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Ftalati nella plastica a contatto con gli alimenti. Domande e risposte di Efsa su cinque sostanze

plastica pollo imballaggio packaging carne piatti prontiGli ftalati (*) spuntano spesso tra i richiami e tra le allerta Rasff, e si nominano di frequente quando si parla di plastiche e materiali a contatto con gli alimenti. Ma cosa sono? E quali sono i rischi reali a cui vanno incontro i consumatori? Per aiutarci, ci viene incontro l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) che, in occasione della sua ultima valutazione di cinque ftalati usati nelle materie plastiche a contatto con il cibo (datata dicembre 2019), ha raccolto le principali domande e risposte su queste sostanze.

Che cosa sono gli ftalati? 
Sono sostanze chimiche utilizzate per ammorbidire, o plastificare, alcuni materiali usati in una serie di prodotti industriali e di consumo, tra cui quelli a contatto con alimenti come il Pvc (polivinilcloruro).
L’Efsa ha pubblicato un parere scientifico su cinque ftalati autorizzati per l’impiego nei materiali in plastica destinati al contatto con gli alimenti e già valutati nel 2005. Alla luce delle ultime evidenze scientifiche, è stato chiesto all’Efsa di riesaminare i livelli di sicurezza e di valutare se con l’attuale livello di esposizione alimentare ci siano rischi per la salute pubblica. Le cinque sostanze sono di-butilftalato (Dbp), butil-benzil-ftalato (Bbp), bis(2-etilesil)ftalato (Dehp, di-isononilftalato (Dinp) e di-isodecilftalato (Didp).

plastica
Gli ftalati sono sostanze utilizzate per plastificare alcuni materiali che si impiegano anche per realizzare oggetti e utensili da usare a contatto con gli alimenti

Qual è la quantità massima di ftalati che non dà rischi nei materiali a contatto con gli alimenti?
Gli esperti dell’Efsa hanno stabilito un nuovo livello di sicurezza (dose di assunzione giornaliera tollerabile o Dgt) di gruppo per quattro dei cinque ftalati (Dbp, Bbp, Dehp e Dinp) di 50 microgrammi per chilogrammo (µg/kg) di peso corporeo al giorno, sulla base delle conseguenze sul sistema riproduttivo. L’effetto più rilevante su cui si basa il calcolo dell’Efsa è la diminuzione del testosterone nei feti.

Il quinto ftalato inserito nella valutazione, il Didp, non influenza i livelli di testosterone nei feti, per cui è stato stabilito un livello di sicurezza a parte di 150 µg/kg di peso al giorno, sulla base dei suoi effetti sul fegato. Si tratta tuttavia di livelli di sicurezza temporanei, a causa di incertezze su effetti diversi da quelli riproduttivi e sul contributo degli ftalati presenti nei materiali in plastica a contatto con gli alimenti all’esposizione complessiva dei consumatori.

La dose di assunzione giornaliera tollerabile è una stima della quantità di una sostanza che una persona può ingerire quotidianamente nel corso dell’intera esistenza senza alcun rischio per la salute. L’introduzione di una dose giornaliera tollerabile di gruppo per quattro degli ftalati tiene conto dell’esposizione congiunta a parecchie sostanze contemporaneamente, un evento comune e confermato da studi sugli esseri umani, ad esempio tracce rilevate nelle urine.

C’è qualche problema in termini di sicurezza?
L’attuale esposizione a questi cinque ftalati nel cibo non è una preoccupazione in termini di salute pubblica. L’esposizione alimentare per i consumatori medi è di 7 µg/kg di peso corporeo, sette volte al di sotto del livello di sicurezza, mentre per i forti consumatori è di 12 µg/kg di peso corporeo, cioè inferiore di quattro volte. Per il Didp l’esposizione alimentare per i forti consumatori è di 1.500 volte inferiore al livello di sicurezza.

(*) Gli ftalati sono sostanze chimiche utilizzate per ammorbidire (o ‘plastificare’) alcuni materiali usati in una serie di prodotti industriali e di consumo tra cui materiali a contatto con alimenti come il Pvc.

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Roberto La Pira

  Redazione Il Fatto Alimentare

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