Emergono nuovi elementi sul caso della morte di Antonella Di Ielsi e della figlia quindicenne Sara Di Vita, decedute all’ospedale Cardarelli di Campobasso dopo un improvviso e devastante collasso clinico. Elementi che rendono sempre meno convincente l’ipotesi di una tossinfezione alimentare classica, ipotesi che nei giorni scorsi ha dominato titoli e commenti, spesso in modo improprio.
Altri otto commensali
Secondo quanto riferito dall’ASReM, l’Azienda sanitaria regionale del Molise, ai pasti consumati nei giorni precedenti ai decessi hanno partecipato almeno otto persone, tra cui anziani e soggetti fragili, anche oncologici, che non hanno manifestato alcun sintomo fino a oggi. Un dato rilevante, perché nelle vere tossinfezioni alimentari l’attacco è normalmente “democratico”: chi consuma lo stesso alimento contaminato tende a sviluppare, con tempi variabili, sintomi simili.
24 pietanze consumate
Tra le 24 pietanze consumate figuravano anche funghi, ma – come ha chiarito l’ASReM – si trattava di champignon coltivati, regolarmente acquistati e certificati. Durante il pranzo del 24 dicembre, condiviso con più invitati, sarebbero stati consumati piatti a base di pesce, polpette di tonno, verdure cotte e polenta con funghi confezionati. Anche in questo caso, nessun altro commensale si è ammalato.
Proprio per escludere in modo definitivo l’ipotesi di un’intossicazione da funghi epatotossici, l’ASReM ha comunque inviato campioni di urine al Policlinico Gemelli di Roma, in particolare per scongiurare l’esposizione ad Amanita phalloides. Al momento, però, non ci sono riscontri che confermino questa pista.

Un altro elemento cruciale riguarda il quadro clinico. Come descritto dai rianimatori del Cardarelli di Campobasso, la giovane sarebbe andata incontro a un collasso multiorgano rapidissimo, caratterizzata da un crollo delle piastrine e da un progressivo cedimento di più organi vitali.
Un’evoluzione di questo tipo non risulta documentata nella letteratura scientifica come esito tipico delle malattie a trasmissione alimentare, incluse le più comuni intossicazioni da pesce, molluschi o funghi edibili.
Tossinfezione alimentare?
Non a caso, la stessa ASReM invita alla prudenza. «Non parliamo necessariamente di tossinfezione alimentare – ha precisato il direttore generale Giovanni Di Santo – perché non escludiamo cause chimiche o ambientali, anche legate a inalazione». Per questo sono stati coinvolti il Centro Antiveleni del Cardarelli di Napoli e l’Istituto Spallanzani di Roma, mentre campioni biologici e alimentari sono oggetto di analisi tossicologiche, chimiche e microbiologiche. Alla luce di questi elementi, appare quantomeno prematuro – se non scorretto – continuare a indicare genericamente “il cibo” o “la cena di pesce” come responsabili, così come appare fuori luogo il diluvio di accuse e sentenze sommarie riversate sui social contro i medici che hanno preso in carico le pazienti.
Gli esiti degli esami autoptici e tossicologici saranno decisivi. Nel frattempo, una cosa è già chiara: se un alimento è stato il veicolo dell’evento, non è uno di quelli condivisi dalla tavolata, ma – eventualmente – qualcosa assunto solo dalle tre persone ricoverate, due delle quali purtroppo decedute. Tutto il resto, per ora, è rumore.
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Giornalista professionista, direttore de Il Fatto Alimentare. Laureato in Scienze delle preparazioni alimentari ha diretto il mensile Altroconsumo e maturato una lunga esperienza come free lance con diverse testate (Corriere della sera, la Stampa, Espresso, Panorama, Focus…). Ha collaborato con il programma Mi manda Lubrano di Rai 3 e Consumi & consumi di RaiNews 24



Qualsiasi sia la causa della morte, al netto delle chiacchiere da bar e l’odio sui social, 2 rilasci dal PS nel giro di un giorno o 2, non esimono i sanitari dalle loro responsabilità mediche, mi spiace, ma non sono d’accordo nel giustificare e assolvere il loro comportamento. Sarà la magistratura a fare luce e chiarezza su eventuali negligenze o leggerezze commesse nell’esecuzione ed esercizio dei protocolli terapeutici di approccio alla sintomatologia.
I sanitari non sono degli indovini, si basano sulle cose che dicono i pazienti e se non dici che hai mangiato funghi non cercano fra le cause un veleno, ma una patologia collegata al cibo. In ogni caso la magistratura farà le indagini
Veramente c’è stata una fase di remissione della sintomatologia che ci sta benissimo con l’intossicazione da Amanita phalloides e che precede la fase devastante che può essere rapida. Non c’è chiarezza poi sul tipo di funghi consumati. Può darsi che alcuni come l Amanita fossero stati conservati in proprio, non essendo un fungo di questa stagione. Si potrebbe sapere dal padre l’origine dei funghi consumati e se alcuni di questi erano stati raccolti o regalati . Infine i dati automatici devastanti sul fegato e la ricerca dell’ amatossina dovrebbero essere dirimente….
Ecco allora dimmi come facevano i sanitare a indovinare che era intossicazione da Amanita Falloide, visto che la prima fase e comune a qualsiasi altra intossicazione.
Non é emerso che le due persone abbiano comunicato di aver mangiato funghi non confezionati.
L’alternativa é tenere tutti quelli con il mal di pancia in PS per 5 o 6 gg…
E se fossero state avvelenate?