Dal 20 luglio entra in vigore nell’Unione europea il divieto del bisfenolo A (BPA) nei contenitori monouso per alimenti. Per le conserve è previsto un periodo transitorio più lungo, fino al 2028.
Dal 20 luglio 2026 le lattine e, più in generale, i contenitori monouso con rivestimenti interni contenenti bisfenolo A (BPA) escono definitivamente di scena dal mercato europeo. Si chiude così il periodo di transizione di 18 mesi introdotto dal Regolamento (UE) 2024/3190: una finestra che ha consentito agli operatori della filiera del food & beverage di riprogettare un’ampia gamma di materiali e oggetti destinati al contatto con alimenti, dai rivestimenti interni dei contenitori metallici fino ad adesivi, inchiostri da stampa e plastiche.
Il parere dell’EFSA
Alla base di questa stretta c’è il parere EFSA del 2023 sul BPA negli alimenti. In quel documento l’Autorità europea per la sicurezza alimentare ha concluso che tale sostanza “rappresenta un rischio per la salute, costituendo motivo di preoccupazione per i consumatori di tutte le fasce d’età”. A partire da questa valutazione, la dose giornaliera tollerabile è stata ridotta di 20mila volte, fino a soli 0,2 nanogrammi per chilogrammo di peso corporeo. Il BPA è stato classificato come interferente endocrino e sostanza tossica per la riproduzione, con effetti accertati sul sistema immunitario anche a esposizioni infinitesimali.

Di fronte a questa evidenza scientifica, il legislatore europeo ha ritenuto non più sufficiente il semplice contenimento delle migrazioni, scegliendo la strada del divieto pressoché totale nei materiali e oggetti monouso destinati al contatto con alimenti. Uno degli snodi centrali del regolamento è anche la prevenzione della cosiddetta ‘regrettable substitution’: la sostituzione del BPA con altri bisfenoli strutturalmente simili (come BPS o BPF) potenzialmente altrettanto nocivi. Per questo il nuovo quadro normativo estende il divieto anche ad altri bisfenoli considerati pericolosi, chiudendo la porta ai semplici ‘cloni’ chimici del BPA. In questo contesto l’industria chimica ha sviluppato una nuova generazione di rivestimenti interni completamente privi di bisfenoli intenzionalmente aggiunti, oggi adottati in particolare per lattine e conserve.
I sostituti del bisfenolo A
Per proteggere le superfici interne dei contenitori metallici, soprattutto nel comparto delle lattine per bevande e delle conserve, l’industria ha puntato su due grandi famiglie di rivestimenti. La prima è rappresentata dai poliesteri modificati, formulati per coniugare una buona barriera chimica con una straordinaria flessibilità meccanica. Le pareti delle lattine sono infatti sottoposte a deformazioni importanti durante la formatura e la manipolazione ad alta velocità: un rivestimento troppo rigido tenderebbe a creparsi, esponendo il metallo alla corrosione e compromettendo la sicurezza del prodotto. I poliesteri modificati sono stati ottimizzati proprio per evitare fessurazioni, mantenendo allo stesso tempo una buona adesione al supporto metallico.
La seconda famiglia chiave è quella dei polimeri acrilici, noti per la loro elevata stabilità chimica. Questi rivestimenti offrono una resistenza particolare nei confronti delle bevande più aggressive, come alcune bibite acide o gli energy drink, che possono risultare molto stressanti per gli strati protettivi interni. L’obiettivo comune, per entrambe le tecnologie, è garantire una barriera affidabile lungo tutta la shelf life del prodotto, senza compromettere né la qualità organolettica né la sicurezza dell’alimento confezionato.

Una sfida tecnologica
Se la sicurezza chimica delle nuove vernici rappresenta un prerequisito indispensabile, l’altra grande sfida è stata la loro applicabilità industriale. Le linee di produzione delle lattine sono veri e propri miracoli di automazione ad altissima velocità, capaci di spruzzare e polimerizzare il rivestimento interno su migliaia di contenitori al minuto. In questo contesto, un rivestimento che richieda specifiche di applicazione incompatibili con gli impianti esistenti rischierebbe di imporre investimenti colossali e lunghi fermi linea. Per evitarlo, i produttori di resine hanno lavorato per offrire soluzioni formulative il più possibile compatibili con le tecnologie già in uso.
Il risultato, in molti casi, è lo sviluppo di vernici progettate come soluzioni drop‑in: sistemi che possono essere applicati sulle linee esistenti senza necessità di sostituire o riprogettare i complessi impianti di rivestimento e polimerizzazione. Questa compatibilità ha ridotto al minimo gli investimenti strutturali, evitando interruzioni significative della catena di fornitura e consentendo una transizione industriale relativamente fluida durante i 18 mesi di periodo transitorio.
La deroga per le conserve
Se per le bevande in lattina lo stop al BPA scatterà pienamente il 20 luglio 2026, il legislatore europeo ha riconosciuto la necessità di una maggiore flessibilità per un altro comparto strategico: quello delle conserve alimentari di frutta, ortaggi e prodotti della pesca in scatola. Per questi imballaggi, il periodo transitorio è stato esteso a 36 mesi, fissando la data finale al 20 gennaio 2028 (ne avevamo parlato in questo articolo). Una deroga che non rappresenta una tolleranza verso il BPA, ma il riconoscimento di una serie di complessità tecniche e logistiche che rendono più impegnativo il passaggio immediato a soluzioni BPA-free per alcune categorie di alimenti.

Cibi come i pelati di pomodoro, caratterizzati da un’acidità elevata, o i prodotti ittici in salamoia esercitano un’azione corrosiva più aggressiva e prolungata sulle pareti metalliche rispetto a una comune bibita gassata. In queste condizioni, il rivestimento interno deve garantire prestazioni di barriera e adesione ancora più severe, per evitare fenomeni di corrosione, perdita del vuoto o alterazioni del prodotto. A differenza delle bevande, conserve vegetali e ittiche devono inoltre assicurare una shelf life sullo scaffale che può arrivare a due o tre anni. Ciò significa che la compatibilità tra alimento, rivestimento e contenitore deve essere validata su orizzonti temporali molto lunghi, spesso combinando prove di laboratorio e test reali di conservazione.
Sostituire il bisfenolo A negli imballaggi per conserve non è facile
L’industria conserviera lavora inoltre per campagne fortemente stagionali: la trasformazione dei pomodori, dei piselli o di molte altre materie prime vegetali si concentra in finestre temporali molto brevi, tipicamente poche settimane all’anno. Lo stesso vale per molte produzioni ittiche in scatola, legate a specifiche stagioni di pesca e a disponibilità variabili di materia prima. Per i produttori questo si traduce in pochissime opportunità annuali per testare i nuovi rivestimenti su scala industriale, direttamente con i prodotti freschi appena raccolti o pescati. Ogni campagna diventa quindi un banco di prova cruciale, e un singolo errore di formulazione o di scelta del rivestimento può avere un impatto su un’intera stagione produttiva.
L’estensione del periodo transitorio a 36 mesi consente alle aziende conserviere di attraversare almeno due o tre campagne complete con i nuovi sistemi di rivestimento, raccogliendo dati reali sulla performance lungo l’intera shelf life prevista. In questo modo si riduce il rischio di problemi emergenti a posteriori, come corrosione interna, difetti del rivestimento, variazioni organolettiche, che potrebbero compromettere la sicurezza o la commerciabilità del prodotto.
Infine, il regolamento prevede che gli imballaggi vuoti prodotti legalmente prima del 20 luglio 2026 possano continuare a essere riempiti per ulteriori 12 mesi. Questo meccanismo evita lo spreco di scorte già prodotte e consente ai confezionatori di smaltire in modo ordinato i lotti di contenitori acquistati durante il periodo transitorio, pur mantenendo la traiettoria verso l’eliminazione definitiva dei bisfenoli nei contenitori monouso.
Prima la salute
Dopo decenni in cui il BPA è stato un punto fermo dell’industria del packaging alimentare, la Commissione europea con questa misura si schiera su una posizione netta a favore dei consumatori. È un punto di svolta che non si limita a fissare nuovi limiti, ma ridisegna le regole del gioco: la protezione della salute diventa il riferimento principale e non più una variabile da bilanciare solo con le esigenze produttive.
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