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Spreco alimentare: buttiamo un terzo del cibo. Sensibilizzare non basta: occorre organizzazione e creatività, le proposte del no profit

«Un grave problema sono gli standard di qualità che danno troppa importanza all’aspetto dei prodotti e le pratiche commerciali che incoraggiano i consumatori a comprare più cibo di quello di cui hanno effettivamente bisogno». Olivier De Schutter, relatore speciale dell’Onu per il diritto al cibo, ha accettato di parlare con Ilfattoalimentare.it sul tema dello spreco, a margine di un incontro su biocarburanti e sicurezza alimentare.

 

Lo spreco assume sfumature e dimensioni diverse, a seconda che lo si guardi dal nord o dal sud del mondo. «Ogni anno sulla Terra più o meno un terzo del cibo prodotto per il consumo umano, circa 1,3 miliardi di tonnellate, va perso o viene gettato via», sottolinea De Shutter. Più precisamente, è cibo perso nei Paesi in via di sviluppo, dove la carenza di infrastrutture incide fino al 50% sul deterioramento degli alimenti, ed è sprecato nelle economie avanzate. «Nei Paesi ricchi, tra alimenti gettati dai consumatori perché scaduti e gli scarti dei supermercati e della vendita al dettaglio, si sprecano 222 milioni di tonnellate di cibo l’anno. Una cifra quasi equivalente all’intera produzione alimentare dell’Africa Sub-sahariana, che ammonta a 230 milioni di tonnellate l’anno.

 

In Europa e Nord America si stima che i consumatori buttino via 95-115 chili pro-capite di cibo l’anno, mentre nel Sud-Est asiatico e nell’Africa sub-sahariana il dato si ferma a 6-11 chili». E spesso, denuncia De Schutter, rivenditori e consumatori gettano nella spazzatura alimenti ancora commestibili.

 

Etichetta & sensibilizzazione. Che fare? Secondo la risoluzione del Parlamento europeo per la riduzione dello spreco alimentare che sarà approvata a Strasburgo nelle prossime settimane, va adottata un’etichettatura che riporti una doppia data: il termine minimo di conservazione, che si riferisce alle caratteristiche qualitative del prodotto (“preferibilmente entro”) e la data di scadenza vera e propria (“da consumarsi entro”), relativa alla sua salubrità. 

 

Oltre alle nuove norme, sottolineano gli europarlamentari, va condotta una massiccia campagna di sensibilizzazione. La risoluzione vale come un invito alla Commissione Ue a fare proposte legislative. Per ora Bruxelles, che sta studiando il problema, sembra preferire l’opzione dell’educazione a quella della regolamentazione: «Sensibilizzare tutti gli attori della filiera», come ha ripetuto più volte il commissario alla Salute John Dalli.

 

Ma possibile che la lotta allo spreco alimentare nel nord del mondo sia solo questione di comportamenti corretti? E che quindi richieda un lungo (prevedibilmente) processo di educazione? In realtà  è anche questione di organizzazione, logistica, slancio etico, creatività imprenditoriale e, perché no, recupero economico. Lo dimostrano tanti esempi di realtà no profit e imprese che già lavorano per dare risposte al problema dello spreco alimentare.

 

Il Banco Alimentare. È il modello più antico, nato negli Usa, poi diffuso anche in Europa. Oltre a raccolte fondi tradizionali (come la “colletta alimentare”), il Banco recupera cibo invenduto da industria alimentare, grande distribuzione organizzata, canali di ristorazione e, fino a qualche anno fa, anche dalle eccedenze della produzione agricola dell’Ue, per distribuirlo ai bisognosi. Funziona come un hub: le derrate vengono raccolte in grandi magazzini, che le smistano agli sportelli sul territorio. In futuro, però i Banchi europei potrebbero  essere costretti a rivedere almeno in parte l’elenco dei donatori.

 

Perché? Uno dei fornitori storici del Banco alimentare è stata l’Ue, attraverso il programma di aiuto agli indigenti previsto dalla politica agricola comune. Un’iniziativa nata negli anni ‘80 come misura per evitare che le eccedenze della produzione agricola finissero al macero. Risolti i problemi di surplus, ha funzionato con le scorte.

 

Oggi che le scorte sono ai minimi storici l’Ue acquista sul mercato le derrate da donare, in violazione di diverse norme del diritto comunitario, come stabilito dalla Corte di giustizia europea. Sono mesi che Stati membri e Commissione si danno battaglia per trovare una soluzione. Per ora c’è un accordo per far continuare il programma (che “serve” 18 milioni di persone) fino alla fine del 2013, data oltre la quale un blocco di Stati membri guidato dalla Germania vuole eliminarlo dal bilancio Ue.

Last Minute Market. Al grido “trasformiamo lo spreco in risorse”, la spin-off dell’Università di Bologna Last Minute Market agisce su base locale con l’obiettivo di creare un collegamento sostenibile tra le imprese che vogliono donare il cibo invenduto e le associazioni che possono prenderlo in carico per distribuirlo. Importante anche il ruolo di mediazione delle istituzioni che, grazie alla riduzione degli sprechi, vedono diminuire il volume di rifiuti da gestire. Il modello organizzativo non è l’hub, ma la rete: non ci sono magazzini, tutto funziona grazie a una logistica efficiente, e spesso lo scambio tra donatore e ricevente si svolge nell’arco di poche ore. 

 

Approved Food. Il negozio online di Dan Cluderay ha fatto molto parlare di sé in Gran Bretagna: Approved Food è un sito internet specializzato nella vendita e consegna sotto costo di alimenti che hanno superato il termine minimo di conservazione, ovvero la data del “preferibilmente entro”. La consegna a domicilio entro 24 ore permette ai clienti di avere anche prelibatezze da gourmet e grandi marchi a prezzi contenuti. Sarà a causa della crisi economica o di una nuova sensibilità che già attecchisce nei consumatori più evoluti, ma Cluderay si vanta di aver aumentato le vendite del 500% in un solo anno.

 

MelaSì. Dopo la violenta grandinata del 3 agosto scorso, i 4mila produttori del Consorzio Melinda si trovano con 30mila tonnellate di mele macchiate per un valore di circa 25 milioni di euro. Frutta che, solo a causa delle macchie sulla buccia, è invendibile, in base agli standard di qualità concordati da produttori e canali di distribuzione. Nella migliore delle ipotesi, da mandare sottocosto all’industria dei succhi di frutta, nella peggiore al macero.

 

Ci erano già passati nel 2000 i produttori della Val di Non. Già allora ne uscirono con un po’ di inventiva. «Bisogna sforzarsi di pensare che quella che tutti considerano la fine di un prodotto sia invece un nuovo inizio», racconta il direttore generale del consorzio Luca Granata. Così nasce l’idea di MelaSi, in tutto e per tutto uguale alla Melinda convenzionale, fatta eccezione per le macchie e il prezzo: il 25-30% in meno. Gli agricoltori possono vendere a un costo inferiore per via dell’assicurazione contro il maltempo, i rivenditori non vedono violati gli accordi e possono acquistare a prezzo più basso, trasferendolo ai consumatori, che, a loro volta, mentre risparmiano hanno l’opportunità di imparare che due macchie su una mela non necessariamente ne pregiudicano il gusto.

 

Angelo Di Mambro

 foto: Photos.com

 

Per saperne di più

ll rapporto FAO su “Le perdite di cibo e lo spreco alimentare

I dati sullo spreco alimentare in Ue

Il Banco Alimentare: http://feedingamerica.org/; http://www.bancoalimentare.it/

Last Minute Market: http://www.lastminutemarket.it/

Approved Food:www.approvedfood.co.uk

MelaSì: http://www.melasi.it/SC/2003/default.aspx

 

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Un commento

  1. Andrea Meneghetti

    L’approccio non è assolutamente scientifico e serve all’Onu per farci stare buoni. Mi permetto di mettere il link della prima parte di un testo che ho scritto sull’argomento: http://eticalimentare.blogspot.it/2012/04/spreco-alimentare-e-perdita-fisiologica.html