C’è una fonte meno familiare di sostanze perfluoroalchiliche (PFAS), i composti chimici altrimenti noti come contaminanti perenni, ormai ubiquitari in tutti gli esseri viventi e virtualmente presenti in tutti gli ambienti della Terra: i pesci che mangiamo. Com’è noto, infatti, i pesci accumulano le sostanze disciolte in acqua come gli PFAS, e poiché il mercato ittico è globale, i pesci con maggiori quantitativi di PFAS possono viaggiare per migliaia di chilometri, raggiungendo anche consumatori che vivono in zone dove la concentrazione nell’ambiente o nelle acque locali potrebbe essere meno elevata.
Da una prospettiva opposta, ciò significa che per diminuire i quantitativi globali di PFAS in circolazione e quelli assorbiti attraverso la catena alimentare si potrebbe intervenire anche sulle rotte e sulle flotte dei pescherecci, ottenendo effetti rilevanti. E che oggi si iniziano a vedere gli effetti positivi delle norme restrittive introdotte qualche anno fa e poi via via sempre più diffuse.
Lo studio globale sugli PFAS nei pesci
A mettere la contaminazione da PFAS sotto questa luce particolare ha provveduto uno studio pubblicato su Science dai ricercatori di numerose università di diversi Paesi coordinate dalla Southern University of Science and Technology di Shenzen, in Cina, che hanno utilizzato dati provenienti da tutti i continenti per arrivare a definire una dose giornaliera stimata (estimated daily intake, EDI) media. L’EDI indica appunto il quantitativo medio che, in base ai consumi, un abitante di un certo Paese assume attraverso il pesce che arriva tramite il commercio globale, oltreché dalle coste nazionali.
Nello specifico, hanno combinato i dati sugli PFAS degli ultimi vent’anni raccolti tra il 2010 e il 2021 in più di 3.100 siti e hanno poi inserito la stima dei quantitativi medi di 212 specie di pesci, unendo al tutto le rotte globali ittiche e i commerci internazionali di pescato su un totale di 44 Paesi. Per circoscrivere il campo e tracciare meglio le parabole dei singoli composti si sono limitati a due tra gli PFAS più frequentemente riscontrati nei pesci, entrambi con otto atomi di carbonio o C8 (non abbastanza corti, quindi, da essere eliminati naturalmente): l’acido perfluoro-ottanoico (PFOA) e il perfluoro-ottano solfanato (PFOS), prodotti prevalentemente in Europa e Nord America.

I risultati
Il risultato è stato una conferma sia del fatto che gli PFAS circolano molto tramite questa specifica via in tutto il mondo, sia della diminuzione in corso, generata dalle norme, dai divieti e dagli obblighi introdotti negli ultimi anni: secondo i numeri emersi, il calo è compreso tra il 40 e il 72% ed è misurabile in diversi Paesi. A partire dai primi anni Duemila, infatti, i principali produttori soprattutto in Nord America ed Europa hanno iniziato a diminuire la vendita dei C8, e anche se le regole stentano a essere approvate e implementate, e nel frattempo vengono ideati sempre nuovi PFAS (alcuni dei quali nuovi C8), una diminuzione innegabilmente c’è stata.
Per quanto concerne l’indice di rischio, nella maggior parte dei Paesi analizzati il parametro resta al di sotto di uno, valore considerato soglia, oltre il quale è indispensabile prendere provvedimenti. Fanno eccezione Groenlandia e Danimarca, più che altro a causa dell’elevato consumo di pesce procapite. In generale, l’indice di rischio cresce in proporzione al quantitativo medio di pesce consumato in una certa zona, ed è infatti più elevato nei Paesi nordici che, però, si trovano anche nella zona dove, storicamente, era concentrata la produzione di PFAS.
Il viaggio degli PFAS
Secondo gli autori, allora come anni fa, la maggior parte degli PFAS arriva in mare proprio dalle acque dolci, che raccolgono gli scarichi degli impianti di produzione e quelli degli acquedotti, ed è esacerbata dal fatto che il ricambio, nei corsi d’acqua dolci, è più difficile e lento rispetto al mare. Non stupisce, per esempio, che negli Stati Uniti ancora oggi le concentrazioni i PFAS rilevate nei pesci di acque dolci siano da uno a due ordini di grandezza superiori rispetto a quelle riscontrare nei pesci di mare, e la stessa tendenza si noti anche in Europa. Analogamente, le concentrazioni di PFAS sulle coste sono più alte quando nella zona è presente un impianto di produzione o un sito che rilascia nell’ambiente grandi quantità di PFAS come quelli militari. Filtraggi, monitoraggi, analisi e limiti sono quindi ancora più che necessari, e stanno aiutando a tenere sotto controllo la situazione.

Le prospettive future
L’aspetto meno positivo, evidenziato anche in un editoriale di commento dello studio, considerato comunque molto importante, è che di questo passo occorreranno decenni prima che si possano avere misurazioni accurate delle concentrazioni dei vari PFAS nei pesci delle diverse aree costiere, e del rischio connesso per tutti i paesi. Nel frattempo, però, stanno aumentando la produzione e l’utilizzo di PFAS a catena corta, già rilevati anche negli ambienti marini, come le sulfonammidi, i perfluoroalchileteri e gli PFAS clorurati: alcuni di essi sfuggono, perché non possono essere ancora misurati (i metodi attuali non lo consentono), e altri si sono già dimostrati tossici quanto i rappresentanti delle generazioni precedenti come i C8.
Ciò rende chiara la necessità di approcci innovativi anche da parte delle agenzie regolatorie, come sta cercando di fare l’Unione Europea, affrontando tutta la classe nel suo insieme. Secondo questa idea, con l’esclusione di PFAS considerati essenziali come quelli utilizzati in alcune strumentazioni mediche, gli altri – compresi quelli nuovi e quelli che dovessero arrivare nel frattempo – devono essere ritenuti pericolosi in quanto membri della classe, per analogia con quanto si sa su strutture simili. Se così fosse, le generazioni future non si troverebbero a fare i conti con sostanze pericolose, autorizzate e usate oggi senza troppi vincoli per assenza di dati specifici. La domanda è se un’Europa che sta tirando pesantemente il freno su tutte le politiche ambientali e di difesa dei consumatori troverà il coraggio di varare una norma autenticamente ispirata al principio di precauzione e alla tutele della salute di quasi 500 milioni di persone o meno.
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Giornalista scientifica


