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Nei fast-food inglesi si mangia sempre più pollo fritto, le porzioni aumentano e la qualità nutrizionale resta un sogno

Secondo il quotidiano inglese  “The Guardian” nel Regno Unito – nonostante l’epidemia di sovrappeso e obesità anche infantile, oltreché di ipertensione e malattie correlate – il pollo fritto continua ad andare per la maggiore.

Che si tratti di KFC (Kentucky  Fried Chicken), “Tennessee”, “Dixie”, “Perfect” o “Golden” il pollo  fritto nell’olio di  palma o di soia continua ad essere il piatto preferito dai troppi inglesi che frequentano questi locali con regolarità.  Più in generale, la cultura di “fast food” e “take-away” continua a imperversare nell’intera Inghilterra. Le ragioni sono essenzialmente due: la pronta disponibilità di un cibo a buon mercato in grado di soddisfare la fame anche di un elefante (come si legge nella pubblicità di una catena vedi foto) , e il disinteresse dei consumatori verso un’alimentazione corretta. Il  Governo britannico le ha provate tutte per modificare un po le abitudini gastronomiche dei cittadini  con scarso successo. Ha persino offerto incentivi economici a chi acquista frutta e verdura e  a chi si sottopone a programmi mirati per la riduzione dell’ Indice di Massa Corporea .

Anche l’industria alimentare inglese si è fatta a sua volta promotrice di programmi per  riformulare i cibi in chiave salutistica ed educare la popolazione a nutrirsi meglio. L’Amministrazione Sanitaria della Regina in collaborazione con le Accademie di Oxford e Liverpool, ha sviluppato un modello di alimentazione ideale che potrebbe salvare migliaia di persone da varie cause di morte prematura. Eppure, i cittadini britannici continuano a privilegiare il cibo dei fast-food rispetto alle informazioni che ricevono in merito alle loro effettive esigenze nutrizionali (. E anche i bambini inglesi continuano ad esseri grandi consumatori  di “junk food” . Perché?

The Guardian” ci offre uno spaccato di realtà, attraverso testimonianze dirette come quelle del titolare di “Perfect Fried Chicken” a Finsbury Park, Londra nord che dice “vengono qui perché sono affamati. Abbiamo clienti abituali che lo mangiano (il pollo fritto, ndr) due volte al giorno. Non li giudico, ognuno deve  mangiare. Il governo ci critica sempre ma noi non “tiriamo dentro” le persone dalla strada”.

A dirla tutta, non faranno i “butta-dentro” ma certo subissano i passanti di offerte alimentari che lasciano a desiderare, dal punto di vista nutrizionale. Perché è vero che l’industria alimentare britannica ha intrapreso un percorso virtuoso di tagli a grassi saturi, trans, sale e zuccheri dagli alimenti, ma è altrettanto vero che gli operatori del “fast-food” si guardano bene dal migliorare le caratteristiche nutrizionali. Anzi, la concorrenza tra una vetrina e l’altra pare basarsi proprio sull’entità della porzione e sulla sua capacità di sfamare un elefante  (come dice una pubblicità). Con il solo inconveniente che non si tratta di elefanti – pur avendo buone probabilità di raggiungerne il peso – ma di esseri umani.

I dati, purtroppo, confermano il successo di questa politica commerciale: secondo una ricerca Mintel, il pollo fritto rappresentava nel 2008 il 4% dei pasti consumati fuori casa; ma tra il 2003 e il 2008 la sua quota di mercato è cresciuta del 36% (mentre quella del “fast food” complessivamente inteso è aumentata nello stesso periodo del “solo” 22%.

La caratteristica comune di  “fast food” e “take-away” è che pensano solo di riempire la pancia alle persone senza un minimo di criterio verso l’aspetto nutrizionale e questa filosofia si trova  declinata un pò in tutte le catene sia grandi che piccole, da “Mc Donald’s” ai vari  “kebab shops”, “chippies”, “curry houses”, “pizza”, “chicken and burger outlets”. I “fish & chips” della tradizione britannica sono ormai ben poca cosa, e del resto neppure Popeye sarebbe in grado di sostenere più di tanto una dieta a base di baccalà e patate fritte con aceto.

Alcune amministrazioni locali come quella di Manchester hanno provato, senza intaccare il principio della libera apertura degli esercizi, a imporre tasse sull’avvio di nuovi “takeaways”. Ma anche questo non è servito a nulla, perché quando la domanda è forte ­– con il “lunchtime rush”, lo “school rush” e lo “evening rush” – il “business” fiorisce, può anche valere la pena d’investire “una tantum” una tassa di un migliaio di sterline. Che è poi poca cosa rispetto ai costi della sanità pubblica per affrontare le malattie provocate dal protrarsi di diete fuor di senno.

Premesso che metà delle morti premature in “United Kingdom” è attribuita a infarti e malattie cardiovascolari primariamente connesse all’abuso di sale, la soluzione appare una sola ed è quella proposta dalla ONG britannica Consensus Action on Salt & Health (Cash): diminuire il sale, e magari anche i grassi saturi e i trans, non solo dai prodotti alimentari venduti nei supermercati – che hanno già realizzato riduzioni ragguardevoli – ma anche dai piatti serviti in “fast-food” e “take-away”. Su sale e acidi grassi trans, il colosso KFC ha portato avanti un programma ammirevole a partire dal 2005. Ma sulle strade sono a migliaia, in gran parte micro-esercizi, e bisogna fare qualcosa. Al più presto, dappertutto.

Dario Dongo

Foto :Photos.com e Dongo

 

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