Lavoratore agricolo che esamina le spighe di grano in fase di maturazione in un campo coltivato, primo piano della mano maschile che tocca le colture, messa a fuoco selettiva

Per la prima volta in assoluto, una catena della grande distribuzione, l’olandese Albert Heijn, mette sulle etichette di un oltre migliaio di prodotti a marchio una valutazione di impatto ambientale non generica, ma dettagliata a livello di singolo ingrediente, per comporre poi un giudizio sul prodotto intero. Tra quelli interessati dall’iniziativa vi sono molti tipi di carne, e poi uova, salmone e sostituti della carne.

Lo riferisce il sito Food Navigator, che ricorda come la catena si sia impegnata a ridurre le proprie emissioni di gas serra del 45%, rispetto ai valori del 2018, e a raggiungere la neutralità carbonica entro il 2050. E il primo passo sarebbe proprio la conoscenza delle emissioni associate a ciò che vende. L’obbiettivo della neutralità, inoltre, avrebbe fornito l’occasione giusta per aumentare la trasparenza verso i clienti, dando loro la possibilità di scegliere. Di qui la decisione di cambiare le etichette ai prodotti (cibi e bevande) a marchio.

I dati per calcolare l’impatto ambientale

Il parametro è quello della CO2 emessa (o, per meglio dire, agli equivalenti di CO2 o Co2e), per calcolare i quali ci si è basati sulle informazioni giunte direttamente dalle filiere produttive e delle lavorazioni dei fornitori, grazie all’aiuto di un gruppo specializzato, il francese Mérieux NutriScience. Ben 125 prodotti hanno avuto una valutazione per così dire personalizzata, cioè basata sulle emissioni dei singoli ingredienti calcolate in modo diretto.

Per gli altri prodotti, ossia quando non è stato possibile reperire i dati dai fornitori, si sono utilizzate informazioni più generali, come quelle ufficiali, fornite da istituzioni pubbliche, oppure i valori medi associati a una certa produzione. In questo caso, ci si è avvalsi della collaborazione di una start up austriaca, la Inoqo, che usa l’intelligenza artificiale, e che l’anno scorso ha già effettuato lo stesso lavoro su oltre 6.600 prodotti della catena della GDO norvegese Oda anche se, in quel caso, i risultati non erano stati messi a disposizione dei clienti.

L’indicazione di impatto ambientale in etichetta è rappresentato da una nuvoletta con indicate le emissioni di CO2

Le emissioni per ogni ingrediente

Nella sua piattaforma, la Inoqo ha già i valori medi delle emissioni associate a 160 piante di 200 aree del mondo, con calcoli che comprendono lavorazioni come l’essiccazione o la spremitura delle olive per ottenere l’olio; grazie a questo, può fornire valutazioni medie di quanti Co2e “emetta” un certo ingrediente.

Per quanto riguarda la Heijn, Inoqo ha analizzato oltre mille prodotti, dai cereali da colazione ai soft drink, dalle noci ai dolci, fino alla pasta.

I calcoli complessivi si sono fatti seguendo le indicazioni del Product Environmental Footprint (PEF) Method della Commissione Europea, una direttiva che tiene conto di 16 parametri tra i quali il consumo di suolo e quello di acqua, il fabbisogno energetico e, appunto, le emissioni. In realtà – spiega Food Navigator – il metodo di Heijn non rispetta appieno la Direttiva. Infatti non comprende la parte della gestione dei rifiuti, che riguarda i clienti, ma lo fa intenzionalmente, perché vuole fornire una valutazione dell’impatto dal produttore allo scaffale del negozio (e non, come fa la direttiva, al cliente e poi a ciò che resta del prodotto). Anche perché, come ha spiegato l’azienda, non è possibile sapere in che modo il consumatore gestisca i rifiuti, e non si può quindi esprimere un giudizio razionale su ciò che accade dopo l’acquisto.

Come si vede sulla destra c’è l’indicazione delle emissioni e a sinistra il Nutri-score

Il risultato è un bollino quadrato in cui è indicato il valore complessivo di Co2e emessi e, sotto, in piccolo, un Nutriscore. Esistono altre varianti proposte da Inoqo, ma questa è quella scelta anche dalla norvegese Oda.

Verso un regolamento europeo?

Le due grandi catene, infine, vanno nella direzione indicata dall’Europa, che poco più di un anno fa aveva proposto di regolamentare la giungla delle diciture ecologiche sugli alimenti. Gli esperti ne avevano censite 232, sul suolo continentale, delle più varie tipologie, metà delle quali molto deboli, o non certificate, al contrario di quelle scelte da Heijn e Oda. L’esigenza era quindi – ed è tuttora – quella di uniformare le metodologie di valutazione e, quindi, i bollini e le diciture, per dare al consumatore informazioni affidabili, e al produttore un quadro certo entro il quale muoversi.

Non se ne è più saputo nulla, purtroppo, e anche per questo, probabilmente, bisognerà attendere la prossima legislatura.

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luigiR
luigiR
24 Maggio 2024 15:23

operazione molto interessante, anche se, per il momento, è colta solo dagli addetti ai lavori…