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L’uso degli antibiotici negli allevamenti di maiali, perché si fanno sempre trattamenti di massa? La testimonianza di due esperti

arrosto carne maiale
L’uso di antibiotici negli allevamenti intensivi è un pericolo?

L’uso eccessivo di antibiotici negli allevamenti intensivi di suini, avicoli e conigli rappresenta una minaccia per la salute umana, a causa del diffondersi di batteri resistenti. Il problema è esteso a quasi tutte le specie, tuttavia – come ci spiega Paolo Ferrari, esperto del Centro Ricerche Produzioni Animali S.p.A. (CRPA) di Reggio Emilia, a margine di un convegno sull’antibiotico-resistenza – «ci sono alcuni animali sui quali gli antibiotici sono più utilizzati, per il tipo di allevamento o per il susseguirsi di fasi delicate, che talvolta richiedono un aiuto dai trattamenti farmacologici».

Per stabilire l’ampiezza del fenomeno, non ancora chiarita, si può sfruttare l’utilizzo in fase sperimentale e solo in alcune regioni, delle ricette digitali del Ministero della salute che permette di mantenere una traccia sull’uso di antibiotici in zootecnia. In attesa della trasformazione in legge di questo strumento, la sola fonte di informazioni per conoscere quanto e come siano utilizzati gli antibiotici e i farmaci sono veterinari che lavorano all’interno dei siti, di filiera.

maiale allevamento
In un ciclo (ossia dalla nascita al macello) si applicano sempre un paio di trattamenti con antibiotico

Un  veterinario che collabora con una delle principali aziende di produzione di carne suina del centro Nord, nell’area di produzione del prosciutto Dop di Parma, si è reso disponibile a spiegare come funziona il sistema, chiedendo di mantenere l’anonimato. «In un ciclo di crescita (che inizia alla nascita e si conclude alla macellazione) si applicano di solito un paio di trattamenti con antibiotici diluiti in acqua o nel mangime, per garantire la sicurezza sanitaria dell’allevamento ossia per ridurre il rischio della diffusione di malattie infettive». Uno dei metodi utilizzati negli allevamenti intensivi per assicurare la massima sicurezza sanitaria è la tecnica del “tutto pieno tutto vuoto”, cioè riempire un capannone  e lo spazio quanto più velocemente possibile per avere animali con uguali caratteristiche e poi svuotarlo completamente a fine ciclo con la  macellazione, per procedere subito dopo alle operazioni di pulizia e disinfezione dei locali.

«Il problema – spiega il veterinario – è che i maialini piccoli quando crescono vengono spostati dalle scrofaie in capannoni  grandi, dove restano fino a quando non raggiungono i 30 kg, poi vengono ancora trasferiti in un altro allevamento dove inizia la fase ingrasso». L’utilizzo di antibiotici in scrofaia è applicato solo in caso di necessità: «le scrofe vengono trattate per esempio quando entrano in sala parto per evitare che trasmettano l’Escherichia coli ai cuccioli». Molto più frequente è invece l’utilizzo di antibiotici nella fase di ingrasso, specie quando gli animali alla fine dello svezzamento arrivano in Italia dall’estero.

Ad esempio, nel 2015 il nostro paese ha importato dalla Danimarca 18.940 tonnellate di suini vivi (dati Eurostat che non possono essere utilizzati per produrre i prosciutti Dop italiani). «Questi animali hanno un peso di circa 30 kg ed è normale effettuare un trattamento preventivo a base di antibiotici, poiché non si conoscono le condizioni sanitarie dei capi». In questo caso si parla di  metafilassi ossia della somministrazione di un antibiotico a un gruppo di animali in cui ci sono o possono facilmente apparire alcune patologie, così da ridurre al minimo il rischio di diffusione.

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L’uso di antibiotici in allevamento è al centro dell’attenzione per lo sviluppo di resistenze
Alcune aziende italiane riescono a gestire internamente l’intero ciclo di vita dei maiali: nascita, svezzamento, ingrasso e macellazione. Si chiama processo a ciclo chiuso. Altre aziende operano solo nella fase di ingrasso acquistando maiali dall’estero già svezzati. Ci sono poi aziende agricole molto grandi dove i suinetti arrivano dopo 28-90 giorni da diverse scrofaie, poiché non ne esiste una sola in grado di rifornire migliaia di capi. Anche in queste situazioni gli allevatori sono costretti a fare almeno due trattamenti “di massa” in acqua o mangime, per evitare che eventuali malattie presenti su alcuni capi si trasmettano all’intero gruppo.

Il fatto che si usino gli antibiotici nella fase tra i 28 e i 90 giorni di vita non presenta problemi di residui, perché i maiali non vengono mai macellati così giovani. «Se però parliamo di utilizzo eccessivo di antibiotici e della loro riduzione allora è un altro discorso», afferma l’esperto, l’utilizzo di farmaci è «legato alla produttività e, alla fine, al prezzo con cui devi produrre per restare nel mercato. In Italia abbiamo comunque un sistema di controlli efficiente, anche se sarebbe il caso di ripensare alcune regole». Secondo Ferrari del CRPA, un passo in avanti si avrà «quando verrà esteso a tutti l’utilizzo della ricetta elettronica e si potrà quindi incrociare in modo centralizzato questo tipo di dati. Sapendo quanto se ne utilizza, poi si potrà definire meglio determinati obiettivi e come fare per raggiungerli».

Francesco De Augustinis

  Redazione Il Fatto Alimentare

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6 Commenti

  1. Io non so se la vostra sia una strategia oppure siano solo coincidenze, ma nella stesura di ogni articolo io vedo applicata scientificamente la volontà di infangare uno o più settori, una o più aziende.
    In questo articolo ad esempio ad un lettore che non sia coinvolto professionalmente nel settore suinicolo sembra che i suini allevati per il Prosciutto di Parma possano tranquillamente provenire dall’estero, cosa palesemente non vera, visto che il disciplinare prevede che debbano essere nati in Italia (i suini ricevono un tatuaggio con indicato allevamento e mese di nascita entro i 30 giorni).

    • Probabilmente mi sfugge qualcosa ma il commento di Francesco potrebbe essere riferito ad altro, non alla produzione di prosciutti DOP in quanto l’articolo nel trattare la notizia d’importazione recita:”…nel 2015 il nostro paese ha importato dalla Danimarca 18.940 tonnellate di suini vivi (dati Eurostat che non possono essere utilizzati per produrre i prosciutti Dop italiani…..” quindi escludendo CHIARAMENTE la produzione dei nostri prosciutti DOP dal problema di importazione.

  2. Il Fatto Alimentare potrebbe proporre una petizione per abolire l’uso degli antibiotici negli allevamenti

  3. FABIO VALERIO BODRERO

    I VETERINARI RISPETTANO IL CODICE DEONTOLOGICO?
    Buon giorno, vorrei esporre alcune riflessioni sull articolo:
    Perché un dottore iscritto all ordine dei medici veterinari esprime le proprie considerazioni sull uso degli antibiotici negli allevamenti intensivi “nascondendosi” sotto la protezione dell anonimato? Se la descrizione di quanto avviene sotto la sue linee di intervento sono, come si auspica, nell ambito della legalita’ che necessita ‘ c è di non presentarsi con il proprio nome e cognome ?
    Esiste un problemi di etica deontologica in campo veterinario?
    Il CONSIGLIO NAZIONALE DI BIOETICA, nel suo documento finale “Bioetica e scienze veterinarie.Benessere animale e salute pubblica” del 30/11/2001 esprime quanto segue”nei confronti delle specie che hanno subito processi di domesticazione l uomo ha dei doveri. Egli deve assumersi una responsabilita’ di cura nel predisporre loro un HABITAT ADEGUATO, nell ambito dell allevamento,della gestione e della conduzione, e nel salvaguardare la loro biodiversita’. Il rispetto per le caratteristiche ETOLOGICHE e FISIOLOGICHE degli animali dovrebbe, pertanto assumere CARATTERE VINCOLANTE nelle scelte che si opera nei loro confronti, nelle scelte terapeutiche, di allevamento, di ospitalita’ e di conduzione. Nell ottica della QUALITA’ DELLA VITA DEGLI ANIMALI e della qualita’ del processo produttivo, è parere unanime del C.N.B che occorra disincentivare la zootecnia di scala altamente industrializzata a favore di allevamenti BIOLOGICAMENTE ed ETOLOGICA MENTE SOSTENIBILI.
    Il CODICE DEONTOLOGICO DEL MEDICO VETERINARIO approvato dal Consiglio Nazionale della Federazione degli Ordini Veterinari Italiani del 3/4/1993 recita: “ Il medico veterinario dedica la propria opera alla conservazione ed allo sviluppo di un efficiente patrimonio zootecnico, promuovendo il BENESSERE DEGLI ANIMALI……
    Sul sito WWW. VETERINARI .IT :”garante del rispetto delle leggi che mirano a salvaguardare il BENESSERE DEGLI ANIMALI , portavoce dei loro bisogni, PUNTO DI RIFERIMENTO di tutti coloro che hanno a che fare con gli animali sia di affezione che da reddito, il m.v è sicuramente una figura di elezione. Lo è in particolare, per quanto riguarda la definizione degli interessi specifici dell animale in condizioni di NORMALITA’ ETO-FISIOLOGICA, e l indicazione delle linee di intervento in caso di alterazione dello stato di salute”…
    …. È palese che l enorme utilizzo di antibiotici in campo zootecnico sia da imputarsi al fatto che gli animali non vivano in condizioni di normalita’ ETO-FISIOLOGICA … A mio avviso una grossa parte di questa responsabilita’ ricade sul medico veterinario…
    Un caro saluto
    Dott Bodrero Fabio Valerio

    • Marco Magnaterra

      Ma lei a quale titolo parla? E’ veterinario?

      Comunque i consumatori più informati sanno già di quello che accade tra medici veterinari e filiera di produzione anche nazionale e quindi a ciclo chiuso.

      Ed è anche per questo che limito quanto più possibile il consumo di carne nella mia alimentazione.

      Così come non ci si può fidare ciecamente neanche del macellaio di fiducia, come invece tanti italiani ancora fanno.

  4. mi sembra fuor di dubbio che il settore dell’allevamento intensivo industriale non ami far trapelare quali siano tutti i passaggi, tra una fase e l’altra nella crescita di un animale da reddito, perché, a ragion veduta, meno si descrivono le situazioni che si creano in quegli ambienti, meno i consumatori si renderanno conto di quale sia la realtà in cui si produce il bene che andranno a comprare. logico osservare il veterinario di turno celarsi dietro l’anonimato. per le ragioni ampiamente spiegate dal dr Fabio V. Bodrero, si dovrebbe intervenire proprio sull’anello debole di questa catena, che unisce il mondo della produzione industriale a quello dei consumatori, ossia cercare di diradare il fumo della pubblicità per mostrare al pubblico quale sia lo stato in cui gli animali da allevamento intensivo si trovano e quali conseguenze ricadano sul loro e sul nostro stato di salute. si sa, poi, come vanno queste cose (olio di palma docet)…