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Come incentivare la rinuncia alla plastica monouso? La beneficenza funziona

sacchetti plastica monousoPer convincere le persone a utilizzare meno plastica monouso i paesi stanno adottando politiche di vario tipo, le più diffuse sono divieti e tasse specifiche. In futuro, però, potrebbe esserci un approccio opposto: basato sulla premialità dei comportamenti virtuosi. In uno studio condotto da ricercatori dell’Università dell’Ohio e della Louisiana su due punti vendita nel campus dell’Università del Kentucky, questo approccio ha infatti dimostrato grandi potenzialità. Il concetto all’origine dell’esperimento è ben noto nelle discipline economiche ed è chiamato nudging, cioè qualcosa tipo ‘dare una spintarella’ e si basa sulla stimolazione aggiuntiva di lieve entità verso un certo comportamento, capace però di fare la differenza. In questo caso, il ‘di più’ aggiunto al meccanismo premiale era la beneficienza: gli autori hanno voluto vedere se, di fronte alla possibilità di risparmiare qualche centesimo da destinare a enti benefici, i consumatori fossero più motivati a rinunciare ai sacchetti di plastica monouso.

A tale scopo hanno reclutato studenti e dottorandi e li hanno mandati a rilevare le scelte dei clienti dei due negozi. Chi rinunciava alla busta risparmiava infatti 5 centesimi di dollaro, resi in forma di gettone, ma in un caso quest’ultimo si poteva utilizzare per acquistare altre merci, mentre nell’altro doveva essere devoluto a uno a scelta fra tre diversi enti benefici. Come riportato su Lands Economics, dopo 12 settimane di osservazione, migliaia di transazioni classificate nel dettaglio, raccolte di dati sui consumatori e l’introduzione di diversi fattori di correzione per evitare distorsioni, il risultato è stato chiaramente a favore del gesto benefico: la possibilità di associare alla beneficienza la propria rinuncia al sacchetto in plastica monouso ne ha ridotto l’impiego di circa il 30%.

plastica monouso, donna con sacchetti
I clienti hanno dimostrato di aver apprezzato molto l’iniziativa e, per i frequentatori abituali del negozio, è stata sufficiente una spiegazione iniziale

Tra i limiti della sperimentazione vi è il fatto che l’iniziativa va spiegata a ogni cliente e quindi ogni transazione richiede più tempo ma, come hanno sottolineato gli autori, se ci sono clienti abituali questo accade solo le prime volte. Inoltre, c’è la possibilità che ciò che viene accolto positivamente all’inizio, nel tempo sia considerato meno importante e trascurato, anche se è altrettanto possibile un effetto opposto e cioè che devolvere piccole somme a enti benefici entri a far parte delle abitudini. Stando ai commenti raccolti sul campo, i clienti sembrano entusiasti all’idea e questo non stupisce, perché le persone accettano volentieri di fare un gesto benefico, sia pure molto limitato, almeno tanto quanto detestano pagare una tassa, per quanto di modestissima entità.

© Riproduzione riservata; Foto: Fotolia, AdobeStock

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Roberto La Pira

  Agnese Codignola

Agnese Codignola
giornalista scientifica

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2 Commenti

  1. Avatar

    Lo scrivo per l’ennesima volta, altri l’hanno scritto meglio di me, con questi impacchi caldi non si va da nessuna parte, gli oggetti usa-e-getta vanno semplicemente ****VIETATI****.

    E lavateli questi quattro piatti, scegliete frutta e verdura sfusa e mettetela nel sacchetto di tela (nel sacchetto compostabile se non si può fare diversamente), la carne compratela al banco macelleria e non in blister che arriva dall’Argentina (carne ottima ma plastica spessa), non comprate l’uovo sodo sgusciato o la banana sbucciata se avete due mani funzionanti eccetera eccetera.

    Non ha importanza quanto il nudging (“la beneficenza”) funzioni, e neppure il calcio nel mulo (la “supertassa”) sul monouso, al massimo possono smaltire una fettina ridicola della montagna di plastica usa-e-getta che viene messa in circolazione, se non si taglia di brutto all’origine è come essere soddisfatti di vuotare il mare col cucchiaio.

  2. Avatar

    Pienamente d’accordo-