pomodori passata

Spesso si parla di caporalato, delle condizioni di lavoro dei tanti braccianti che lavorano, sfruttati e sottopagati in alcune aree del Sud e del reddito equo agli agricoltori. Sono argomenti legati alla raccolta di molti vegetali, ma in particolare del pomodoro a cui spesso associamo l’immagine dei migranti chini sui campi, visto che si tratta di uno dei prodotti simbolo della nostra agricoltura, in termini quantitativi e qualitativi. L’industria italiana dei pomodori rappresenta oltre il 12% della produzione mondiale e il 55% di quella europea, coinvolgendo quasi dieci mila agricoltori e 120 aziende di trasformazione, per un giro di affari annuo tra 1,4 e 2 miliardi di euro.

La filiera dei pomodori

La filiera è però caratterizzata dalla presenza di protagonisti spesso in conflitto tra loro. Sulla scacchiera ci sono: la grande distribuzione, le industrie conserviere, i mediatori e i produttori in genere associati in OP (organizzazioni di produttori) riconosciute dal ministero delle Politiche agricole. Strutture, queste ultime, nate per aggregare l’offerta e accedere ai finanziamenti comunitari, che spesso però si trasformano in costosi carrozzoni burocratici senza un’utilità reale.

Bottiglie di passata di pomodoro fatta in casa

Il risultato è un gioco di potere del quale, in molti casi, ne fanno le spese i lavoratori, l’anello più debole della catena. Secondo stime attendibili, nonostante la legge contro il caporalato approvata nel 2016, oggi circa quattrocentomila lavoratori sono a rischio caporalato in Italia nell’intero settore agricolo, mentre metà dei rapporti di lavoro lungo la filiera del pomodoro sarebbe illecita. Diversi report segnalano che molti lavoratori sono pagati a cottimo, nonostante questo sia illegale, e le somme variano da tre a cinque euro per un cassone di 300 kg di pomodori. Oltre a ciò esiste uno sfruttamento da parte dei “caporali”, che agiscono come intermediari e gestiscono una forma illegale di reclutamento della mano d’opera.

Il Global Slavery Index

Un recente articolo del Guardian con i dati del 2018 del Global Slavery Index, censisce le persone che nei diversi paesi possono essere considerate in condizioni di schiavitù. In Italia i lavoratori agricoli coinvolti sarebbero cinquantamila, ma un numero molto più elevato, quattrocentomila, sarebbe a rischio sfruttamento, e circa centomila persone forzate a vivere in condizioni disumane. Certo le cifre non riguardano solo la coltivazione dei pomodori, che però resta comunque in primo piano, viste le dimensioni della produzione e la popolarità del prodotto.

La buona notizia è che in questo settore stanno nascendo associazioni costituite da produttori e aziende agricole per creare una filiera trasparente che tuteli i diritti dei lavoratori e dei produttori. Un esempio è la campagna “Un’altra filiera è possibile” promossa da Oxfam Italia insieme a giornali, associazioni, imprese e organizzazioni di produttori. Obiettivo del progetto è sensibilizzare l’opinione pubblica e scardinare i meccanismi che permettono ad alcune catene dei supermercati di determinare a piacimento i prezzi, utilizzando le aste al doppio ribasso per costringere le aziende ad abbassare i prezzi.

pomodori
La campagna “Al giusto prezzo” è tutelare i diritti umani nelle proprie filiere, e comunicare in modo trasparente ai consumatori

“Al Giusto Prezzo”

Sempre a Oxfam fa capo l’iniziativa “Al giusto prezzo” realizzata col contributo dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo nell’ambito del progetto New business for good, per informare l’opinione pubblica sulle dinamiche del mercato. Con questo obiettivo è stata lanciata una raccolta di firme per chiedere ai principali operatori della grande distribuzione (Coop, Conad, Gruppo Selex, Esselunga, Eurospin) di impegnarsi per tutelare i diritti umani nelle proprie filiere, e di comunicare in modo trasparente ai consumatori quanto sono pagati i produttori e quanto i lavoratori. Un terreno sul quale le catene, con la parziale eccezione di Coop, sono ancora molto reticenti, come emerge dalla pagella pubblicata da Oxfam.

In realtà anche nel mondo dell’impresa c’è qualcuno che sta provando a costruire rapporti più equi tra agricoltori, lavoratori agricoli e industria alimentare. Per esempio La Fiammante, uno dei marchi storici dell’industria conserviera napoletana, nel 2011 ha avviato un patto di filiera con un’organizzazione di produttori, OP Mediterraneo. Una sfida nata dalla volontà di due giovani imprenditori, Francesco Franzese e Marco Nicastro, con l’idea di ripartire da un rapporto sano tra produttori e industria, abolendo gli intermediari. Non a caso, entrambe le realtà partecipano al progetto Funky tomato, un’iniziativa che coinvolge Oxfam. Lo scopo è sviluppare un progetto a filiera dei pomodori partecipata che tutela gli operai agricoli e i produttori, e investe in progetti culturali vendendo i prodotti online o attraverso gruppi di acquisto solidale.

Ripartire da un rapporto sano tra produttori e industria, abolendo gli intermediari

I pomodori etici non devono per forza essere cari

Anche se, precisa Franzese, produrre in modo etico non significa necessariamente aumentare i prezzi. Sul costo di una lattina di pelati il pomodoro incide, poco più del 20%. Il resto riguarda il contenitore di metallo o di vetro, l’imballaggio, i costi di produzione e il trasporto. “I nostri prodotti hanno un prezzo medio, se una lattina di pomodori costa 0,65 anziché 0,60 per il consumatore cambia poco. Ma un 12% in più su tre miliardi di fatturato fa la differenza”, osserva Franzese. Che è uscito anni fa dall’ANICAV, l’Associazione Nazionale Industriali Conserve Alimentari Vegetali associata a Confindustria, non condividendone la politica.

Per la coltivazione dei pomodori l’emergenza più visibile è quella del caporalato. “Il fenomeno – spiega Franzese ­– è legato alla raccolta manuale, che nella filiera del pomodoro da conserva è minoritaria e riguarda solo alcune varietà come l’oblunga tipo San Marzano, e terreni particolari”. Le criticità della filiera sono molte e, riguardano soprattutto la difficoltà di programmare il lavoro. In genere i prezzi del pomodoro sono stabiliti durante il raccolto, costringendo i produttori ad accettare le proposte delle aziende. “Noi invece – ­prosegue Franzese – ­tramite OP Mediterraneo fissiamo i prezzi di acquisto e le condizioni di coltivazione entro il mese di dicembre di ogni anno, e in alcuni casi garantiamo ai coltivatori un anticipo. In questo modo i produttori sanno esattamente cosa percepiranno, e possono regolarsi”. L’accordo con la Fiammante, che per questa azione ha ottenuto la certificazione Social Footprint, impegna gli agricoltori ad assumere i braccianti con regolare contratto.

Resta però un grosso ostacolo, ed è quello del rapporto con la GDO che condiziona tutta l’industria

Il problema della GDO

L’azienda mantiene uno stretto rapporto con i produttori per verificare il rispetto degli accordi ma anche per offrire consulenza agronomica. Gli agricoltori inoltre sono tenuti ad aderire a un calendario di semina e di raccolta del pomodoro, per assicurarne una lavorazione entro poche ore dalla raccolta: “Mettendo i produttori in condizione di lavorare bene, anche la qualità migliora”, osserva Franzese. Tra gli obiettivi futuri c’è quello di ripensare le etichette dei prodotti in modo da informare i consumatori su quanto si sta facendo. Resta però un grosso ostacolo, ed è quello del rapporto con la GDO (la grande distribuzione organizzata).

Franzese è stato il primo a denunciare le aste a doppio ribasso. In pratica, alcuni operatori della grande distribuzione, mesi prima della stagione di raccolta, raccolgono una prima proposta di prezzo dalle controparti industriali, in competizione tra loro per aggiudicarsi la commessa. Poi viene convocata una seconda asta al ribasso a partire dall’offerta minima emersa nella prima fase, costringendo le aziende a contenere i prezzi per rimanere competitive. Questo meccanismo è stato proibito da una legge recente, però il problema resta a livello europeo. “E comunque la grande distribuzione condiziona tutta l’industria”. È uno dei motivi per cui i prodotti de La Fiammante sono destinati soprattutto a catene di ristorazione, anche se sono reperibili – soprattutto al centro sud – in alcune catene di grande distribuzione e alla Metro, oltre ad essere acquistabili online.

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Rossella
Rossella
31 Ottobre 2019 09:23

Proprio ieri parlavo con un signore che coltiva, fra le altre colture, fragole: Eravamo in un contesto in cui il tema caporalato non poteva che emergere. Questo signore ha così commentato: io ho bisogno di 10 persone per ettaro per la raccolta delle fragole, per un periodo di 10 giorni. Se ho 10 ettari necessito di 100 persone che devono essere reperite, trasportate etc.. Non ci sono più gli uffici del lavoro, né i voucher. Dove le trovo? Che faccio? Mi rivolgo, gioco forza, ad una persona sul territorio che sia in grado di assicurarmi la manodopera. E ci sono solo clandestini, perché ormai in Italia sono solo clandestini. la Spagna si è organizzata andando i Marocco a fare accordi specifici con quel Paese, di modo che, per il periodo necessario, viene reperito un numero sufficiente di lavoratori. Noi avremmo il “decreto flussi”, ma non so nemmeno se funziona ancora.
Farei una riflessione su questo.