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Mais Ogm: negli Usa aumenta la produzione, ma le etichette non dicono che il cibo è transgenico

Il mercato del mais americano OGM è in continua espansione. Lo ha ben sottolineato Ken McCauley, l’ex presidente dell’associazione maiscoltori americana, durante il suo intervento alla terza Giornata mondiale del mais, che si è tenuta lo scorso marzo a Cremona. Il prossimo anno negli USA ben 37,3 milioni di ettari saranno coinvolti nella produzione di mais, di cui il 90%  a regime OGM, per una produzione totale che supererà i 300 milioni di tonnellate. Una parte consistente verrà destinata alla produzione di biodiesel e all’alimentazione animale, mentre tutto il resto andrà a finire, sotto varie forme, nei piatti degli americani.

Ma se gli agricoltori e i trasformatori sono, a vario titolo, entusiasti dell’aumento di produzione di colture OGM, cosa ne penseranno i consumatori? Di solito siamo abituati a immaginarceli come mangiatori cronici di hamburger, probabilmente obesi e soprattutto indifferenti al fatto di mangiare o meno alimenti modificati geneticamente. In realtà le cose sono un po’ diverse. La legge statunitense non prevede l’indicazione OGM in etichetta, quindi i consumatori non hanno la possibilità di scegliere cosa comprare. La questione tocca molto da vicino anche le catene di negozi che vendono cibo biologico, come WholeFoods, che ha ammesso di non poter garantire che i suoi prodotti bio (ad alto costo) siano liberi da ingredienti geneticamente modificati. Niente di sorprendente, se si tiene conto della predominanza nella coltivazione di mais e soia OGM che, una volta trasformati, possono rientrare come ingredienti in numerosi alimenti (dai cereali per la prima colazione al cibo in scatola). Ai dirigenti di WholeFoods non è rimasto altro che invitare i fornitori a stampare sulle confezioni la dicitura “Potrebbe contenere ingredienti OGM”.

Il dibattito si sta così spostando dal piano prettamente etico a quello politico. In California molte associazioni, forti della consepevolezza che ben l’80% della popolazione vuole sapere se il cibo che mangia sia o meno OGM, hanno cominciato a raccogliere firme, e soprattutto fondi, per un referendum sull’etichettatura dei prodotti alimentari. Secondo le stime dei loro portavoce servono almeno 60 mila $ e 500-700 mila firme per richiedere al Congresso di discutere una legge.

È un momento molto importante per i consumatori americani. Già nel 1986, lo stato della California si fece promotore di un’azione del genere approvando il cosiddetto “The Safe Drinking Water and Toxic Enforcement Act of 1986”. Il testo prevedeva l’utilizzo, nell’etichetta di svariati prodotti (non solo alimentari), della dicitura “Attenzione: questo prodotto contiene sostanze che lo stato della California ritiene provochino cancro, malattie congenite ed altri danni riproduttivi”. Una scelta forte, che influenzò la legislazione di altri Stati. Le aziende, infatti, piuttosto che spaventare i clienti evitarono l’impiego delle sostanze incriminate, modificando la formulazione della merce. La legge punta il dito su 800 differenti molecole e, nonostante sia datata 1986, riesce ancora a far parlare di sè: ha avuto il merito di far abbassare il consumo di bevande alcoliche in gravidanza, di far eliminare il toluene dalle vernici e dallo smalto per le unghie, ha influenzato il processo d’imballaggio di vari prodotti alimentari, formaggio in testa, puntando il dito sulla possibilità di migrazione di sostanze chimiche come gli ftalati.

È dunque intuitivo comprendere le implicazioni dell’eventuale referendum californiano sugli OGM. Se le associazioni promotrici riusciranno nel loro intento, la grande distribuzione organizzata, WholeFoods in testa, dovranno fare pressioni sui loro fornitori per difendere le loro quote di mercato. Senza un’adeguata etichettatura, il consumatore è cieco e non può scegliere, come ci mostra il video per promuovere la raccolta delle firme.

Alessandro Tarentini

Foto: Photos.com

  Redazione Il Fatto Alimentare

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