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Plastica, mascherine e inquinamento. Il Wwf lancia l’allerta contro l’incremento degli imballagi e degli oggetti dispersi nei mari

plastica mareIl 16 giugno è la giornata mondiale delle tartarughe marine, una delle specie maggiormente colpite dalla plastica,
costrette a vivere in un mondo sempre più popolato che produce ogni anno 2 miliardi di tonnellate di rifiuti. Come ricorda il Wwf si tratta di un a quantità enorme che potrebbe crescere del 70% entro il 2050. Il fenomeno ha ormai da qualche anno un simbolo: la plastica. Il biennio 2020/2021 avrebbe dovuto segnare la svolta nella lotta ai rifiuti di questo materiale dispersi in natura, che minacciano le specie animali  come le tartarughe marine e inquinano l’habitat. Ma l’emergenza provocata dal Covid-19 ha riacceso la sfida contro la plastica, che si ripresenta nell’utilizzo di numerosi oggetti indispensabili usa e getta, come le mascherine monouso composte da fibre di plastica.

La vicenda è spiegata bene da Wwf Italia nel suo ultimo paper “La lotta al Covid frena quella all’inquinamento da plastica” in cui si fa un bilancio a distanza di oltre un anno dall’inizio della pandemia. Nel 2019, sono state prodotte globalmente 368 milioni di tonnellate di plastica. La buona notizia è che la produzione in UE è in leggera ma costante diminuzione. La cattiva è che la plastica è troppa e facciamo fatica a smaltirla (nel 2019 ne abbiamo prodotte ben 57,9 milioni di tonnellate, di cui il 40% è costituito da imballaggi). Questa evidenza ha portato l’UE a varare la cosiddetta Plastic Tax, una tassa entrata in vigore da gennaio 2021 e da luglio in Italia. Sempre dal 1° gennaio 2021 per l’UE diventa inoltre più difficile usare i Paesi in via di sviluppo come “discarica” per la plastica in applicazione della Convenzione di Basilea. E ancora, nel 2021 sono stati banditi piatti, posate e cannucce di plastica grazie all’entrata in vigore della Direttiva (UE) 2019/904 il cui scopo è eliminare l’usa e getta e promuovere un approccio circolare ai consumi. Questa Direttiva, però, sta facendo i conti con la pandemia.

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Oggetti in plastica e altri materiali ritrovati in una tartaruga marina

Se la sfida per fermare l’inquinamento da plastica non era facile prima del Covid, ora che si è aggiunto il nuovo problema delle mascherine lo è ancora di meno. Realizzate in fibre di plastica e usate in tutto il mondo le mascherine monouso sono diventate un simbolo universale. Si parla di 7 miliardi di pezzi utilizzate ogni giorno a livello globale. La sola UE ne consuma circa 900 milioni: in peso sono circa 2700 le tonnellate che finiscono tra i rifiuti (o disperse in natura). Peraltro, essendo costituite da plastica composita e potenzialmente infetta, non possono essere avviate al recupero e riciclo.

La mala gestione e la dispersione di questi oggetti usa e getta stanno aggravando il dramma dei rifiuti plastici che inquinano e soffocano oceani ed ecosistemi terrestri. In acqua, le mascherine tendono a galleggiare, ma ne esistono di più pesanti, che affondano o restano sospese a tutte le profondità. Sono stati già osservati pesci, tartarughe, mammiferi marini e uccelli che le hanno ingerite intere o sono rimasti vittime degli elastici. La mascherina, inoltre, dopo poche settimane di permanenza nell’ambiente si frammenta in microfibre, che possono accumulare e rilasciare sostanze chimiche tossiche. Ciò che si è dimostrato necessario per la salvaguardia della nostra salute ha un caro prezzo per l’ambiente.

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Si parla di 7 miliardi di mascherine di materiale plastico utilizzate ogni giorno a livello globale

In mare il numero di specie colpite da rifiuti plastici di varia natura e dimensioni, è aumentato di oltre il 159% nel periodo 1995-2015 (passando da 267 a 693 specie) e nei due anni successivi, dal 2015 al 2018, è ulteriormente raddoppiato arrivando a circa 1.465 specie. Gli impatti sulla fauna possono essere suddivisi in quelli derivanti dall’intrappolamento, che può provocare lesioni, annegamento o strangolamento, all’ingestione che può avvenire direttamente quando un animale scambia la plastica per una preda.

Secondo il Wwf  uno degli elementi da valutare è stato il cambiamento di abitudini dei consumatori. Il brusco aumento della plastica è dovuto anche alle nuove modalità di acquisto. Se nel periodo pre-pandemia  il consumo di prodotti alimentari confezionati rispetto allo sfuso era intorno al 40-45% , con la pandemia si è arrivati al 60%. Un grossa fetta di  persone che prima prediligeva lo sfuso è tornata ad acquistare prodotti imballati. Questo si spiega perché i consumatori ritengono più sicuri i cibi confezionati. La gente si è trovata di fronte al dilemma tra sicurezza e ambiente, sebbene ad oggi non sia stato segnalato alcun caso di trasmissione del virus attraverso il consumo di alimenti. Esistono invece studi secondo cui il SARS-CoV-2 sopravvive sulla plastica, anche se non è stata dimostrata la trasmissione del virus da imballaggi contaminati.

Bisogna poi considerare il periodo di lockdown che ha stimolato gli acquisti online e i servizi di consegna di cibo a domicilio, aumentando ulteriormente la quantità di imballaggi plastici. Il monouso (spesso in plastica) è stato adottato anche per tutti i bar e ristoranti obbligati al take away. Il rischio che stiamo correndo è di una epidemia di plastica. Secondo uno studio appena pubblicato sulla rivista Nature Sustainability, pochissime categorie di prodotti rappresentano quasi la metà dei rifiuti presenti in mare: sacchetti monouso e bottiglie di plastica, contenitori e posate per l’asporto oltre a vari  involucri per alimenti. La lista dei rifiuti più comuni annovera anche corde e attrezzi da pesca, coperchi e tappi di bottiglie e contenitori di cibo. Secondo lo studio la plastica rappresenta l’80% dei rifiuti in mare, dato già noto, quello che sorprende è l’elevata incidenza dei contenitori da asporto e degli oggetti monouso in generale. Il Covid non deve ostacolare l’ambizione globale di ridurre la plastica monouso e l’inquinamento da essa generato. Ma si tratta di un obiettivo che deve partire anche dai nostri piccoli gesti quotidiani.

© Riproduzione riservata Foto: stock.adobe.com

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Roberto La Pira

  Redazione Il Fatto Alimentare

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