Persona osserva con lente di ingrandimento pomodori su un tavolo insieme a ravanelli, insalata, mele e cipollotti; concept pesticidi

Patate egiziane coltivate con pesticidi vietati agli agricoltori europei, pesche e albicocche straniere con residui delle stesse sostanze. Eppure possono essere importate legalmente. Perché?

“Importiamo prodotti coltivati con pesticidi vietati in Europa”. È una frase che ricorre spesso nei comunicati di Coldiretti e di altre organizzazioni agricole. A prima vista sembra descrivere un controsenso: se un pesticida è vietato nell’Unione europea, perché un’arancia, una pesca o una patata ottenuta utilizzando quella stessa sostanza può entrare legalmente in Italia?

La risposta è meno intuitiva di quanto sembri. Essere autorizzati a utilizzare un pesticida nei campi e poter trovare un suo residuo su un alimento sono due questioni diverse, regolate attraverso procedure differenti.

Un recente articolo di Italiafruit News, firmato da Fabrizio Pattuelli, ha messo in evidenza proprio questo meccanismo citando drupacee (pesco, susino, albicocco, ciliegio…) provenienti da Cile e Turchia, arance brasiliane e patate egiziane. Il principio è semplice: una sostanza può non essere più disponibile per gli agricoltori europei, mentre un suo residuo può continuare a essere ammesso entro determinati limiti sugli alimenti commercializzati nell’UE.

Pesticidi vietati e residui ammessi

Per poter utilizzare un principio attivo in agricoltura nell’Unione Europea serve un’approvazione. La valutazione non considera soltanto ciò che rimane nell’alimento: si esaminano anche i possibili effetti sugli operatori agricoli, sulle acque, sull’ambiente, sugli insetti impollinatori e sugli altri organismi.

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Il Limite massimo di residuo (LMR), cioè la quantità massima di un pesticida legalmente ammessa su un alimento

Un’altra cosa è il Limite massimo di residuo (LMR), cioè la quantità massima di un pesticida legalmente ammessa su un alimento. Gli LMR europei valgono allo stesso modo per un pomodoro coltivato in Italia e uno proveniente dal Marocco, per una pesca romagnola e una cilena. La Commissione europea precisa che gli stessi limiti si applicano agli alimenti prodotti nell’UE e a quelli importati.

Un LMR può essere stabilito partendo dall’impiego autorizzato del pesticida nell’UE, ma anche sulla base di un uso agricolo ammesso in un Paese extraeuropeo. In quest’ultimo caso si parla di import tolerance. Un’altra possibilità è adottare un limite stabilito dal Codex Alimentarius FAO-OMS. In tutti i casi l’LMR deve essere compatibile con la tutela del consumatore. L’EFSA valuta l’esposizione attraverso la dieta sulla base della tossicità della sostanza, dei residui attesi e dei consumi alimentari.

La questione diventa però più delicata quando una sostanza è stata esclusa dall’UE proprio per motivi sanitari. In questi casi il Parlamento europeo ha contestato il mantenimento di alcuni limiti sulle importazioni, anche quando l’EFSA aveva ritenuto che il residuo presente nell’alimento non comportasse un rischio per il consumatore. Il punto è che una cosa è valutare il rischio derivante dal residuo nel piatto, un’altra è decidere se sia coerente accettare prodotti coltivati con una sostanza che l’Europa ha deciso di eliminare.

Le patate egiziane spiegano il meccanismo

Prendiamo uno degli esempi citati da Italiafruit News: il dimethomorph, fungicida utilizzato contro peronospore e fitoftore.
Nel 2024 l’Unione europea non ha rinnovato l’approvazione della sostanza (regolamento di esecuzione 2024/1207), perché classificata come tossica per la riproduzione e con caratteristiche di interferente endocrino. Il periodo concesso agli agricoltori per esaurire le scorte è scaduto il 20 maggio 2025. In Egitto, al contrario, i prodotti a base di dimethomorph sono regolarmente autorizzati per combattere la peronospora della patata.

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In Egitto il dimetomorph, vietato in Europa, è autorizzato per combattere la peronospora delle patate

Quando l’UE vieta un pesticida, in automatico riduce a zero (o al minimo rilevabile dagli strumenti) la quantità di residuo ammessa sugli alimenti. Tuttavia, per i prodotti che arrivano dall’estero, l’Europa può decidere di mantenere soglie di tolleranza più alte, purché siano conformi agli standard internazionali e l’EFSA confermi che non ci sono rischi per la salute.

Questo significa che un agricoltore italiano non può più utilizzare dimethomorph sulle proprie patate, mentre un produttore egiziano può farlo, se rispetta la legislazione del proprio Paese. E quelle patate possono essere esportate nell’UE? Sì, purché il residuo presente rispetti l’LMR europeo. È questo il passaggio che spesso non emerge quando si parla genericamente di “pesticidi vietati in Europa”. Una patata può essere stata legalmente trattata in Egitto con una sostanza che in Italia non è utilizzabile e risultare comunque conforme alla legislazione europea quando arriva sul mercato.

La situazione cambia completamente se il residuo supera l’LMR oppure se non esiste un limite che ne consenta quella presenza. In quel caso il prodotto è irregolare. Perciò bisogna tenere distinti due fenomeni: alimenti importati legalmente, ottenuti utilizzando pesticidi non approvati nell’UE, e alimenti che violano le norme europee sui residui.

Le autorizzazioni dei pesticidi non sono uguali per tutti i Paesi, perché sono differenti le condizioni climatiche, la diffusione di parassiti, le colture e le pratiche agricole.

Ma perché esiste questa tolleranza?

C’è una ragione pratica che va oltre il caso europeo: le autorizzazioni dei pesticidi non sono uguali nei diversi Paesi. Clima, parassiti, colture e pratiche agricole sono differenti. Una sostanza necessaria per combattere un insetto in Brasile può non servire in Germania; un fungicida utilizzato sulla vite italiana può non essere registrato negli Stati Uniti. Se ogni Paese vietasse automaticamente l’importazione di qualsiasi prodotto ottenuto con una sostanza che non è registrata nella propria agricoltura, una parte importante del commercio internazionale di frutta, verdura e altre derrate diventerebbe molto più difficile. È anche per questo che esistono le tolleranze sui residui.

Negli USA, per esempio, l’Environmental Protection Agency (EPA) prevede le import tolerances: un pesticida che non è registrato per essere utilizzato dagli agricoltori statunitensi può avere una tolleranza sui prodotti coltivati all’estero destinati agli USA, purché il residuo rispetti il limite stabilito. Lo stesso principio esiste in altri grandi mercati, come ad esempio il Giappone.

Anche l’uva italiana può trovarsi nella situazione delle patate egiziane

Il fenomeno può quindi funzionare anche al contrario. Un agricoltore europeo può utilizzare legalmente un prodotto fitosanitario che non è registrato nel Paese al quale vuole vendere il raccolto. Se quel Paese stabilisce una import tolerance, l’alimento europeo può comunque entrare sul mercato.

Un esempio è il proquinazid, fungicida utilizzabile sulla vite nell’Unione Europea. Negli USA non risultano registrazioni per il suo utilizzo agricolo, ma la normativa statunitense prevede una tolleranza specifica per i residui sull’uva importata. Il principio è quindi sostanzialmente lo stesso delle patate egiziane: una sostanza non utilizzabile dal produttore del Paese importatore può essere ammessa come residuo su un prodotto coltivato all’estero.

Pesticidi spruzzati da un trattore in un vigneto; concept: vigne, vino, uva
Il proquinazid, fungicida utilizzabile sulla vite nell’Unione Europea, non è autorizzato negli USA

Questo non significa che le decisioni dei diversi Paesi siano equivalenti. Una sostanza può non essere registrata semplicemente perché nessuna azienda ha interesse a commercializzarla, oppure può essere stata eliminata dopo una valutazione che ha evidenziato problemi sanitari o ambientali. Sono situazioni profondamente diverse e la definizione generica di ‘pesticida vietato’ rischia spesso di confonderle.

Il Codex serve anche a evitare che il commercio si blocchi

A livello internazionale interviene poi il Codex Alimentarius, il sistema FAO-OMS che stabilisce limiti internazionali per i residui dei pesticidi. Le differenze fra gli LMR nazionali possono infatti creare ostacoli negli scambi. I limiti Codex forniscono riferimenti comuni per il commercio internazionale. Naturalmente ogni Paese può adottare regole proprie più restrittive nel rispetto delle norme internazionali.

Il sistema delle import tolerances va dunque letto anche in questo contesto: permettere lo scambio di alimenti fra Paesi che hanno sistemi agricoli e registrazioni dei fitofarmaci differenti, mantenendo limiti sui residui destinati al consumatore.

Allora Coldiretti ha ragione?

Quando Coldiretti afferma che alcuni prodotti stranieri sono coltivati con pesticidi vietati o non utilizzabili nell’UE descrive un fenomeno reale. Ma la frase, da sola, può indurre a una conclusione sbagliata: che quegli alimenti siano illegali oppure che contengano quantità di pesticidi considerate pericolose. Di regola non è così: un prodotto importato che rispetta l’LMR previsto nell’Unione Europea può essere regolarmente commercializzato, anche se nel Paese di origine è stato coltivato utilizzando una sostanza che gli agricoltori europei non possono impiegare.

Pesticidi o erbicidi spruzzati da un erogatore a mano su erbe in un campo
Un agricoltore europeo può dover rinunciare a una sostanza per ragioni sanitarie o ambientali mentre un concorrente extra-UE può continuare a utilizzarla

La questione della cosiddetta reciprocità è quindi più complessa. Un agricoltore europeo può dover rinunciare a una sostanza per ragioni sanitarie o ambientali mentre un concorrente extra-UE può continuare a utilizzarla ed esportare il raccolto in Europa, purché rispetti gli LMR europei. Ma il meccanismo può funzionare anche al contrario: un agricoltore italiano può utilizzare legalmente un principio attivo che non è registrato nel Paese in cui esporta (come nel caso del proquinazid sulla vite destinata agli USA).

Non si tratta quindi semplicemente di prodotti stranieri sottoposti a regole meno severe. Poiché ogni Paese autorizza i pesticidi necessari alle proprie colture e al proprio clima, il commercio globale rischierebbe continui blocchi. È proprio per permettere lo scambio di cibo in sicurezza che esistono le tolleranze all’importazione e i limiti internazionali sui residui (Codex e LMR).

L’opinione dell’agronomo

“Le import tolerance sono uno strumento importante anche per i produttori europei che esportano” spiega Donatello Sandroni agronomo specializzato in ecotossicologia e invita a considerare la questione anche dal punto di vista opposto. “Per onestà intellettuale la reciprocità dovrebbe valere in entrambe le direzioni in un mercato globalizzato”. Le import tolerance, infatti, sono importanti anche per gli agricoltori italiani che esportano: le stesse aziende produttrici di agrofarmaci ne sottolineano l’esistenza quando permettono, per esempio, di commercializzare vino o altri prodotti in Paesi dove una determinata sostanza non è registrata.

Vigneti estivi nel Nord Italia, filari splendidamente disposti. vigne vigna vino uva
Le import tolerances sono importanti anche per gli agricoltori italiani che esportano

Sandroni ricorda inoltre che un principio attivo può essere revocato nell’UE per ragioni diverse: talvolta per gli effetti sull’ambiente o sugli impollinatori, altre volte per questioni tossicologiche. Nel caso del dimethomorph, l’EFSA l’ha classificata come tossica, ma bisogna considerare anche le dosi alle quali questi effetti sono stati osservati, enormemente superiori all’esposizione attraverso i residui alimentari. EFSA stessa, pur confermando le caratteristiche di pericolo della sostanza, ha concluso che gli LMR esaminati non comportavano problemi per l’esposizione alimentare dei consumatori.

Da qui la critica dell’agronomo all’approccio europeo, giudicato eccessivamente severo. Secondo Sandroni le organizzazioni agricole, oltre a chiedere restrizioni per i prodotti stranieri, dovrebbero interrogarsi anche sugli effetti della progressiva riduzione dei principi attivi disponibili in Europa e sulla competitività degli agricoltori italiani.

Sui pesticidi serve una vera reciprocità

Per questo la reciprocità non può significare automaticamente imporre a tutti gli esportatori lo stesso identico elenco di sostanze autorizzate nell’UE. La questione diventa invece molto più rilevante quando si parla di principi attivi eliminati in Europa per gravi motivi sanitari o ambientali: è soprattutto su queste sostanze che Bruxelles sta valutando regole più restrittive per le importazioni.

In ogni caso, sul mercato europeo un prodotto italiano e uno importato devono rispettare gli stessi LMR. Quello che può essere diverso è il modo in cui sono stati coltivati e i pesticidi che l’agricoltore ha potuto utilizzare nel Paese di origine.

© Riproduzione riservata Foto: AdobeStock, Fotolia, Depositphotos

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Osvaldo F
Osvaldo F
1 Ottobre 2026 20:23

Articolo molto interessante e molto importante, chiarisce aspetti complessi e volendo pure principi discutibili.
Resta un problema: che il più delle volte “Non si tratta quindi semplicemente di prodotti stranieri sottoposti a regole meno severe.” è invece probabilmente proprio il motivo per cui in certi paesi possono essere utilizzati prodotti da noi vietati, grazie a politiche meno rivolte alla tutela di ambiente ed agricoltori

Giuliano
Giuliano
1 Ottobre 2026 21:13

Ottimo articolo, ho finalmente un quadro esaustivo e preciso dell’argomento. Grazie!

Prof. Franco Brindani
Prof. Franco Brindani
19 Ottobre 2026 14:53

Articolo molto bello, chiaro ed esaustivo. Non andrebbe trascurato, comunque, che i limiti di residui che oggi sono ritenuti accettabili potrebbero, in futuro, alla luce di nuove conoscenze, non esserlo più.

Anna
Anna
20 Ottobre 2026 06:53

Basta che suoni “merricàno” e si risolve tutto: importòlerans siamo a posto!

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