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La scatola nera dell’olio di palma. Dossier dell’organizzazione ambientalista Usa Mighty contro Olam, con sede a Singapore

L’associazione ambientalista Mighty attacca Olam con l’accusa di assenza di trasparenza

Dopo il Sud-Est asiatico, le pratiche di deforestazione su vasta scala per far posto alle coltivazioni di olio di palma si spostano anche in Africa e ora sul banco degli accusati sale un gigante dell’agribusiness, Olam, che opera in 70 paesi in vari settori come caffè, cacao, riso e cotone, vede come maggior azionista un fondo d’investimento statale di Singapore, Temasek. Dal 2010, Olam è entrato anche nel settore dell’olio di palma in Gabon, sia a livello produttivo sia commerciale, basandosi soprattutto sulle forniture di produttori terzi.

L’organizzazione ambientalista statunitense Mighty ha pubblicato un dossier intitolato Palm Oil’s Black Box, in cui accusa Olam, che opera dall’Indonesia all’Africa, di essere la scatola nera del settore dell’olio di palma, a causa della scarsa trasparenza che la porta a non pubblicare neppure i nomi dei fornitori sul proprio sito, a differenza dei suoi concorrenti, impedendo così agli osservatori indipendenti di controllare i loro standard. Olam, che si era rifiutata di rivelare i nomi dei propri fornitori anche su esplicita richiesta di Mighty, l’ha fatto solo dopo la pubblicazione del dossier dell’organizzazione ambientalista. Le aziende che riforniscono Olam di olio di palma, nel 2014 erano 48, mentre ora sono 14, dopo che diverse sono state rimosse perché non in conformità con le prescrizioni ambientali del suo codice di condotta per i fornitori. Olam, che contesta diverse parti del dossier di Mighty, ha giustificato la segretezza tenuta finora sulla loro identità con il fatto che sono ancora in corso delle verifiche.

olio di palma
L’associazione contesta a Olam di non fare abbastanza per spingere i suoi fornitori a fermare la deforestazione

Mighty contesta il fatto che Olam, a differenza dei suoi competitori più responsabili, dia tempo ai suoi fornitori sino al 2020 per conformarsi ai suoi requisiti di sostenibilità. In questo modo, osserva l’organizzazione ambientalista statunitense, è come se Olam desse semaforo verde ai suoi fornitori di olio di palma a procedere con la maggior deforestazione possibile, prima della scadenza.

Olam è membro della Roundtable on Sustainable Palm Oil (RSPO), l’organizzazione internazionale che dal 2004 riunisce gli operatori della filiera del grasso tropicale e alcune Ong, e che certifica l’olio di palma sostenibile. Olam dichiara che il 90% dell’olio di palma che acquista da terzi proviene da fornitori anch’essi membri della RSPO.

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  Beniamino Bonardi

Beniamino Bonardi

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Un commento

  1. Chi non lo ha fatto prima, non lo fa nemmeno ora e non rispetterà neanche domani i disciplinari RSPO.
    Non ci sono autorità in grado di rimediare a questi sfaceli, perché i singoli paesi sono molto interessati allo sfruttamento dei loro territori. (Ops, solo i governanti e non le popolazioni di questi paesi).
    La storia planetaria del petrolio non ci ha insegnato proprio nulla?