di "è ora di iniziare a mangiare come i grandi", che tuttavia non suona così funesto come il tremendo e assai falso "deve abituarsi al cucchiaino".

    Aspettiamo con ansia il 2014 e i risultati delle ricerche sull’efficacia o meno del ritardo di introduzione degli alimenti contro le allergie, intanto credo valga la pena di soffermarsi di più sugli aspetti umani e relazionali per i quali lo svezzamento mette le basi, e che possono essere ottime o disastrose.

    Purtroppo questa interpretazione fantasiosa delle linea guida di cui accenna Fiocchi, si tramuta in un semplice "pediatra che vai, schema che trovi", che io trovo un insulto all’intelligenza dei genitori.

  2. …..se il bambino non lo gradisce oggi, magari domani sì. Dov’è il problema.
    Come dice il semplice buon senso dell’esperienza diretta (la mia e quella di molti genitori sanamente consigliati dalla millenario stile dell’Alimentazione Complementare A RICHIESTA) qui felicemente suffragata dall’autorevolezza del Dr. Conti Nibali un bambino chiederà di assaggiare più volte un cibo che apparentemente non aveva gradito, prima di ‘capirne’ ed eventualmente apprezzarne il gusto e, aggiungo, la consistenza.

    Mio figlio mangia di tutto, ma già dai 18 mesi mostrava di avere una spiccata preferenza per le verdure!

    Articolo molto interessante!

  3. Lucio Piermarini

    La Finlandia è talmente preoccupata dell’allergia al pesce da aver lanciato un azione nazionale per la prevenzione dell’allergia basato, anche, sul non evitamento di alcun allergene, pesce compreso, naturalmente. Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.
    T. Haahtela et al. Finnish Allergy Programme 2008â

  4. Sono d’accordo con Gloria e con quanto sostenuto, nell’articolo, dal pediatra Conti Nibali. Lo svezzamento della mia prima figlia è stato un incubo. Lei che non mangiava, io stressatissima dal seguire alla lettera indicazioni che a volte sono davvero rigide e incomprensibili. Una sera la bambina, che gattonava ormai per tutta la casa, ha raccolto da terra delle briciole di un pane con le noci che io e mio marito avevamo mangiato a cena. Ã

  5. Ma … le allergie, quando ci sono (l’ho potuto sperimentare di persona), non si dichiarano già con l’allattamento materno? Ho dovuto togliere dalla mia alimentazione (una tragedia per una francese formaggivora come me) ogni e qualsiasi traccia di latte, vaccino o caprino che fosse, per 11 mesi.
    Se i nutrienti e i sapori del cibo che mangiamo noi mamme passano nel latte, il nostro cucciolo più o meno li conosce già. E probabilmente, gli piace quello che ha mangiato la mamma durante la gravidanza e l’allattamento.
    Di tutto, con moderazione, senza paura.
    E francamente, a meno di avere proprio problemi, o una storia familiare a rischio, non ho mai pensato che il cibo fosse una cosa da pianificare col pediatra. Il cibo è quanto di più naturale ci sia, e l’"animale" bimbo fa come tutti gli altri cuccioli: osserva la mamma, annusa, assaggia, imita, e se per caso una cosa non gli fa tanto bene, la si rimuove, ma non è un dramma. Veramente dobbiamo "medicalizzare" questa cosa?

  6. stefania manetti

    assolutamente non medicalizzare, ma poichè in passato c’è stata una medicalizzazione, negli ultimi 50 anni lo svezzamento è stato un atto medico; una ricetta con grammi etc… adesso per smedicalizzare ci vorrà tempo, informazione corretta e scientifica data da noi pediatri, con convinzione oer restituire ai genitore una pratica che deve essere loro. Una modalità efficace sperimentate è quella di riunire un gruppo di genitori con piccoli dai 4 ai 6 mesi e parlarne insieme, con umiltà, ma con scientificità cercando di sconfiggere tutte le paure e i pregiudizi che sono nati da noi pediatri.

  7. Brava Stefania,

    Conosco almeno due pediatri che fanno proprio così (a dire il vero credo che uno sia pensionato). Peccato siano (ancora) troppo pochi.

  8. Alimentazione complementare a richiesta (vedi Piermarini).
    Il resto sono mode e… mercato

  9. Ho trovato molto più sensate le parole di commento delle mamme che quelle del pediatra che dirige in un ospedale dove nascono + di 2500 bimbi l’anno.
    A riprova che le madri nn sbagliano mai quando danno retta al cuore!