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Il Parlamento UE contro la concorrenza "sleale" dei supergruppi della GDO

Il 28 giugno 2010 la Commissione agricoltura e sviluppo rurale (AGRI) del Parlamento europeo ha votato la relazione a firma del noto agricoltore Francese nonché onorevole Josè Bové, sulla comunicazione della Commissione per il “migliore funzionamento della filiera alimentare in Europa”.

La comunicazione, del 28 ottobre 2009, aveva già messo in evidenza gravi problemi quali l’abuso di potere d’acquisto dominante, le pratiche contrattuali sleali, le restrizioni di accesso al mercato, l’assenza di informazioni sulla formazione dei prezzi e la ripartizione dei margini di profitto nel corso della filiera alimentare. La causa principale di tali problemi veniva individuata nella crescente concentrazione a livello distributivo.

Il punto di partenza è una constatazione quasi ovvia: in Europa, milioni di piccoli e medi produttori agricoli e alimentari si confrontano con un nucleo ristretto di colossi economici che governano la distribuzione commerciale delle merci (vedi tabella).

I produttori, per vendere le proprie merci, sono costretti a infilarsi nel collo dell’imbuto. Ma l’imbuto è stretto: manca lo spazio per valorizzare i prodotti agricoli e alimentari, né vi è modo di negoziare le condizioni di fornitura.

La situazione è intollerabile, afferma Bové. Il Parlamento chiede perciò alla Commissione europea di introdurre apposite regole per mettere fine a una serie di pratiche commerciali manifestamente sleali:

– modifiche unilaterali dei contratti in periodo successivo alla loro stipula;

– imposizione di sconti, anche retroattivi;

– rivendite sottocosto;

– pretese di compensi ingiustificati (i cosiddetti “listing fees”) o di quantitativi esagerati di forniture come condizione per inserire i prodotti a scaffale;

–  ritardi dei pagamenti.

Il Parlamento punta l’indice sulle centrali e supercentrali di acquisto, le strutture che coordinano gli acquisti per conto di diversi gruppi della Grande distribuzione organizzata. Queste strutture, grazie alle economie di scala che realizzano e a strumenti come le aste elettroniche, sono in grado di “limare” i prezzi oltre ogni limite. Il Parlamento chiede alla Commissione di valutare se la posizione dominante di queste strutture costituisce una forma di concorrenza sleale, in termini di pressione nei confronti dei fornitori e di sistematica riduzione dei prezzi.

“Se non cominciamo a renderci conto che il cibo va pagato il giusto, che ha valore e non soltanto prezzo, sarà la sciagura per le nostre produzioni alimentari”. Così ammoniva Carlo Petrini su La Repubblica, il 7 luglio scorso.

José Bové nel suo intervento esprime l’esigenza di introdurre ­ a livello nazionale ed europeo – un codice di buona prassi commerciale per la filiera alimentare. La corretta osservanza di queste regole deve essere garantita da autorità nazionali indipendenti, coordinate da un Ombudsman europeo, che potrà intervenire anche di propria iniziativa o su istanza delle organizzazioni che rappresentano i produttori. Le violazioni degli accordi contrattuali dovranno inoltre essere sanzionate in modo adeguato.

Infine, il termine massimo per il pagamento delle forniture di prodotti agricoli e alimentari dovrebbe essere di 30 giorni, e possibilmente meno per i prodotti rapidamente deperibili.

 

Dario Dongo

15/7/2010

Foto: photos.com

 © Il Fatto Alimentare 2010 – Riproduzione riservata

 

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