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La birra fatta con il pane vecchio: il progetto di una start up italiana per limitare gli sprechi e ridurre il consumo di materie prime ed energia

L’idea di usare il pane raffermo per fare la birra risale all’antico Egitto. Oggi, però le vecchie ricette sono riproposte in chiave moderna, per recuperare merce invenduta e risparmiare energia. Un gruppo di giovani imprenditori piemontesi ha lanciato da pochi mesi un progetto di economia circolare per trasformare il pane vecchio in birra, con l’obiettivo di limitare gli sprechi e ridurre il consumo di materie prime ed energia. È nato così un prodotto ribattezzato birra Biova, dal nome dalla classica pagnotta piemontese. “In in Italia non siamo gli unici a fare birra di pane – precisa la presidente di Biovaproject, Emanuela Barbano – noi però non nasciamo come birrificio, siamo una start up nata per il recupero di alimenti invenduti, adesso ci occupiamo di birra ma potremmo esplorare altri settori”.

Il progetto si basa sulla sinergia con i panificatori e soprattutto con la grande distribuzione, da cui arriva il pane utilizzato per fabbricare la birra, che poi viene distribuita agli stessi supermercati. “Per rendere il progetto sostenibile dal punto di vista ambientale, il birrificio deve essere vicino al fornitore di   pane – spiega Barbano – per questo al momento abbiamo scelto di concentrarci sulle regioni del Nord ovest”. Una volta definito l’accordo con una catena o un punto vendita, Biovaproject individua sul territorio un birrificio interessato alla produzione, cui verrà consegnato il pane raccolto. “Fino ad ora non abbiamo avuto difficoltà a trovare aziende interessate”.

birra e paneAl momento la Birra Biova è distribuita in molti punti vendita dei supermercati Unes – il prodotto fa parte del “Progetto Zero“, le iniziative contro lo spreco della catena – e nelle Coop del nord ovest, oltre ad essere acquistabile su portali online come Winelivery e Gioosto. La rete è destinata ad allargarsi. Adesso è momentaneamente  bloccata dalla quarantena ma l’intenzione è di  distribuire la birra Biova in alcuni locali per la somministrazione alla spina. L’idea è realizzare a un progetto di economia circolare. Per ora il pane – fino a oggi ne sono stati recuperati oltre mille chili – sostituisce solo parzialmente il malto: “Nella birra in produzione – spiega Barbano – il pane rappresenta circa il 30% della materia prima, ma stiamo lavorando per incrementare la percentuale. In fase di accordo viene selezionata la tipologia di pane considerata più adatta per la lavorazione. Per il momento sono prodotti due tipi di birre chiare di gradazione medio bassa, vendute nella grande distribuzione a un prezzo intorno ai 2,50/3 euro per una bottiglia da 33 cl”. Il sapore cambia leggermente secondo la materia prima utilizzata, anche se la caratteristica di queste birre è di essere particolarmente saporite, per via del gusto leggermente salato del pane.

A livello internazionale stanno nascendo altri progetti simili. Il più noto è l’inglese Toast Ale un modello che è servito anche come ispirazione a Biova Project. Questa Onlus è stata creata nel 2016 dall’attivista e scrittore Tristram Stuart per combattere gli sprechi alimentari e raccogliere fondi destinati agli indigenti. Toast Ale sta ora collaborando con birrifici in diversi paesi, dagli Stati Uniti all’Olanda. Mentre a Singapore è da poco nata Crust Brewing che produce birra – e in futuro anche distillati – utilizzando il pane invenduto delle panetterie locali.

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  Paola Emilia Cicerone

Paola Emilia Cicerone
giornalista scientifica

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4 Commenti

  1. Avatar

    Vedo l’utilità fino ad un certo punto. In teoria non dovrebbe avere senso buttare il pane raffermo. Oltre a essere utile in alcune ricette per la cucina, può diventare pure pan grattato. Inoltre è un ottimo alimento, poco oneroso, per gli animali, quindi perché buttarlo.
    i panifici nelle mie zone non lo buttano… l’unica incertezza sono i supermercati che volendo possono fare benissimo quanto detto sopra

    • Avatar
      paola emilia cicerone

      Questo è uno dei tanti possibili sistemi per utilizzarlo, e probabilmente per la grande distribuzione può risultare conveniente. ( Dubito che nel centro di Milano o Torino ci siano molti animali da nutrire col pane vecchio, o un tale fabbisogno di pangrattato…)

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    glauco bettega

    Sono più di 15 anni che riutilizzo olii di semi esausti delle friggitorie e dei ristoranri che filtro ed uso al posto del gasolio nel mio Mitsubishi Pajero del 1990, con ottimi risultati. Voglio dire che non immetto in atmosfera nè zolfo, nè piombo, la CO2 è pari a quella assorbita dalle piante durante la sua vita, le polveri sottili (PM10) si riducono del 70 %, in totale riduco l’inquinamento del 75 %, che non è poco. Sesi usasse questa mia pratica, anche per riscaldamento domestico, lo smog probabilmente non ci sarebbe nelle grandi città.

    Surveyor Glauco Bettega – President of “MORE HEALTH 4 U” International environmental no-profit organization to promote the use of biofuels of second-generation instead of too polluting fossil fuels (coal and petroleum), the only one organization at world level for the propaganda on the use of biofuels of second-generation.

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    Leggo “grande distribuzione”, quindi mi chiedo: birra fatta non con pane di qualità fatto solo con buone farine e lievito madre, ma (anche) con i tanti pani della grande distribuzione fatti con basi pronte piene di additivi e con farine di scarsa qualità?
    Se è così, ok alla riduzione di uno spreco, ma quella roba di certo io non voglio berla…