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latte in polvereSecondo un’inchiesta pubblicata sul British Medical Journal dal medico e divulgatore Chris van Tulleken, le grandi aziende produttrici di latte in polvere per neonati, “Big Formula”, sfrutterebbe l’allergia alle proteine del latte vaccino per fare pressione su medici e pediatri. Ecco la seconda parte dell’inchiesta sul problema del conflitto di interessi e le conseguenze che ne derivano. Per leggere la prima parte clicca qui.

La questione del conflitto di interessi non è una novità, tanto che la direttrice del BMJ Fiona Godlee, nel suo editoriale, scrive che la faccenda delle linee guida internazionali finanziate dall’industria e scritte da esperti che hanno legami più o meno stretti con le aziende è “storia nota”. Anche Francesco Branca, direttore del Dipartimento di nutrizione per la salute e lo sviluppo dell’Organizzazione mondiale della sanità, ricorda che è abitudine comune per le società scientifiche, spesso direttamente coinvolte nella stesura di linee guida al posto di organismi indipendenti, “accettare finanziamenti per riunioni e congressi da parte di industrie farmaceutiche o, soprattutto nel caso delle società pediatriche, alimentari”.

“C’è un altro aspetto da considerare – prosegue Branca – l’industria può interferire con il mondo della salute anche attraverso altre vie come i finanziamenti alla ricerca, erogati magari attraverso fondazioni che dovrebbero creare una distanza con le aziende, ma di fatto ne sono espressione, oppure inviti a convegni e sponsorizzazioni più o meno velate di occasioni di educazione e formazione”.

“Da noi – commenta l’epidemiologo Adriano Cattaneo – i meccanismi sono analoghi a quelli del Regno Unito evidenziati molto bene da Chris van Tulleken, molte informazioni sull’allergia alle proteine del latte vaccino sono veicolate a medici pediatri e anche ai genitori da organismi che sembrano indipendenti, ma non lo sono”. Per esempio, la Società britannica di allergologia e immunologia clinica, che riceve 100 mila sterline l’anno di finanziamenti da parte dell’industria del latte artificiale, o l’Allergy Academy, iniziativa del dipartimento di allergologia pediatrica del King’s College di Londra, che è sponsorizzata da tre grandi produttori di latte artificiale (Abbott, Mead Johnson e Nutricia).

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Molte associazioni scientifiche pediatriche ricevono finanziamenti dalle industrie del latte in polvere

Il Royal College of Paediatrics and Child Health (massima organizzazione di pediatri del Regno Unito), che riceve fondi da Danone e Nestlé, si difende sottolineando di accettare nei propri eventi solo materiali pubblicitari e informativi relativi a formule speciali (come quelle per bambini allergici) e non a sostituti standard del latte materno. Chris van Tulleken ribatte precisando che per l’Organizzazione mondiale della sanità anche le formule speciali sono a tutti gli effetti sostituti del latte di mamma, e quindi non dovrebbero essere pubblicizzati o promossi, secondo quanto previsto dal Codice internazionale sulla commercializzazione dei sostituti del latte materno, varato da Oms e Unicef nel 1981 per tutelare l’allattamento al seno.

Si tratta di una tutela importante, perché l’allattamento materno è uno strumento formidabile di promozione della salute. Secondo i dati riportati da un dossier speciale della rivista Lancet pubblicato nel 2016, se quasi tutte le mamme del mondo allattassero (oggi la media globale è di circa 4 donne su dieci) si conterebbero circa 820 mila morti in meno all’anno tra i bambini sotto i cinque anni e 20 mila in meno tra le donne. “Dati sicuramente importanti per i paesi a basso reddito, soprattutto per quanto riguarda la mortalità infantile, ma va ribadito che l’allattamento al seno fa bene ovunque, anche nei paesi ad alto reddito” precisa Francesco Branca. Eppure, spesso sono proprio pediatri e altri professionisti sanitari di ambito pediatrico a mostrarsi piuttosto tiepidi nei confronti del sostegno all’allattamento: un atteggiamento nel quale avrebbe la sua parte di responsabilità proprio l’influenza dell’industria del latte artificiale.

Il caso dell’allergia alle proteine del latte vaccino è emblematico. I genitori osservano qualche disturbo aspecifico nei bambini, si preoccupano, cercano informazioni, arrivano a sospettare un’allergia di tipo alimentare. Vanno dal medico, che conosce le linee guida sull’argomento (finanziate dall’industria o redatte da autori con conflitti di interesse), o che ha memorizzato interventi a congressi (finanziati dall’industria) dove se ne è parlato. Il pediatra si convince, anche in buona fede, che in presenza di alcuni sintomi la soluzione migliore sia ricorrere a latte artificiale speciale per bambini allergici o, se il piccolo è ancora allattato al seno, provare a eliminare latte e latticini dall’alimentazione della mamma. “Per la mamma la dieta di esclusione può essere difficile da seguire in un momento delicato come l’allattamento, che rischia così di essere abbandonato” ha dichiarato al BMJ Amy Brown, docente di salute pubblica pediatrica alla Swansea University. Un abbandono non privo di possibili conseguenze anche per la salute mentale della mamma.

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Spesso pediatri e altre figure sanitarie si mostrano poco entusiasti nel sostegno l’allattamento al seno, forse per l’influenza dei produttori di latte in polvere

“Non riuscire ad allattare quando si desidera farlo è un importante fattore di rischio di depressione post parto” ha dichiarato a Chris van Tulleken Natalie Shenker, medico, ricercatrice dell’Imperial College di Londra e presidentessa della Human Milk Foundation, che in questa veste aveva firmato lo scorso agosto sul BMJ, un editoriale intitolato “La rinascita dell’influenza di Big Formula”, dedicato in particolare alle interferenze dell’industria di latte artificiale sulla formazione di professionisti sanitari in ambito alimentare. Nel testo si sottolinea che, pur avendo i medici una grande influenza sui comportamenti dei loro assistiti, “la formazione sul sostegno all’allattamento è praticamente assente dai corsi di laurea o specializzazione in medicina e pediatria”. E che i tentativi di contrastare le iniziative di educazione e formazione promosse dall’industria sono ostacolati dalle continue sponsorizzazioni dei produttori a favore di società scientifiche e organizzazioni professionali.

Gli interessi in gioco sono notevoli, basta solo ricordare che quest’anno il mercato globale del latte artificiale raggiungerà i 61 miliardi di euro. “Serve una maggiore consapevolezza da parte dei professionisti e dei governi, perché il conflitto di interesse è un problema da cui bisogna difendersi” afferma Branca. Ci sono tre modi per raggiungere l’obiettivo: “Un dialogo franco da parte di organizzazioni indipendenti con le società scientifiche, per allertarle sui rischi dei conflitti di interesse e informarle sui possibili strumenti di prevenzione (a questo proposito, Branca cita il recente avvio di contatti tra l’Oms e l’International Pediatric Association, ndr), la diffusione di regole chiare e precise per prevenire i conflitti di interesse già a livello governativo e la continua promozione del Codice per la commercializzazione dei sostituti del latte materno”.

Uno strumento importantissimo, adottato però da una minoranza di paesi nel mondo e spesso drasticamente disatteso (*). Oltre alle iniziative istituzionali, per far fronte al rischio di conflitti di interesse servirebbero anche prese di posizione individuale da parte dei medici. “L’ideale – afferma Cattaneo – è fare in modo di esporsi il meno possibile, come fanno in Italia i professionisti aderenti al progetto ‘No grazie pago io o all’Associazione culturale pediatri, che cercano di evitare a priori contatti con l’industria”.

(2 ) Per leggere la prima  parte dell’inchiesta di Valentina Murelli clicca qui.

(*) All’inizio del 2018 un’inchiesta condotta nelle Filippine da Save The Children in collaborazione con il quotidiano inglese The Guardian ha evidenziato vari casi di pubblicità diretta al pubblico di sostituti del latte materno, con messaggi decisamente fuorvianti rispetto agli effetti del latte formulato sulla salute e lo sviluppo cognitivo dei bambini. Oltre a ciò è stato evidenziato come varie aziende produttrici di latte artificiale offrissero ai professionisti sanitari regali prestigiosi per conquistarne la fedeltà.

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