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Olio di palma sostenibile! RSPO lancia una nuova certificazione più severa ma lascia immutata la prima. L’illusione di un cambiamento impossibile

harvested palm oil fruit bunch.
RSPO ha annunciato la nascita di una certificazione supplementare, denominata RSPO Next

Di fronte alle critiche sul sistema di certificazione adottato dalla Tavola Rotonda sull’Olio di Palma Sostenibile (Roundtable on Sustainable Palm Oil – RSPO), il gruppo ha annunciato la nascita di una certificazione supplementare, denominata RSPO Next. Le nuove indicazioni non risolvono i problemi di fondo, ma “certificano” l’inadeguatezza dei parametri di sostenibilità adottatati sino ad ora, utilizzati dalle grandi aziende italiane e straniere per giustificare l’impiego di un olio di mediocre qualità nutrizionale e con un impatto disastroso sull’ambiente. La Tavola Rotonda sull’Olio di Palma Sostenibile è un’organizzazione internazionale che dal 2004 riunisce gli operatori della filiera del grasso tropicale. Oltre ai  produttori, trasformatori, utilizzatori nell’associazione siedono alcune organizzazioni non governative, come il Wwf. Sebbene la RSPO dichiari che “trasformerà i mercati, rendendo l’olio di palma sostenibile”, in realtà solo il 20% della materia prima presente sul mercato è certificato da RSPO e i criteri sono giudicati da molti insufficienti dal punto di vista ambientale e sociale.

Deforestation and replanting of young oil palm tree.
RSPO Next non cambia di molto la situazione, i criteri aggiuntivi sono riservati a una piccola % di produttori

Le critiche sono state denunciate lo scorso giugno da alcune multinazionali, investitori istituzionali e da associazioni ambientaliste che hanno chiesto alla RSPO di rivedere i criteri di certificazione, prima della scadenza prevista del 2018. La lettera è stata firmata da aziende come PepsiCo, Kellogg, Procter & Gamble, Mars, Starbuks, Colgate Palmolive, Carrefour, Walmart, ConAgra e General Mills.  “Le compagnie che acquistano olio certificato dalla RSPO – si legge nella missiva – lo fanno perché  troppo spesso la produzione convenzionale dell’olio di palma è associata ad impatti ambientali e sociali negativi. Purtroppo, attualmente la RSPO non include protezioni per alcune delle esternalità più critiche della produzione, come la conversione delle foreste ad alto contenuto di carbonio e l’espansione sulle torbiere, e non fornisce sufficienti garanzie che i suoi standard siano rispettati. Di conseguenza, molte compagnie della catena di fornitura dell’olio di palma hanno adottato volontariamente propri standard di approvvigionamento, che vanno oltre quelli stabiliti dalla RSPO, al fine di garantire la produzione di olio di palma responsabile e sostenibile”. I firmatari chiedono la revisione dei criteri entro il 2016 e nuovi modelli di riferimento basati su: conservazione delle aree ad alto contenuto di carbonio; protezione della torba, a prescindere dalla profondità; produzione di rapporti sulle emissioni di gas a effetto serra e definizione di obiettivi di riduzione; garanzie che l’olio di palma provenga da fonti conosciute. Nel testo si chiede  di rafforzare la trasparenza, il controllo e l’applicazione degli impegni delle compagnie associate a RSPO, in particolare nella tutela dei valori biologici, ecologici, sociali e culturali, e il rispetto dei diritti umani. I firmatari auspicano inoltre controlli obiettivi e rigorosi, verifiche e un sistema di raccolta delle denunce di irregolarità.

Loose oil palm seed over white background.
La certificazione RSPO ordinaria vieta il taglio delle foreste primarie considerate di “alto valore”

Per fare fronte alle contestazioni il 9 febbraio è stata lanciata la certificazione RSPO Next, che non cambia di molto la situazione, perché prevede criteri aggiuntivi, riservati solo ai produttori di olio di palma che hanno già almeno il 60% delle loro piantagioni certificate e si impegnano ad estendere alla totalità delle coltivazioni la certificazione ordinaria. Chi soddisfa ai requisiti, può accedere alla certificazione di secondo livello, che prevede criteri più stringenti ma volontari. La lista comprende: divieto di coltivazione sulle torbiere e altri terreni il cui suolo è ricco di carbonio; attuazione di politiche di prevenzione degli incendi; riduzione dei gas a effetto serra; pagamento ai lavoratori di un salario minimo, dove esso non è definito per legge; divieto dell’utilizzo del pesticida Paraquat, vietato nell’Unione europea; impegno per un livello di deforestazione pari a zero. I criteri della certificazione RSPO ordinaria, vietano solo il taglio delle foreste primarie e di quelle la cui conservazione è considerata di alto valore. Sui terreni di torba viene scoraggiata solo la creazione di coltivazioni molto estese. L’uso del fuoco per bonificare il terreno è vietato, ma ai proprietari non è richiesta l’adozione di alcuna procedura preventiva. Come segnala il Guardian, il doppio sistema rischia di creare confusione, perché la RSPO Next sarebbe accessibile solo dalle grandi compagnie, escludendo le più piccole,  lasciando immutata la certificazione ordinaria RSPO, con tutte le sue inadeguatezze e carenze di controlli.

Olio_di_palma_aidepi-1
Aidepi nella pubblicità dice che “l’olio di palma rispetta l’ambiente e la salute”.

L’associazione degli industriali italiani che raccoglie i principali utilizzatori di olio di palma come: Ferrero, Barilla, Bauli … ha  sempre vantato l’impiego nei prodotti di olio di palma certificato RSPO. In questo modo le aziende hanno cercato di convincere i consumatori che il grasso tropicale dei biscotti e delle merendine non è responsabile degli incendi e della deforestazione selvaggia. In realtà il sistema RSPO, come dimostra la decisione di adottare una certificazione di secondo livello, non ha mai garantito la salvaguardia del territorio e dell’ambiente. Purtroppo la situazione sembra fuori controllo, vista la continua distruzione delle foreste e le dimensioni degli incendi che hanno distrutto decine di migliaia di ettari e afflitto per mesi ampie zone dei paesi.

Alla luce di queste notizie risulta alquanto paradossale la campagna pubblicitaria promossa in autunno dell’anno scorso da Aidepi costata oltre un milione di euro, che concludeva dicendo: “l’olio di palma rispetta l’ambiente e la salute”.

 Beniamino Bonardi e Roberto La Pira

 

Firma la  petizione su Change.org per fermare l’invasione dell’olio di palma. Abbiamo raccolto 167 mila firma. Clicca qui

petizione olio palma

 

 

 

 

 

 

  Redazione Il Fatto Alimentare

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2 Commenti

  1. nicoletta valsecchi

    mi rivolgo al popolo italiano : quando fate la spesa leggete gli ingredienti contenuti nei prodotti e lasciate
    nello scaffale quelli che contengono olio di palma!!! è l’unico sistema per boicottare i grandi marchi che ne fanno
    uso anche perché ci sono marche che non utilizzano l’olio di palma; considerate tutto ciò come una caccia al tesoro dove il premio è la salvaguardia della vostra salute

  2. che se lo tengano …. parecchi di noi non lo vogliono … hanno da infinocchiarci con tante belle parole ma la devono smettere di usare questo prodotto sia per la deforestazione e sia perché è molto indigesto CONTROLLARE GLI INGREDIENTE E L’UNICO MODO PER SALVAGUARDARE LA NOSTRA SALUTE