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Un produttore di salmone delle isole Faroe compra un Boeing 757 per spedire i filetti a New York. Proteste degli ambientalisti

salmone Isole Faroe BakkafrostBakkafrost, un grosso allevamento di salmoni situato nelle isole Faroe, posizionate a metà strada fra la Scozia e l’Islanda, ha comprato un Boeing 757 per spedire i filetti a New York in un tempo massimo di 24 ore. Secondo l’azienda ittica la scelta di un volo diretto per gli Stati Uniti riduce sia gli sprechi sia le emissioni di carbonio.

L’aereo acquistato è stato modificato e adesso si presenta come un enorme frigorifero in grado di trasportare 35 tonnellate di salmone fresco, a una temperatura di  zero gradi, dalle Isole Faroe sino a un aeroporto del New Jersey. I tempi sono stati  fissati in modo tale che il pesce arrivi ai mercati all’ingrosso e poi subito dopo nei ristoranti a distanza di un giorno dalla cattura. Secondo quanto riportato dal Guardian gli ambientalisti sono critici, perché ricorrere a voli transatlantici per trasportare cibo solleva domande sull’impatto climatico dell’industria ittica e sul crescente utilizzo del trasporto aereo per aprire nuovi mercati.

Un grosso allevamento di salmoni situato nelle isole Faroe ha comprato un Boeing 757 per spedire i filetti a New York

Il pesce fresco come il salmone e il tonno, i crostacei di pregio come aragoste e astici, ma anche cernie e ricciole sono spesso trasportati in aereo in tutto il mondo. L’alternativa è congelarli in loco e poi spedirli via nave, ma in questo modo il valore merceologico del carico scende drasticamente. Gli attivisti calcolano che i filetti di salmone dalla Scandinavia agli Stati Uniti producono 17 volte più COrispetto ai viaggi in nave. L’amministratore delegato di Bakkafrost, sostiene che un volo diretto con destinazione gli Stati Uniti, effettuato con un aereo dotato di una stiva refrigerata, permette di ridurre del 45% le emissioni di CO2. L’alternativa è un trasporto realizzato con un aereo convenzionale, ma  questo comporta una maggior numero di ore per via dello scalo a Londra e l’impiego di una grande quantità di ghiaccio per mantenere il pesce fresco.

“Ridurre l’impronta di carbonio – ha dichiarato al Guardian Regin Jacobsen, amministratore delegato di Bakkafrost – è molto importante e con il volo diretto i nostri clienti ricevono prodotti più freschi e anche lo spreco alimentare si riduce”. La strategia dell’azienda non è però condivisa, precisa il Guardian, visto che altre aziende ittiche non usano più il trasporto aereo ma spediscono il pesce negli Stati Uniti attraverso le navi che impiegano nove giorni e hanno un costo decisamente inferiore. Studi di settore, riferisce il Guardian, calcolano che il 18% del salmone fresco norvegese viene trasportato per via aerea, e questo rappresenta  il 50% delle emissioni totali di carbonio dell’allevamento di salmone del Paese.

tonno
Il salmone, il tonno, come pure gli astici sono spesso trasportati in aereo in tutto il mondo

Nonostante ciò, in tutto il mondo, il trasporto in aereo per il pesce fresco è molto utilizzato. Le aragoste canadesi vive vengono trasportate in aereo a Shanghai in Cina, il salmone cileno a New York, mentre quello norvegese arriva in Giappone. “Anche in Italia – precisa Valentina Tepedino, veterinaria esperta del settore ittico e direttrice di Eurofishmarket – arriva tutte le settimane prodotto ittico refrigerato trasportato via aerea. Gli astici provengono da Canada e dagli Stati Uniti, tonno, ricciole e altri pesci di pregio e di taglia grossa arrivano dalla Nuova Zelanda, dall’Australia e dal Nord-Africa. I costi sono elevati e per questo motivo i destinatari sono prevalentemente aziende specializzate che riforniscono ristoranti di fascia alta. Per il salmone norvegese e tanti altri prodotti di pesca e acquacoltura europei freschi si usano prevalentemente camion che, a seconda della zona di allevamento o di pesca e di destinazione, impiegano per arrivare a destinazione da 24 a 48 ore”. Il trasporto aereo è un metodo che funziona, ma forse, anziché trovare il modo migliore per far volare il cibo dall’altra del mondo, sarebbe meglio consumare il pesce di casa propria e creare sistemi alimentari in grado di nutrire la popolazione del pianeta.

© Riproduzione riservata – Foto: Bakkafrost, Depositphotos, Fotolia

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Roberto La Pira

  Sara Rossi

giornalista redazione Il Fatto Alimentare

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