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Polli: la differenza fra quelli allevati “senza l’uso di antibiotici” e quelli “mai trattati con antibiotici”

Sono in corso alcune campagne pubblicitarie firmate a grandi aziende del settore e anche da catene di supermercati che annunciano l’assenza totale dell’uso di antibiotici negli allevamenti di polli. Si tratta di un’informazione che, se da una parte è una rassicurazione su temi sollecitati dalle notizie inerenti l’antibiotico resistenza, dall’altra – per i non addetti ai lavori – potrebbe far presumere che gli altri polli in venduti sugli scaffali contengano antibiotici. Non è così, perché la carne di pollo in vendita non contiene residui di medicinali. La campagna  offre l’occasione per spiegare la differenza fra la dicitura “allevato senza l’uso di antibiotici” e “mai trattato con antibiotici”.

Tutti i prodotti di origine animale (compreso il pollo), per legge non devono contenere residui di farmaci e, quindi sono sempre “senza antibiotici”. Il ministero della Salute, in linea con quanto previsto dal Piano nazionale residui, effettua ogni anno circa 8.000 campionamenti negli allevamenti avicoli rappresentativi di altrettante partite di animali. Negli ultimi 20 anni la percentuale di campioni non conformi non ha mai superato lo 0,08% (in alcuni anni è stato riscontrato 0,00%). È stato anche possibile dimostrare che alcune positività, erano dovute alla presenza di sostanze antibiotiche naturali prodotte da batteri nel sottosuolo ed assorbite dai vegetali, con i quali erano stati alimentati i polli.

Si può quindi affermare che le carni avicole sono sostanzialmente “senza antibiotici”. La commercializzazione di polli “mai trattati con antibiotici” è iniziata su base volontaria da parte di alcuni allevamenti nel 2012, ed è regolamentata dal Decreto 29/07/2004 del ministero dell’Agricoltura. Il testo prevede l’approvazione di un protocollo operativo basato sulla completa tracciabilità dei lotti, sul controllo (ispettivo ed analitico) da parte di un ente certificatore indipendente, e la sorveglianza effettuata dallo stesso ministero. Questa certificazione ha ottenuto molto successo fra i consumatori e attualmente il 40% circa delle carni avicole è venduta con la dicitura “Allevato senza uso di antibiotici”.

Per capire meglio cosa vuol dire l’eliminazione dei farmaci bisogna fare un passo indietro e sapere che fino al 2006 negli allevamenti di polli si usavano sostanze ad azione antimicrobica, sia per curare malattie a dosi terapeutiche, sia per limitare la proliferazione della flora batterica intestinale, attraverso prodotti denominati fattori di crescita, che favorivano l’incremento del peso. I tempi di sospensione dei farmaci erano comunque rispettati, e le percentuali di campioni non conformi erano bassissime. In seguito è stato vietato l’impiego di antibiotici come fattori di crescita, per ridurre la diffusione tra le persone di ceppi batterici resistenti ai medicinali.

polli
Il 40% circa dei polli è venduto con la dicitura “Allevato senza uso di antibiotici”

Negli anni successivi, l’intero mondo scientifico si rende conto che l’efficacia degli antibiotici nel controllo delle malattie tendeva a diminuire, per la comparsa sempre più frequente di fenomeni di resistenza. Le agenzie internazionali e le associazioni scientifiche hanno pubblicato documenti che sono alla base delle azioni da intraprendere per diminuire le resistenze agli antimicrobici e che hanno introdotto il concetto di “One Health”, ovvero dell’interconnessione tra salute animale e salute umana.

Negli ultimi anni il mondo produttivo avicolo, ha recepito le pressioni dei consumatori e delle catene di supermercati e nel 2015, l’Associazione di produttori Una (Unione nazionale avicoltura) impostava il “Piano Nazionale per l’utilizzo del farmaco veterinario e per la lotta all’antibioticoresistenza in avicoltura”, in collaborazione con il ministero della Salute e con la Società italiana di patologia aviare, per ridurre il ricorso a sostanze antimicrobiche.

Iniziava così il terzo periodo, con una riduzione di sostanze antimicrobiche dell’82% nel pollo e del 64% nel tacchino (l’intervallo considerato va dal 2011 al 2018). Oggi, si può dire che la maggior parte dei prodotti avicoli proviene da allevamenti dove “non sono utilizzati antibiotici”, anche quando sull’etichetta non compare la certificazione.

Negli allevamenti intensivi la salute e il benessere animale sono principi da rispettare e i medicinali vengono somministrati solo quando serve e nelle  dosi indicate dal veterinario. Vale la pena ricordare che l’allevamento di polli ha un’elevata resa e quindi oltre ad avere un costo accessibile, viene considerato un sistema a basso impatto ambientale, con un ridotto utilizzo di antibiotici, di suolo e di risorse naturali.

Pietro Greppi – Ethical advisor info@ad-just.it

Bibliografia

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2) International Agency for Research on Cancer. 1990. Summaries & evaluations – chloramphenicol. Lyon (France): IARC; Vol. 50.

3) European Agency for the Evaluation of Medicinal Products (EMEA). 1996. European committee for veterinary medicinal products. Chloramphenicol summary report. (2013 Jan 21). http://www.ema.europa.eu/docs/en_GB/document_library/Maximum_Residue_Limits_-_Report/2009/11/WC500012060.pdf

4) Wongtavatchai J, McLean L, Ramos F, Arnold D 2004. World health organization: joint FAO/WHO expert committee on food additives (JECFA), chloramphenicol. International Programme on Chemical Safety –  INCHEM WHO Food Additives series: 53.WHO Food Additives series. 53: 7–85.

5) Antibiotic Production by Microbes Isolated From Soil . Sonia Sethi, Ravi Kumar and Saksham Gupta Dr. B. Lal;  Institute of Biotechnology, Malviya Nagar, Jaipur-302017, Rajasthan, India; International Journal of Pharmaceutical Sciences and Research , 2013; Vol. 4(8): 2967-2973.

6) Antibiotic-producing fungi present in the soil environment of Keffi metropolis, Nasarawa state, Nigeria, Trakia. Makut and Owolewa. Journal of Sciences, Volume 9(2), 2011, pag. 33-39.

7) Regulation of chorismate-derived antibiotic production. Malik. Advances in Applied Microbiology, Volume 25, 1979, pag. 75-91.

8) A cryptic plasmid in the chloramphenicol-producing actinomycete, Streptomyces phaeochromogenes, Doull et al.,FEMS Microbiology Letters, Volume 16(2-3), 1983, pag. 349-352.

9) Distribution of chloramphenicol acetyltransferase and chloram-phenicol-3-acetate esterase among Streptomyces and Corynebacterium. Nakano et al., Journal of Antibiotics, Volume 30 (1), 1977, pag. 76-82.

10) Occurrence of chloramphenicol in cereal straw in north-western Europe. Erik Nordkvista, Tina Zuidemab, Rik G. Herbesc and Bjorn J.A. Berendsen – Food Additives & Contaminants: Part A, 2016 VOL. 33, N. 5, 798–803.

11) Occurrence of Chloramphenicol in Crops through Natural Production by Bacteria in Soil. Bjorn Berendsen, Mariel Pikkemaat, Paul Römkens, Robin Wegh, Maarten van Sisseren, Linda Stolker, and Michel Nielen. J. Agric. Food Chem., 2013, 61 (17), pp 4004–4010.

12) The natural occurrence of chloramphenicol in crops. Berendsen, B., T. Zuidema and J. de Jong 2015.. Wageningen, RIKILT Wageningen UR (University & Research centre), RIKILT report 2015.009.

13) Scientific Opinion on Chloramphenicol in food and feed – EFSA Panel on Contaminants in the Food Chain (CONTAM) – European Food Safety Authority (EFSA), Parma, Italy – EFSA Journal 2014;12(11):3907.

14) Armelagos, G. J., K. Kolbacher, et al. (2001). Tetracycline consumption in prehistory. Tetracyclines in Biology, Chemistry and Medicine. M. Nelson, W. Hillen and R. A. Greenwald, Birkhäuser Verlag.

15) Selman A. Waksman  Albert Schatz  Donald M. Reynolds. Production of antibiotic substances by actinomycetes. Annals of the New York Academy of Sciences – First published: September 1946.

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  Redazione Il Fatto Alimentare

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17 Commenti

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    Non ho capito dove sta la differenza. In particolare, il paragrafo “si può quindi affermare” non mi quadra. All’inizio si fa riferimento alla certificazione “mai trattati con antibiotici” ma alla fine si dice “e quindi il 40% venduto è allevato senza l’uso di antibiotici”, che è l’altro claim. C’è un errore?

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      Specifico anche se rischio la ripetizione: gli antibiotici non vengono più usati per legge (tranne casi rari in cui serve intervenire). Per evitare di arrivare a doverli usare si estremizzano le pratiche di cura del benessere animale (proteggendoli da ogni rischio di infezione). Nel caso che anche nonostante queste pratiche si verifichi un’infezione, allora quell’allevamento rientra fra quelli che sono ricorsi al trattamento per necessità. E in questo caso l’allevamento non rientra più fra quelli “mai antibiotici” ma comunque sottoposto al periodo di sospensione che consente la scomparsa di residui antibiotici nella carne. Oggi il mai antibiotici è comunque pratica sempre più diffusa. In altre parole non esiste traccia di antibiotici nella carne che mangiamo. Qualunque sia il percorso cui viene sottoposto l’animale. Grazie per l’attenzione.

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    L’articolo merita delle precisazioni: tutte le carni non devono contenere residui di antibiotici. il claim in etichetta, permesso esclusivamente dal disciplinare di cui è titolare Unaitalia, autorizzato dal Mipaaf nel 2004 (controllato da un ente terzo), è “allevato senza uso di antibiotici”. Ciò sta a significare che quelle carni derivano da animali che MAI, fin da quando erano embrioni in un uovo fecondato, hanno ricevuto un intervento con antibiotici. Le altre carni NON hanno comunque residui di antibiotici, per legge, ma gli animali, quando necessario e sotto la supervisione di un veterinario, possono aver avuto bisogno di essere curati. La cura è un dovere di chi alleva e un diritto degli animali. Se, infatti, un ciclo di allevamento necessità di un intervento curativo, quegli animali, non potranno dare carni etichettate con “allevato senza uso di antibiotici”, anche se le carni non conterranno residui. il claim in etichetta è “allevato senza…” e non “senza antibiotici”: questo claim sarebbe, infatti, fuorilegge, perché condizione obbligatoria per tutte le carni poste in commercio.

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    Mi scusi, Greppi, ma la sua risposta necessita di ulteriore precisazione: dal 1° gennaio 2006 sono vietati su tutto il territorio europeo gli antibiotici promotori della crescita. Questi erano antibiotici che venivano aggiunti all’alimento al fine di favorire l’attività di digestione, una sorta di disinfettante intestinale. Sono questi gli unici antibiotici vietati per legge: erano molecole ad attività antibiotica, che non avevano finzione curativa. Gli antibiotici, invece, che si utilizzano allo scopo di curare gli animali, secondo il principio “quando serve e se serve”, dietro prescrizione veterinaria, non sono mai stati vietati, ovviamente nel rispetto del dosaggio indicato in ricetta e dei tempi di sospensione, al fine di garantire l’assenza di residui nelle carni. Indicazioni restrittive sull’uso prudente o solo come ultima scelta di determinati antibiotici vengono dall’OMS e da ECDC e EFSA, al fine di contrastare lo sviluppo di forme di resistenza.
    Quando un ciclo di allevamento può essere condotto a termine senza alcun intervento curativo che richieda antibiotici, allora il disciplinare Unaitalia (non ne esistono altri) dà la possibilità (a chi ha seguito un determinato percorso, che comprende la verifica ispettiva di un ente terzo di controllo) di indicare in etichetta “allevato senza uso di antibiotici”.

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      Federico Carraro

      Chiedo scusa, ma l’articolo lascia più dubbi che certezze. L’occhiello dell’articolo “promette” di dare una distinzione tra dicitura “senza uso di antibiotici” e “mai trattati con antibiotici”, leggendo l’articolo sembra che tale distinzione non esista e che qualunque pollo che non abbia avuto cicli di cura durante la sua vita possa avere l’una o l’altra, l’unica cosa che viene puntualizzata è che nel pollame non vi siano residui, cosa che personalmente sapevo già e che mi lascia indifferente, anche perché l’animale l’antibiotico lo metabolizza prima della macellazione.

      La cosa che interessa a me, da consumatore, è: il fatto che sui polli da allevamento intensivo (così come su altri animali) vengano usati antibiotici nonostante i soli 2 mesi di ciclo vitale (so che sui bovini sono ammessi fino a tre cicli all’anno, che sono TANTI), è indice del fatto che si ammalano molto più di quello che potrebbero vivendo in maniera sostenibile ed etica (l’allevamento del “contadino”, perdonatemi le semplificazioni)? Perché a quel punto per me, consumatore, diventa rilevante la dicitura “allevato senza uso di antibiotici” piuttosto che nessuna etichetta, perché riflette comunque uno standard di vita per gli avicoli che gli permette di vivere senza ammalarsi e quindi senza dover essere curati con gli antibiotici, ed è una buona notizia anche per le resistenze. Grazie dell’attenzione

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      Grazie Rossella, utile anche la sua precisazione ed è probabile che nella lettura reciproca di quanto scriviamo ci sfugga che stiamo dicendo le stesse cose descrivendole più o meno dando ognuno per scontato che chi legge alcune cose le conosca già. E’ un difetto che riguarda un po’ tutti, soprattutto fra tecnici e addetti ai lavori dei vari contesti più o meno scientifici e/o professionali. Io per mestiere cerco di autolimitare la complessità della comunicazione mia e di altri. Complessità che genera ostacoli alla comunicazione stessa. Il mio personale obiettivo è di cercare di far sapere alle persone comuni (cioè i consumatori in generale per capirsi) cose che le rendano consapevoli e informate su un piano di neutralità. Se posso la invito la invito a visitare il mio blog http://www.esempidaimitare.com/nutriamoci/ . Spero di aver modo di continuare ad averla come contributrice alla chiarezza delle informazioni che qui e altrove mi impegno a fornire.

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    federico marchini

    l’uso auxinico degli antibiotici era diffuso e ” normale” in quasi tutto il settore zootecnico. Serviva a modificare la flora intestinale per incrementare l’assorbimento degli alimenti e, conseguentemente aumentare la velocità di crescita e di peso dell’animale.

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    Secondo un documento della European Medicines Agency (science medicines health) scaricabile in pdf intitolato Sales of veterinary antimicrobial agents in 31 European countries in 2017- trends from 2010 to 2017 (ultimi dati globali disponibili) viene evidenziato che siamo il paese europeo con il secondo maggior quantitativo di antimicrobici veterinari acquistati, dopo la Spagna, e in percentuale alla popolazione il secondo paese dietro a Cipro.
    Ora noi veniamo informati dalle fonti ufficiali che certe pratiche non sono più applicate , che i campioni esaminati sono esenti da residui e quindi possiamo stare tranquilli ma…..altre fonti ufficiali dicono che siamo il paese con maggior numero di morti per antibiotico-resistenza e i dati degli acquisti di antimicrobici sono altissimi, quindi la mia domanda agli esperti è questa= dove vanno a finire questi prodotti dato che per stringente legge economica nessuno compra per buttare via e anche se così fosse sarebbero guai grossi per la nostra salute?
    La signora Ilaria Capua, che non è persona qualsiasi in questo campo , suggerisce che l’altissimo numero di morti in Italia in questo frangente “potrebbe” essere dovuto alla antibiotico resistenza nostrana…..

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    Per l’utente Federico Carraro che è intervenuto per un chiarimento e che non riesco a raggiungere con altri mezzi rispondo qui: Perdoni il ritardo nella risposta. La sua frase che mi colpisce di più è “uno standard di vita per gli avicoli che gli permette di vivere senza ammalarsi”. Frase alla quale posso subito replicare che anche le persone si ammalano … come mai succede? E perché secondo lei esiste un sistema sanitario nazionale, anche nei paesi con altissima qualità della vita, se tutto (come lei afferma che dovrebbe essere per i polli) dipende dallo standard di vita? Potrei affermare addirittura che l’attenzione con cui i polli vengono allevati è di molto superiore a quella con cui vengono trattate le persone nei luoghi dove si presta assistenza sanitaria alle persone.
    Comunque sia, sappia che l’80% dei polli è già allevato senza che gli accada di ammalarsi, motivo per cui non viene mai trattato. L’altro 20% che viene trattato è perché i polli sono gestiti in gruppo e non individualmente: se alcuni si ammalano, vengono trattati tutti e quindi successivamente sottoposti al periodo di sospensione già citato nell’articolo.
    I veterinari degli allevamenti intensivi si comportano in modo rigoroso e sono obbligati a rendere dichiarazioni sul proprio operato quando vengono chiamati in causa e a denunciare alle autorità eventuali situazioni di infezioni che superino una certa percentuale dell’allevamento.
    Sperando di esserle stato d’aiuto nella comprensione di quanto pubblicato, concludo con una nota che credo la stupirà: i polli, come gli altri animali allevati sono sotto la responsabilità di chi li alleva e la loro salute non solo è attentamente vigilata, ma è anche oggetto di precise leggi a loro tutela che comportano addirittura conseguenze penali per gli allevatori nel caso che si verifichi che in un allevamento insorgano infezioni. A disposizione.

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    L’Italia come la Francia partecipa a questo piano europeo di riduzione dell’uso di antibiotici veterinari , che volendo dirlo francamente era veramente smodato, e genitore , non unico ma maggioritario , di quell’enorme problema che è l’antibiotico-resistenza.
    I risultati dal 2011 al 2017 sono ottimi , tutti i numeri sono in calo e quindi quasi tutto bene dato che l’Italia si posiziona al secondo posto dopo la Spagna come tonnellate totali utilizzate (dato EMA).
    C’è poi una curiosa notizia appunto dalla agenzia ANSES (Francia appunto) che esaminando dati interni ha notato nel 2018 un piccolo aumento nell’utilizzo quindi in controtendenza , suggerendo che dato il tipo di allevamento intensivo standard potrebbe essere stato raggiunto il limite di diminuzione possibile e oscurando leggermente i buoni progressi raggiunti negli anni precedenti.
    Da qui discende il monito a continuare la sorveglianza del fenomeno , a non abbassare la guardia e a ipotizzare migliori sistemi di allevamento alla luce di quanto scritto in altri commenti ” più è grande l’allevamento e maggior numero di animali deve essere trattato in caso di malattia , rischio statisticamente impossibile da evitare.
    Perchè , chiudo con una mia ossessione , l’antibiotico resistenza non è uno scherzo nonostante si stia usando massicciamente l’IA per scovare nuovi farmaci ……..

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    Mi trovo pienamente d’accordo con la risposta del giornalista Greppi, alla quale non occorre aggiungere nulla.
    Rispetto all’intervento di Gianni, visto che siamo su Il fatto alimentare, mi piace precisare che l’Italia, come tutti i paesi UE, ma anche non Ue (Norvegia, Islanda e Svizzera) partecipa ad un progetto non di riduzione, ma di monitoraggio della vendita (e non del consumo) di antimicrobici totale (non suddiviso per specie). E’ il progetto ESVAC, partito nel 2010, i cui report arrivano con due anni di ritardo. L’Anses avrà visto una inversione di tendenza negativa (certo il consumo non potrà mai essere zero, perché non esisterà mai una genia di animali immuni da qualsivoglia malattia), ma in Italia la riduzione di consumo nel settore avicolo continua, nonostante gli ottimi risultati del Piano di riduzione volontario. il Piano quantifica i consumi effettivi e li valuta sulla base di obiettivi di riduzione. E’ una cosa diversa dal progetto ESVAC, e per completezza va detto che molti paesi applicano piani e propri sistemi di monitoraggio (UK, Danimarca, Olanda che è stato il primo paese, dal 2009) con ottimi risultati. La guardia non va abbassata, perché bisogna mantenere la consapevolezza.

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    Ovviamente monitoraggio deve significare riduzione in pratica dati i problemi che l’uso pur necessario comunque comporta, in questo senso se si ammala un animale in una stanza che ne contiene 10.000 è una cosa , se invece se ne ammalasse uno in un gruppo di 100 sarebbe tutt’altro minor problema. Perchè il rapporto EMA dice che siamo dietro solo a Cipro (?) in quanto a uso parametrato al numero di animali e per me non è una buona notizia.
    Inoltre è vero che la carne venduta non contiene antibiotico per legge ma il pollo (moltiplicato x n. trattati) durante il trattamento comunque produce deiezioni che compostate vanno a finire sui campi coltivati e hanno conseguenze nelle coltivazioni vegetali, quanti antibiotici contiene il compost proveniente da allevamento trattato? Ci sto studiando su ma non ho ancora idee chiare.

  10. Avatar

    Mi domando cosa ci sia di così difficile da capire in questo articolo, vediamo se schematizzando si esce da qesto groviglio:

    1 – ***TUTTI*** i polli devono per legge arrivare al consumo PRIVI DI ANTIBIOTICI

    2 – ***SOLO*** il pollo che IN TUTTA LA SUA VITA non ha ***MAI PRESO ANTIBIOTICI***
    è un pollo ALLEVATO senza antibiotici

    Se il pollo arriva al consumo CERTAMENTE risponde al punto 1, ma se nella sua vita è stato curato
    con antibiotici NON risponde al punto 2 e quindi NON avrà l’etichetta “ALLEVATO SENZA”

    Mauro

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      Rispondo a Mauro per rispondere anche a Plinio che chiede spiegazioni, ma non mette in condizioni di rispondergli. Quanto dice Mauro è corretto, ma tuttavia c’è una spiegazione ancora più rassicurante per Plinio e gli altri: la carne di pollo commercializzata non ha alcun residuo di antibiotici per tre motivi: perchè la legge lo vieta, perchè ormai la totalità degli allevatori alleva senza uso di antibiotici, e perchè laddove dovesse verificarsi un’infezione in un allevamento allora il ricorso agli antibiotici sarebbe necessario e in quel caso sarebbe comunque misurato e comporterebbe/comporta l’obbligo del periodo di sospensione che serve a consentire la scomparsa di ogni residuo possibile nella carne. Per cui “le diciture” per cui Plinio chiede quale offra maggior tutela, possiamo dire che sono equivalenti per quanto riguarda la sicurezza alimentare per il consumatore. Sono da intendersi più come una forma di trasparenza della filiera che altro. Approfitto per dire che proprio per il fatto che la carne di pollo in commercio è priva di antibiotici risulta priva di fondamento ogni allusione al fatto che la carne di pollo possa incidere sulle problematiche di antibiotico resistenza nell’uomo.

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    Gli allevamenti intensivi in caso di necessità usano sempre antibiotici, pena la devastazione dell’allevamento… ciò ha provocato resistenze drammatiche a moltissi antibiotici per cui riscia non solo la salute animale ma anche quella umana.
    Gli allevamenti intensivi vanno chiusi e trasformati in biologici, anche perchè sono insostenibili in quanto consumano risorse almeno 8 volte rispetto alla resa in carne o altri prodotti… Il pianeta è al collasso. Dobbiamo mangiare meno carne e più vegetali restaurando el foreste e vietando ogm e pesticidi.
    La ricoversione biologica conviene a tutti, in primis agli agricoltori europei che per legge vedono compensati i mancati ricavi i maggiori costi più un 30% per le azioni collettive.
    Risparmiando mangimi… in quanto possono alimentare il bestiamo solo con prodotti aziendali o del comprensorio…
    in equilibrio con Madre NAtura… che altrimenti ci punisce con al comparsa di sempre nuovi virue e patogeni…
    provenienti purtroppo anche dagli allevamenti inensivi e dalla distruzione delle foreste e della natura, invasa da migliaia di sostanze mutagene che provocano insieme agli ogm… alterazioni Microbiologiche negli intestini e nei terreni agricoli …
    feriamoci. !! E’ un ordina di Madre Terra…

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      Mi riferisco al commento di Giuseppe Altieri. Ognuno ha la propria opinione ed io rispetto quelle altrui, con la speranza di reciprocità. Tutti gli animali che si ammalano devono essere curati e tutti, ricevono, se necessario antibiotici, che siano intensivi, rurali o biologici. L’equilibrio con Madre Natura, già così difficile 100 anni fa, quando pochi si nutrivano e molti pativano la fame, oggi, con 7 miliardi di persone, è pura utopia.