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Pesce bio a scuola. L’esperimento in due istituti di Roma è stato un successo, però solo se accompagnato dal progetto educativo

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Ovviamente il biologico costa di più, ma questo sovrapprezzo incide meno di quanto si potrebbe pensare

Ma i diretti interessati, alla fine, che cosa ne pensano? Gradiscono davvero i filetti freschi di spigola e orata? I dati raccolti a Roma sono molto interessanti e si riferiscono a due situazioni: una generale in cui i bambini non hanno seguito progetti educativi e una in cui un gruppo ristretto di piccoli (una sessantina) è stato coinvolto in un lavoro sull’avvicinamento al pesce. «Nel primo caso gli scarti medi, intorno al 40%, non sono cambiati. Può sembrare un dato negativo, ma non lo è perché in realtà è cambiata la distribuzione degli scarti» spiega Pagliarino.

Se con i classici prodotti surgelati la tendenza comune è ad assaggiare e a lasciare nel piatto, con i filetti freschi si delineano due tendenze diverse: da una parte ci sono i bambini che assaggiano e che in genere mangiano tutto, dall’altra i bambini che si rifiutano di assaggiare, probabilmente perché spaventati dalla novità. «C’è dunque un margine di miglioramento, perché i bambini che rifiutano la novità possono con il tempo abituarsi alla nuova proposta e decidersi ad assaggiarla».

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Pesce bio a scuola: con il progetto educativo gli scarti di pesce sono passati dal 40% al 7%

Ancora migliori i risultati ottenuti con l’affiancamento di un progetto educativo ad hoc. «Con gli insegnanti, abbiamo costruito un’esperienza in tre incontri» spiega la psicologa Cristina Manzini, che l’ha coordinata. «Nel primo abbiamo chiesto ai bambini di inventare un racconto su un’immaginaria isola di pescatori, l’isola di Sanpei. In questo modo sono entrati in contatto con il mare e con il pesce gradualmente e per via tutta teorica. Durante il secondo incontro, una dietista ha raccontato, sempre in forma di storia ambientata sull’isola di Sanpei, le caratteristiche nutrizionali del pesce.

Infine, durante il terzo incontro siamo passati alla pratica, allestendo una gara culinaria in una delle scuole, dotata di un laboratorio di cucina, e preparando a freddo una ricetta a base di pesce – poi cotta a casa da una mamma – nell’altro istituto». Tra un incontro e l’altro, le insegnanti hanno lavorato sia sulle caratteristiche dell’ambiente marino, sia sulle emozioni provate dai bambini durante il loro viaggio immaginario. Ebbene, nel giro di poco tempo, gli scarti dei pasti a base di pesce sono passati dal 40% al 7%. Non per nulla, questo è l’approccio seguito anche per Pappa Fish, un altro progetto sperimentale attualmente in corso nella Regione Marche e dedicato all’introduzione del pesce fresco pescato nell’Adriatico.

I risultati ottenuti dal progetto Sanpei hanno convinto il Comune di Roma, che da febbraio ha inserito filetti di spigola d’allevamento (convenzionale) e di trota biologica per tutte le scuole romane. Per ora non saranno molto frequenti: in tutto, i pasti con i filetti freschi saranno 12 in un anno, poco più di una volta al mese. Ma è un buon punto di partenza.

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Foto: Thinkstockphotos.it

  Valentina Murelli

Valentina Murelli
giornalista scientifica

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