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Crescono gli studi sull’impatto ambientale dell’obesità, ma insieme ad essi anche lo stigma

sovrappeso obsesità peso grasso dieta Obesity, the cause of unhealthy foods.Sono sempre più numerosi gli studi scientifici che parlano dell’impatto ambientale dell’obesità, ma con essi cresce anche la preoccupazione che ciò possa trasformarsi in un ulteriore motivo di stigma nei confronti delle persone in sovrappeso. A metterci in guardia, dalle pagine del Guardiansono Austin Bryniarski e Samara Brock, esperti nel campo dei sistemi alimentari, che affrontano la delicata questione del rapporto tra consumi eccessivi, crisi climatica, obesità e stigma sociale.

Ma che relazione c’è tra sovrappeso e cambiamenti climatici? Funziona così: siccome il peso (in molti casi) è direttamente collegato a quanto cibo una persona mangia, e dato che i consumi eccessivi hanno un impatto misurabile, chiunque sia considerato in sovrappeso grava di più sull’ambiente. Addirittura c’è chi parla del sovrappeso come ‘spreco alimentare metabolico’.

obesità, sovrappeso bibite
Sono in aumento gli studi scientifici che calcolano l’impatto ambientale delle calorie in eccesso che sarebbero consumate dalle persone in sovreppeso

In questo filone si inserisce un recente articolo pubblicato su Scientific Reports, rivista del gruppo Nature, da un gruppo di ricercatori italiani dell’Università della Tuscia, dal titolo eloquente: La sovranutrizione è una componente significativa dello spreco alimentare e ha un grande impatto ambientale. Nello studio, i ricercatori del Dipartimento di Economia, calcolano l’impatto delle calorie in eccesso consumate dalle persone obese e in sovrappeso in Italia: si tratterebbe di 1,553 milioni di tonnellate di cibo all’anno, pari a 6,15 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. Secondo queste stime, una persona obesa italiana genera il 24% di emissioni in più rispetto a un individuo normopeso. Per i soggetti in sovrappeso, invece, l’eccesso di emissioni si ferma al 12% in più.

Gli autori dello studio concludono dicendo: “A livello individuale, un’aumentata sensibilità verso le questioni ambientali è probabile che incoraggi comportamenti più attenti rispetto al consumo eccessivo di cibo. Ancora più importante, una maggiore consapevolezza delle conseguenze della sovranutrizione a livello sociale potrebbe aiutare a cambiare la struttura dell’‘ambiente obesogeno’, modificando così i fattori sottostanti al problema dell’obesità”.

Stout young woman sitting on the chair
Concentrarsi sui comportamenti delle singole persone in sovrappeso invece che sulle cause globali dell’obesità contribuisce ad aumentare lo stigma

Secondo Bryniarski e Brock, però, c’è il rischio concreto che l’attenzione si concentri principalmente sui comportamenti individuali, contribuendo ad acuire lo stigma sociale nei confronti delle persone in sovrappeso, e mettendo in secondo piano l’adozione di politiche di salute pubblica in grado di modificare l’ambiente obesogeno in cui viviamo. D’altronde è quello che già accade con le altre questioni ambientali: si colpevolizzano le singole persone per i loro comportamenti quotidiani, invece di agire a livello globale sulle grandi fonti inquinanti. Ed è così che la lotta contro l’obesità per alcuni è diventata uno strumento per contrastare la crisi climatica: il peso in eccesso diventa una prova del fallimento del sistema alimentare globale e le persone in sovrappeso sono viste come dannose per il pianeta, giustificando lo stigma nei loro confronti.

Inoltre, riducendo la questione dell’obesità a una mera equazione che mette in relazione peso in eccesso e calorie assunte, si finisce per ignorare l’esistenza di altri fattori interni ed esterni che contribuiscono al suo sviluppo. Uno studio recente, ad esempio, ha messo in luce il ruolo nella promozione dell’obesità di alcune sostanze chimiche che purtroppo si trovano comunemente nel cibo e nel packaging alimentare. Stiamo parlando di ftalati, bisfenolo A, Pfas e alcuni fitofarmaci, che, in quanto interferenti endocrini, agirebbero sui meccanismi che regolano il senso di fame e sazietà, l’immagazzinamento dei grassi e su diverse altre funzioni dell’organismo, favorendo l’incremento ponderale (ne abbiamo parlato in questo articolo).

Piuttosto che concentrarsi sulla dieta delle singole persone in sovrappeso additate come causa della crisi climatica, dovremmo pretendere politiche alimentari globali più sostenibili, che favoriscono le produzioni con un minore impatto sull’ambiente e sulla nostra salute. Solo così la questione dell’impatto ambientale del sovrappeso potrà essere affrontata senza aumentare lo stigma.

© Riproduzione riservata Foto: AdobeStock, Fotolia

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Roberto La Pira

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7 Commenti

  1. Vorrei ricordare che l’obesità è riconosciuta come una malattia, e non una semplice mancanza di volontà soggettiva,, nessuno si permette di incolpare una persona se sviluppa una neoplasia ne tanto meno di valutare in termini di impatto ambientale quanto verrebbero a gravare le sue cure mediche. Lo studio in questione sicuramente è molto suggestivo e sicuramente svolto senza nessun intento stigmatizzante. Purtroppo vista la tendenza alla semplificazione della mente umana si fa presto ad incolpare una persona malata per qualcosa che non dipende dalla sua volontà. L’attenzione dovrebbe invece essere posta sull’ambiente che ci circonda (parlo in senso figurato), che è “obesogeno” e sulla mancanza di informazioni e consapevolezza nelle scelte che portano determinate persone a sviluppare tale malattia.

    • Silvia B, guarda che dati alla mano è una malattia genetica solo in una piccola minoranza del totale degli obesi esistenti, si parla del 6-8% massimo.
      Tutti gli altri lo sono perchè mangiano male, mangiano troppo, mangiano cibo spazzatura, non si muovono, sono sedentari, eccetera eccetera ma non perchè obesi geneticamente…

    • Silvia B.: concordo completamente con questa impostazione del problema.

  2. Poco tempo fa ho visto un servizio alla TV dove, per contrastare il body shaming, si facevano sfilare delle modelle palesemente sovrappeso in biancheria intima.
    Un tentativo di far passare l’obesità come una cosa normale, da accettare. Penso che il “politicamente corretto” rischi di fare grossi danni…
    Va detto a chiare lettere che l’obesità è una malattia.

    • Lo è anche la visione maschilista oggettivizzante della modella anoressica, se per questo. E continua a fare danni enormi alle donne che ricercano, con mezzi e cognizioni improvvvisati, dei modelli di magrezza impensabili.
      L’obesità è solo una delle posssibili malattie nelrapporto con il cibo.

    • @giova, non è perchè il contrario dell’obesità, ossia l’anoressia, è anch’esso un problema, diminuisca la gravità dell’obesità.

      Sulle modelle anoressiche, inoltre, non penso che siano così per “la visione maschilista oggettivizzante della modella” ma è più un vantaggio per gli stilisti poichè vengono meglio evidenziati i vestiti.

      A me le modelle che si vedono alle sfilate di moda non piacciono per niente, mi fanno compassione per la loro magrezza.

  3. Per il mio parere siamo alla follia andare a valutare quanta CO2 proiducono gli obesi.
    A quando passeremo a misurare il contributo ecologico delle sedie a rotelle eletrtriche o del trattamento dei malati terminali, del costo ambientale della tachipirina di qualunque altra cosa?

    Ricordo che il maggior contributo sia in termini di decessi diretti ed indiretti sia in termini di CO2 proddotta e di altri inquinanti (PM10) sono il traffico, il riscaldamento civile e produttivo indistriale.

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    Ecco, se dobbiamo vivere così è meglio estinguerci perchè ci accaniamo sul poco e lasciamo in pace il grosso.

    il calcolo della CO2 emessa è tutto su carta, basata su dati confutabili; lo stesso discorso vale per le aziende che fanno pubblicità con la compensazione della CO2, anche questa di puro calcolo, vuoi non trovare un ente certificatore che lo faccia ?

    Andiamo a cercare la pagliuzza e non vediamo il trave.

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