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Real Junk Food Project, ristoranti e supermercati dove il cibo viene salvato dalla spazzatura e viene pagato come ci si sente

the real junk food project caffetteria mensaPiù di 120 caffetterie-ristoranti nel Regno Unito e in altri Paesi come Germania, Australia, Corea del Sud, Sud Africa e Israele, a cui ora si affiancano anche piccoli supermercati in Inghilterra, dove tutto è all’insegna del “consumi e prendi quel che vuoi, paghi come ti senti”. Con una particolarità: nei ristoranti e nei negozi si consumano e comprano solo cibi destinati altrimenti a finire tra gli scarti. Tutto proviene dal surplus di supermercati, mercati all’ingrosso e ristoranti, per i quali donare le eccedenze è più economico che smaltirle come rifiuti.

Non si tratta di un’iniziativa imprenditoriale e neppure di un progetto sociale, bensì di un movimento nato nel dicembre 2013 con la motivazione ambientale di combattere lo spreco alimentare, da un’idea del trentaduenne chef britannico Adam Smith. Dopo aver lavorato in una fattoria australiana e aver visto direttamente le dimensioni dell’eccedenza di cibo, Smith è tornato in patria, nella sua città natale, a Leeds, e ha fondato The Real Junk Food Project, aprendo la prima caffetteria all’insegna del Pay As You Feel. In questi locali si paga in denaro secondo quanto si ritiene giusto, oppure attraverso volontariato nel locale o in altre attività del movimento, ad esempio nell’approvvigionamento del cibo dai supermercati. Ora i ristoranti e i negozi nel Regno Unito sono 63, di cui 14 nella sola città di Leeds, dove tutto è cominciato.

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The Real Junk Food Project è un’iniziativa nata per salvare cibo perfettamente commestibile dallo spreco alimentare

Il sistema del Real Junk Food Project funziona in franchising e ogni ristorante deve seguire alcune regole base, tra cui il fatto che il 90% del cibo utilizzato deve provenire da alimenti altrimenti destinati allo scarto, perché si tratta di ortofrutta non più sufficientemente fresca per gli scaffali o di prodotti con la confezione danneggiata oppure vicini od oltre la data indicata come preferibile per il consumo.

Proprio perché operano con questa tipologia di alimenti, i ristoranti e i negozi di Adam Smith sono molto controllati dalle autorità sanitarie. Inizialmente, come riferisce il quotidiano britannico Independent, questi ristoranti utilizzavano anche alimenti deperibili oltre le date di consumo indicate in etichetta, che Smith ritiene siano stabilite in modo arbitrario per spingere le persone a comprare di più. Tuttavia, dopo che la polizia ha trovato nel magazzino del ristorante di Leeds 444 alimenti oltre la data di scadenza per il consumo, fatto per cui il ristorante è stato denunciato, Smith ha deciso di adeguarsi al rispetto della legge, pur sottolineando che “il nostro cibo ha sfamato più di un milione di persone e nessuno ha mai detto di essersi ammalato. Quindi sappiamo cosa stiamo facendo”. La CNN ha assistito direttamente a un’ispezione delle autorità sanitarie nel supermercato della città inglese di Leeds, proprio mentre intervistava l’ideatore del Real Junk Food Project. “Avrebbero potuto farci chiudere facilmente”, ha commentato Smith dopo che gli ispettori se ne erano andati, “ma c’erano 500 persone nel negozio, comprese famiglie con bambini, con i carrelli della spesa pieni di cibo. Ho detto agli ispettori che dovrebbero lavorare insieme a noi, altrimenti tutto questo cibo finirà in discarica e io dirò alla gente che loro lo stanno permettendo”.

Anche se la finalità del promotore del progetto è ambientale e non sociale, i ristoranti e i negozi del Real Junk Food Project, pur essendo aperti a tutti senza distinzione di reddito, sono particolarmente apprezzati dalle fasce povere della popolazione. Pur essendo consapevole che la sua iniziativa tocca temi più ampi come la povertà e la malnutrizione, Adam Smith ribadisce che “non siamo qui per fermare la fame ma per fermare lo spreco di cibo”, ribadendo come quello ambientale sia l’aspetto prioritario del suo progetto ma affermando anche che ai suoi occhi il fatto che “tutti su questo pianeta abbiano diritto al cibo è un diritto umano”.

Fonte immagini: The Real Junk Food Project, Facebook

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  Beniamino Bonardi

Beniamino Bonardi

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2 Commenti

  1. Spero che questa storia della lotta allo spreco di cibo non arrivi al parossismo, perché mi pare non siamo ormai più tanto lontani. Stiamo arrivando al punto che le imprese verranno multate se non faranno certe cose. Ma la mia opinione è che talvolta il costo del prodotto è così basso che magari recuperarlo, gestirlo, TRASPORTARLO (cil consumo di carburante che comporta) alla fine mi sa che costi più di quanto ci vorrebbe a comprarne di nuovo. Certo, è chiaro che allora bisognerebbe buttare quello che non si recupera.
    Questa cosa di valutare bene le questioni la spiego con un esempio. Molto spesso le parrocchie organizzano raccolte di cibo da mandare nel terzo mondo. Le persone sono contente di contribuire, i volontari di dare il loro tempo ecc. Poi però occorre inviare questa merce, con costi di trasporto non indifferenti. A mio parere sarebbe più efficiente chiedere alla gente i soldi, organizzare acquisti nei pressi del luogo di distribuzione: si risparmierebbe il trasporto e comprando all’ingrosso ci sarebbe più cibo

    • Sarebbe troppo lungo e complesso sviscerare tutta la questione. Mi limito a obiettare che nei luoghi di distribuzione non c’è modo di acquistare il cibo locale perché non esiste (il più delle volte non c’è nemmeno acqua sufficiente per le coltivazioni), dunque andrebbe comunque trasportato in loco anche se acquistato nel posto più vicino dove disponibile, sanitariamente adeguato, e a prezzo accessibile (infine cioè negli stessi Paesi da cui provengono le donazioni). In secondo luogo sottrarre pacchi di pasta e scatole di pelati non è particolarmente appetibile per i malintenzionati, mentre soldi liquidi fan gola a chiunque possa metterci le mani su. Ergo, come spesso accade, in questo modo ai fruitori arriverebbe poco o nulla.