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Sana 2018: tutti i numeri del biologico. Crescono i consumi e i terreni dedicati all’agricoltura bio. Il parere di Roberto Pinton di AssoBio

Fresh organic vegetablesSi è tenuta da poco, a Bologna, la 30a edizione del Sana, salone internazionale del biologico e del naturale. Quando questa manifestazione ha esordito, il bio era un settore di nicchia, oggi, dopo 30 anni, è un comparto affermato, che rappresenta circa il 3% del totale dell’agroalimentare, ed è ancora in crescita. Come ormai accade da diversi anni, i numeri del biologico mostrano un incremento, sia sul fronte della produzione sia su quello dei consumi.

Secondo i dati raccolti dal Sinab, i terreni destinati all’agricoltura (a fine 2017) sono quasi 2 milioni di ettari: il 15,4% della superficie agricola utilizzata. L’incremento è del 6,3% sul 2016 e del 71% rispetto al 2010. Le aziende del settore sono poco meno di 76 mila (+5% sul 2016), rappresentano il 4,5% del totale e hanno un’incidenza più bassa rispetto all’estensione delle superfici, perché le aziende biologiche sono di solito più grandi. 

A fine 2017, i terreni destinati al biologico coprivano il 15,4% delle superfici agricole, pari a quasi due milioni di ettari

Le regioni con la maggior estensione si trovano al Sud: Sicilia, Puglia e Calabria e ospitano il 46% dei terreni. Le colture principali sono prati a pascolo, foraggere e cereali anche se si registra un forte incremento delle colture più “pregiate”: la superficie a ortaggi cresce del 25% e quella destinata a frutta del 13%. Se confrontiamo il “carrello della spesa” dei prodotti biologici con quello “convenzionale”, i dati Ismea mostrano alcune differenze interessanti. La fetta più rilevante della spesa  è destinata alla frutta, con il 24%, seguono gli ortaggi (18,9%), i derivati dei cereali (16,7%), latte e latticini (13,7%). Se invece consideriamo l’incidenza dei prodotti bio in ogni settore, in pole position troviamo le uova (uno su cinque è bio).

sana numeri biologico consumi per comparto
Frutta e verdura sono i prodotti bio più acquistati dagli italiani, seguiti da cereali e latticini

La parte più importante della spesa agroalimentare “generica” invece, è destinata ai derivati dei cereali (14,3%), seguiti da latte e latticini (14%), “altri prodotti” (13,6%), ortaggi (10,6%) e carni (10,2%).

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Nella spesa generica degli italiani, ai primi posti invece si piazzano cereali, latte e altri prodotti alimentari

Per comprendere l’andamento dei consumi, è utile soffermarsi sull’analisi presentata dall’Osservatorio Sana di Nomisma. Innanzitutto un dato globale: il valore delle vendite di prodotti biologici in tutti i canali (compresa la ristorazione) considerando l’anno che termina a luglio 2018, è superiore a 3,5 miliardi di euro, con una crescita dell’8% rispetto all’anno precedente. Mentre l’export tocca i 2 miliardi.

sana numeri biologico vendite
Aumentano sia i consumi  interni di prodotti biologici sia l’export per un giro d’affari di oltre 3,5 miliardi di euro

I motivi di questo successo secondo Nomisma sono dovuti al fatto che il biologico risponde ad alcune esigenze molto sentite dai consumatori: l’attenzione per la salute, la sicurezza e la qualità e il rispetto per l’ambiente.

Il principale canale di vendita è la grande distribuzione (iper e supermercati) che ospita il 45% degli acquisti, contro il 24% dei negozi specializzati. Gli affari bio nella grande distribuzione crescono del 14% nel 2018 (sono triplicati se confrontiamo le vendite con quelle del 2010), mentre nei negozi specializzati – unico segno meno del settore – calano del 3%. E questo si spiega facilmente: innanzitutto la politica dei prezzi permette alla grande distribuzione di mantenere prezzi più convenienti. C’è un altro elemento da considerare,  negli ultimi tre anni le referenze biologiche nei supermercati sono aumentate: quelle a marchio della catena, in particolare, sono passate da 1858 nel 2014 a 3529 nel 2017. Oltre a soddisfare chi cerca prodotti bio, i supermercati raggiungono un pubblico meno “specializzato”, che trova facilmente alimenti bio sugli scaffali, magari in promozione, e li prova. In questo modo aumenta il numero di famiglie che ogni tanto compra bio. Le interviste ai consumatori di questi prodotti lo confermano: il 44% acquista biologico prevalentemente al supermercato – perché in questo modo fa la spesa in un unico posto – il 19% preferisce invece i negozi specializzati, in particolare per l’assortimento più ricco.

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Aumentano gli acquisti di biologico nei supermercati, dove l’offerta è aumentata e i prezzi sono più bassi rispetto ai negozi specializzati, che registrano un calo

Il calo delle vendite nei negozi specializzati colpisce in particolare i punti vendita indipendenti (–4,4%) e meno quelli delle catene (–2,7%); riguarda soprattutto i prodotti confezionati, ormai molto ben rappresentati nella grande distribuzione, e meno i prodotti freschi.

“Trent’anni fa – dice Roberto Pinton, segretario dell’associazione di categoria AssoBio – i negozi specializzati erano fucine di attività, iniziative, corsi, per diffondere la conoscenza di prodotti ancora poco noti. Con il successo delle vendite degli anni scorsi, questo attivismo è andato scemando. È pur vero che vent’anni fa non si trovavano tutte le informazioni su internet, ma una ripresa delle attività di informazione al pubblico potrebbe rovesciare la tendenza all’involuzione del fatturato. Altro punto critico è la formazione degli addetti: un commesso esperto è un punto di riferimento e può costituire un punto di forza per il negozio. I pionieri del retail biologico erano competenti, però dovevano concentrarsi su un numero di referenze decisamente inferiore; alla fine degli anni ’80 un negozio ben assortito offriva più o meno 1.500 prodotti, ora in un mini-market bio se ne trovano anche più di 5 mila. Il nuovo consumatore è anche gourmet ed è necessario poterlo consigliare al meglio. Servirebbe anche da noi un percorso formativo specialistico come quello che hanno adottato in Germania, il maggior mercato europeo: è un corso professionale riconosciuto e promosso dalle camere di commercio”.

“A questo punto – continua Pinton – penso che una sfida importante per il settore sia puntare sulla correttezza e sulla trasparenza dei prezzi, perché il commercio equo-solidale non si deve applicare solamente ai produttori che vivono in Paesi in via di sviluppo, ma anche alla realtà a noi più vicina. È necessario inoltre creare un sistema di tracciabilità serio, che permetta di bloccare in modo efficiente le frodi, perché ogni infrazione scredita tutto il settore. Infine – conclude il segretario di AssoBio – sono necessarie politiche agricole adeguate. Basti pensare che le aziende agricole in Italia sono passate da tre milioni nel 1991 a 1,6 milioni nel 2011. Questo perché le piccole aziende chiudono; per evitarlo bisogna da un lato pagare prezzi onesti, che diano prospettive e dall’altro snellire una burocrazia che colpisce proprio le realtà più “sostenibili”. Chi produce bio va supportato, perché l’idea del biologico – di cambiare il modo di produrre per ridurre l’impatto sull’ambiente – è importante per il benessere di tutti”.

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  Valeria Balboni

Valeria Balboni

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4 Commenti

  1. Le tendenze e l’evoluzione del settore sono mondiali e se iniziate da uno sparuto gruppo di pionieri sparpagliati in tutto il mondo, ora è tendenza e speranza per un cambiamento radicale delle politiche agroalimentari distruttive della fertilità delle terre e della svalutazione delle filiere convenzionali, compreso lo svilimento del lavoro degli operatori addetti alle varie produzioni soprattutto agricole.
    Un sentimento intelligente e previdente come quello bio sta conquistando gradualmente i consumatori, che comprendono il valore degli alimenti e la fatica che c’è dietro, nel rispetto della terra, degli animali, dell’ambiente e degli operatori che meritano riconoscenza e remunerazioni adeguate, per queste valide ragioni disposti a riconoscerne il giusto prezzo.

  2. X me il vero bio è ciò che posso coltivare io stessa ovvero la pianta di pomodori fuori al mio balcone o qualunque cosa posso nell’ambito domestico. Per il resto penso che nulla è più garantito e anche il bio ormai è solo uno specchietto x le allodole sugli scaffali della grande distribuzione!! Che x quanto mi riguarda è solo u danno x i piccoli esercenti che almeno li puoi guardare in faccia quando consigliano e non invece un semplice scaffale dove credi di scegliere ma alla fine compri ciò che vuole qualcun’altro

    • Vedendo tanti prodotti sugli scaffali della GDO, ho avuto la stessa reazione alla quale però ho aggiunto qualche considerazione socialmente estesa al grande pubblico.
      Se è vero come crediamo, che il bio sia una risposta adeguata per l’ambiente, la salute, il benessere animale e del nostro pianeta, è anche vero che dobbiamo auspicare che non rimanga solo di pochi per pochissimi.
      La commercializzazione dei prodotti, sempre controllati e certificati correttamente, si orienterà come già avviene, direttamente presso i produttori agricoli a km zero, nei piccoli negozi per produzioni artigianali di qualità e produzioni industrializzate in grado di fornire la GDO e grandi negozi specializzati.
      Ad ognuno il suo percorso, compromessi e spazio commerciale, ma diffusione estesa tendente a tutto il mercato, per sollevare le sorti della nostra agricoltura tartassata e risanare terra, allevamenti e produzioni alimentari di dubbia qualità.
      Partendo poi dalla piantina di basilico sul terrazzo (non prospiciente una strada di grande traffico), fino all’auto produzione ortofrutticola privata, compresa la gallina per l’uovo giornaliero dove si può, siamo al meglio del possibile per qualità e sicurezza, senza bisogno di nessuna certificazione ne atti di fiducia.

    • si sforzi di conoscere qualche produttore bio appassionato, possibilmente non dell’ultima ora, e vedrà che il suo scetticismo si affievolirà…